L’INCREDIBILE PONTE MUSMECI DI POTENZA

Forse, non tutti hanno ben capito l’importanza del Ponte Musmeci (Musmeci Bridge) di Potenza e mi riferisco a persone normali e non certo a chi sparla a vanvera di ferri e cemento (questi ultimi non dovrebbero avere neanche il diritto alla parola). Prima di spiegare  il motivo, bisogna fare una premessa sullo stato della architettura e delle teorie architettoniche negli ultimi decenni. Sempre di più, a partire dal secondo dopoguerra, la funzione ed il ruolo della architettura sono stati svuotati e banalizzati. Il postmoderno è stata una reazione (dagli esiti ambivalenti) a questa egemonia; egemonia non tanto e non solo del modernismo in sé, ma dei risultati che esso stava producendo un po’ in tutto il mondo. Sotto la spinta della società di massa e dei consumi, l’architettura contemporanea si stava sempre di più piegando al funzionalismo nudo e crudo. Ciò è apparso tanto più vero nella misura in cui l’architettura si occupava di infrastrutture pubbliche. I ponti, che sono stati sempre l’emblema della infrastruttura pubblica, hanno sofferto di questa arida tendenza in modo particolare e, come il caso del ponte Morandi di Genova sta tristemente a testimoniare, senza neanche risolvere i problemi di funzionalità (cioè li hanno risolti, ma… l’imponderabile, neanche tanto sorprendente, era sempre in agguato). Le tragedie accadono e continuano purtroppo ad accadere. Quindi, l’architettura contemporanea infrastrutturale si è ritrovata con le pive nel sacco, venendo meno sia alle ambizioni estetiche, sia alle stesse esigenze di sicurezza e di funzionalità. Molti ponti costruiti negli anni ’50, ’60 e ’70 (ma anche dopo) versano in pessime condizioni e non sono nemmeno antisismici. Eppure una volta costruire ponti era un vanto d’Italia e d’Europa. Il ponte antico ed il fiume sono stati e sono tuttora incomparabili marchi di nobiltà della città europea. Roma, Parigi, Londra e molte altre città storiche e di grande prestigio storico del continente europeo sono nate attorno ad un fiume ed attorno ad un ponte. Tutte in epoca romana. Ponte, fiume e origini romane sono il trittico di nobiltà della città europea. Gli italiani hanno insegnato per secoli, dalla Roma antica fino al Ponte Vecchio di Firenze, a costruire ponti, che non erano solo strutture funzionali, ma erano opere d’arte dell’umanità. L’architettura contemporanea aveva ormai rinunciato a qualsiasi “possibilità di espressione architettonica ed artistica per mezzo della struttura”. Questa situazione è andata avanti per molti anni, ma, poi, ad un certo punto, è accaduto qualcosa di diverso …

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La situazione imprevista ed innovativa va in scena in una piccola città, che aveva quasi tutte le caratteristiche della città storica europea e quindi dotata del predetto marchio di nobiltà. Una piccola città posta fuori dai grandi circuiti, che era sorta anch’essa intorno ad un fiume già in epoca pre-romana ma che era stata rifondata (in un certo senso) dai Romani. Mancava il ponte. A dire il vero, il ponte sul fiume di epoca antica la piccola città ce l’aveva già. Aveva il marchio di nobiltà al completo, ma aveva anche altre caratteristiche. Tra cui una era abbastanza insolita per una città posta all’estrema periferia geografica e culturale d’Europa. Aveva, in altre parole, la singolare attitudine a coniugare l’antichità con la più avanzata modernità. E lì si ebbe qualcosa di straordinario; la situazione stagnante della architettura, soprattutto infrastrutturale, della contemporaneità, mutò improvvisamente corso. L’architettura infrastrutturale uscì dall’impasse:

“La consapevolezza di questa situazione di stallo e il desiderio di tentare una strada alternativa che privilegi la forma stessa della struttura, attribuendole il compito di contribuire in modo determinante ed esplicito alla soluzione del problema statico sono alla base del progetto strutturale del Ponte sul Basento a Potenza”. Era nato il Ponte Musmeci di Potenza. Ed il progettista, come le sue parole in virgolettato dimostrano, era già perfettamente consapevole di ciò che voleva fare, di ciò che stava facendo e di ciò che aveva fatto.

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Come è nato il ponte di Potenza? “Il progetto del ponte è nato da un lavoro che era stato commissionato ad Aldo Livadiotti, un amico ingegnere. L’incarico per l’epoca abbastanza modesto, prevedeva semplicemente la realizzazione di un ponte carrabile. Ma quando Sergio propose la sua idea – una struttura complessa, organica, dalle forme inedite – ebbe subito un gran successo. Anche perché la discreta megalomania che caratterizza un po’ tutti noi italiani era presente anche a Potenza, al sud in generale, quindi tutti ritenevano molto importante avere un ponte, un’opera pubblica, che desse loro notorietà e successo. E infatti negli anni successivi quel ponte li ha rappresentati molto; non solo la città di Potenza e i cittadini, ma anche l’ambiente professionale, che ha sempre espresso nei confronti del ponte – e di Sergio – molti riconoscimenti, anche affettuosi” (da una intervista di Alessandra Vittorini a Zenaide Zanini, moglie e collaboratrice di Sergio Musmeci, riportata nel libro “Il Ponte e la Città; Sergio Musmeci a Potenza” (Gangemi editore, Roma, pagine 79, 2003). Il genius loci di Potenza aveva segretamente ed invisibilmente determinato la decisione; dobbiamo avere un ponte innovativo. E tutti a Potenza appoggiarono Musmeci, a partire dal Presidente del Consorzio Industriale, Luigi (Gino) Viggiani. Fu la più grande creatura di un geniale ingegnere, ma non solo; fu anche il frutto della volontà di una intera città che assecondava il suo genius loci: Potenza. Fu figlio non solo di Musmeci, ma dell’intera città che lo volle a tutti i costi e che ne capì subito il significato. E’ sempre la coautrice-moglie Zenaide Zanini a confermarlo: “E’ stato subito apprezzato da tutti. Ma l’apprezzamento più bello e inaspettato è venuto dalle maestranze che lavoravano in cantiere. Loro dicevano ‘tanto dobbiamo sempre lavorare, dobbiamo faticare, ci pagano lo stesso prezzo… ma perlomeno abbiamo la soddisfazione, è una struttura che ci piace…’. Si interessavano moltissimo, avevano capito tutto della struttura. E ne erano anche entusiasti, forse più gli operai che i tecnici veri”. In altre occasioni la Zanini ha avuto modo di focalizzare meglio il rapporto suo e del marito con Potenza: “In quel periodo stavamo sempre a Potenza; per noi era molto bello, una occasione unica. Mio marito aveva speso tutta la vita a studiare la teoria del minimo strutturale e le volte sottili. Finalmente, quasi per caso, era capitata l’opportunità di realizzarle… su questo progetto c’è stata da subito una grande partecipazione, un grande sostegno, anche da parte della amministrazione… ancora oggi a Potenza tutti tengono molto a quel ponte; l’amministrazione, il mondo professionale, i cittadini”. Il famoso ponte è nato in circostanze che oggi farebbero impallidire i più grandi architetti ed ingegneri. E’ nato prima che i computer coadiuvassero il lavoro dei progettisti; è nato senza computer. Tutti i calcoli e gli studi furono fatti senza computer. E, nonostante ciò, fu progettato  benissimo: “Il progetto era stato studiato ed approfondito talmente bene – mio marito aveva dovuto mettere a punto teorie matematiche che allora non esistevano, almeno in Italia – che poi la realizzazione ha rispecchiato e confermato esattamente tutto quanto era stato prefigurato nella fase di calcolo strutturale”. Il figlio, Paolo Musmeci, ne dà questo parere: “Per me la lezione di Sergio Musmeci è di portata enorme e forse neanche lui ne era consapevole; dovevano ancora prendere forma concetti fondamentali come ecologia, risparmio energetico, impatto ambientale”. Credo di poter dire che il suo pensiero non è solo un approccio filosofico al mondo dell’architettura ma un vero e proprio modo di vedere la vita”.

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Ritorno alla domanda originaria: cosa è veramente il Ponte Musmeci di Potenza, cosa significa, quali sono i suoi significati? Si può rispondere in molti modi perché molti sono i suoi significati. Per Margherita Guccione,  architetto, direttore del Museo di architettura moderna e contemporanea del MAXXI di Roma (MAXXI Architettura) e vicepresidente del Comitato tecnico-scientifico per l’arte e l’architettura contemporanee del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, dice: “il ponte che si slancia sul Basento e librandosi, espandendosi ed inarcandosi lo sorvola prima di ancorarsi al suolo, tra il fiume e la linea ferroviaria non è solo una infrastruttura utile allo sviluppo urbano ed industriale della città. E’ un oggetto architettonico denso di significati e di suggestioni…” ed inoltre “la sorprendente spazialità del ponte è forse la ragione che meglio di tutte le altre spiega il carattere monumentale che l’opera ha assunto nel panorama della città di Potenza, oltre che in quello della architettura italiana del 1900. Un monumento di ingegneria e di architettura al tempo stesso, che può considerarsi il simbolo concreto della ricerca scientifica e dello straordinario intuito del suo creatore, con l’ulteriore merito di avere lanciato, con grande anticipo e con una soluzione di grande fascino, alcuni dei temi cruciali del dibattito odierno: l’infrastrutturale territoriale come occasione di riqualificazione ambientale e paesistica, la sperimentazione ingegneristica in rapporto alla intenzionalità estetica, l’impatto comunicativo della innovazione tecnologica”.

Queste parole della professoressa Guccione mi fanno venire un dubbio o una domanda che non trova ancora piena risposta. Perché un ponte così importante per l’architettura contemporanea a livello addirittura mondiale non ha riscosso finora l’interesse che merita a livello di opinione pubblica, perché non è uscito ancora con forza dal circolo degli esperti, perché non ha prodotto il flusso turistico che, invece, attrazioni enormemente meno significative a livello culturale ed artistico o addirittura assolutamente insignificanti riscuotono? Era una domanda che mi ponevo già da tempo e finalmente credo di aver trovato la risposta proprio nelle parole della professoressa Margherita Guccione:

“La portata culturale sottesa alla costruzione del ponte non è stata ancora pienamente valutata, sebbene la storiografia della architettura contemporanea abbia iniziato a considerare il lavoro di Sergio Musmeci, proprio a partire da quest’opera, che tra le tante da lui realizzate o soltanto progettate, è quella che non è sfuggita alla critica più attenta fin dagli anni della costruzione”.

E, in effetti, chiunque può comprendere che il passaggio dall’apprezzamento del valore architettonico, estetico e culturale a quello della fruizione di massa non è né semplice, né immediato, né facile, né scontato. Si direbbe che il ponte Musmeci appartiene a quella cerchia di attrazioni e di monumenti troppo difficili da capire per il turista medio o per l’uomo comune perché questo ponte si inserisce in dibattiti di difficoltà teoriche troppo ardue per una fruizione di massa. Prima di capire le “reasons why” dell’avveniristico ponte potentino, si tratta di aver consumato gli occhi su testi che costituiscono l’avanguardia teorica del dibattito sulla architettura moderna e contemporanea. Faccio un solo esempio e lo prendo da una considerazione della Guccione quando parla proprio del dibattito interno alla architettura contemporanea: “Un dibattito che, da qualche decennio assopito, ritorna urgente ed attuale. E se, ancora nel caso di questo ponte form and function are one, per dirla con Wright, l’universo della dimensione tridimensionale dell’infrastruttura, inaugurata a Potenza, sembra essere l’antecedente logico delle clamorose architetture infrastrutturali dell’ultimo scorcio del XX° secolo”. Per Carmela Petrizzi, architetto e funzionario della Sovrintendenza per i Beni Culturali e Paesaggistici della Basilicata, il ponte Musmeci (ma che dovremmo ormai cominciare a chiamare anche Musmeci Bridge per la fama che il capolavoro potentino sta acquisendo nei Dipartimenti di Architettura di tutto il mondo) è un’opera “tra le più rappresentative della cultura architettonica del XX secolo e che sarebbe diventata un esempio da manuale per molti studenti”. E ancora: “L’opera progettata e realizzata a Potenza prescinde quindi dai consueti canoni progettuali e dimostra come la forma, pensata per aumentare il rendimento del materiale impiegato, costituisce un fattore risolutivo di un sistema statico”. E poi come non parlare di uno dei più grandi critici della architettura che l’Italia ha avuto nel secondo dopoguerra? Bruno Zevi, scrisse sull’Espresso nel 1976 appena il Musmeci fu realizzato che il ponte è il frutto di un “approccio creativo  che estrae dalla struttura le sue capacità espressive, fornendo un’informazione completa, limpida ed affascinante delle funzioni cui risponde… “ per cui alla fine il celebre ponte potentino si profila come una “vittoria dunque sull’inerzia mentale, sull’assopimento della fantasia, sugli ostacoli burocratici sempre interposti a qualsiasi gesto sperimentale”.

Il professor Victor J. Jones è professore di Architettura presso la University of Southern California di Los Angeles (California – Stati Uniti). Il professore californiano segue da parecchio tempo le vicende del ponte potentino e ne ha promosso la conoscenza negli USA. Ha scritto un libro sul ponte, prima in edizione inglese e poi in lingua italiana (“Basento. Un ponte”, Euno edizioni, 2015). Per farlo, ha soggiornato per un po’ di tempo anche a Potenza, ovviamente. “Musmeci sognava con entusiasmo strutture derivanti  non da modelli storici bensì da una propria logica interna e credeva che l’architettura fosse in qualche modo anche fortemente connessa alla ricerca artistica e filosofica. (…) amante della matematica, della musica e delle scienze. Musmeci individuò con chiarezza l’energia e l’ottimismo di un disegno strutturale innovativo e irresistibile. Immaginiamoci il suo entusiasmo per integrare struttura, forma e funzione e unificare le tre componenti in maniera nuova in superfici continue e leggere”. Anche Jones concorda con la Guccione quando scrive che  “Adottare la funzione come guida per la progettazione aveva eliminato tutto tranne le parti meno interessanti di un edificio” e quindi anche sul fatto che “grazie alla ispirazione e allo studio della natura, egli attraverso calcoli di matematica avanzata, fuse utilità, durata ed eleganza in un’unica espressione formale”.

Per Victor Jones inoltre “i coniugi Musmeci concepirono quel ponte come un trionfo dell’ingegneria, un’opera d’arte, un catalizzatore per le risorse sociali indispensabili alla vita della città… (…) Costruito con materiali modesti che uniscono abilmente tecniche artigianali con procedimenti ingegneristici innovativi  mostra una distintiva italianità simile a quella del David di Donatello (anni Trenta-Sessanta del 1400) in cui il virtuosismo della composizione chimica del bronzo e la profonda sensibilità dello scultore hanno dato vita ad un’opera d’arte”. Eppure molti non hanno capito per niente dove risiede fisicamente la meraviglia artistica del ponte sul Basento. Non si vede sul ponte, che è un bel viadotto, molto suggestivo di sera e di notte, ma che, di certo, non eguaglia altri ponti moderni ben più famosi come i ponti newyorkesi, ad esempio.  Quindi non è il sopra del ponte il segreto, ma ciò che a prima vista non si vede: il di sotto con le sue lunghe arcate sottostanti che si estendono per 70 metri ad andamento di paraboloide iperbolico.

“Da sotto i magnifici caratteri del ponte diventano evidenti. Due percorsi non attrezzati il primo lungo la riva settentrionale del Basento, il secondo dalla stazione ferroviaria di Potenza Centrale, conducono ai tesori nascosti della spazialità del viadotto”. Abbiamo evidenziato, offrendo molti illustrissimi pareri e cercando di semplificare il più possibile la questione, le ragioni che rendono ormai il ponte Musmeci un’opera d’arte contemporanea ammirata e conosciuta in tutto il mondo, soprattutto nel mondo degli addetti ai lavori della cultura architettonica (critici, giornalisti, docenti, studenti di architettura) e purtroppo ancora molto meno presso il grande pubblico dei potenziali turisti e ciò a causa anche delle difficoltà di comprensione teorica dei suoi significati. Comprensione abbastanza ardua e che contrasta in modo clamoroso con la natura delle attrazioni turistiche della regione in cui è insediato, che sono di genere del tutto opposto (spesso le attrazione turistiche della Basilicata non hanno assolutamente niente a che vedere né con la cultura, né con l’arte ma questo è un altro discorso). Dietro questo ponte ci sono ancora altri significati e soprattutto c’è una storia poco conosciuta o ancora del tutto sconosciuta. Non solo la storia del suo creatore, delle sue esperienze precedenti, del suo mondo culturale, ma anche la storia della sua realizzazione, che fu costellata di irti ed apparentemente insormontabili ostacoli. Le difficoltà furono economiche perché ad un certo punto i fondi non bastarono più. Ma forse la difficoltà più grande ed anche meno immaginabile fu la non completa preparazione tecnica delle maestranze. Il progetto era così avanguardistico ed innovativo che nemmeno le eccellenti ed espertissime maestranze della Edilstrade di Forlì, una delle pochissime grandi imprese di costruzione italiane che avrebbero potuto eseguire il visionario progetto dell’ingegnere romano, ad un certo punto se la sentirono più di andare avanti verso strade mai prima esplorate e che sembravano impercorribili. I lavori si fermarono in diverse fasi ed il progetto subì un certo ritardo complessivo. Esso fu concepito prima del 1970, i lavori cominciarono nel 1970, furono sospesi e riavviati nel 1971 e la prima fase dei lavori fu quella della realizzazione delle fondazioni, che furono ricavate scavando delle fosse profondissime nell’alveo del fiume Basento. E, poi, ancora altri fermi ed altri ritardi e la ricerca concitata e quasi angosciata da parte di Musmeci di trovare una via di uscita per arrivare al completamento della sua utopia concreta. Altri ritardi imprevisti resero un enigma l’avanzamento dei lavori per oltre quattro anni. Il Musmeci Bridge fu completato il 22 maggio del 1975. Leggendo la ricostruzione del prof. Jones di queste fasi la mente del lettore comincia ad andare, e questa è una cosa che nessuno si aspetterebbe, verso altre situazioni in cui l’ingegno umano si è trovato a combattere in condizioni impossibili contro le resistenze della natura. Ad un certo punto, si crede di essere catapultati in qualche film di avventura e mi è passato per la testa anche un pensiero inedito; che la costruzione del Musmeci possa ispirare qualche regista per un film. Infatti Jones scrive: “Perfetto sotto il profilo strutturale, il viadotto diventò in breve il simbolo dell’eroismo di coloro che lavorarono duramente per anni per vederlo realizzato”. Eroismo, quindi. Una parola grossa che mai si crederebbe di poter chiamare in causa per la costruzione di un ponte. Eppure la storia della costruzione del ponte Musmeci fu anche una storia di eroismo. E tutto questo succedeva più di quarant’anni fa a Potenza. Anzi, mi viene da dire; succedeva proprio a Potenza. Cosa voglio dire? Cercherò di spiegarmi meglio anche con chi probabilmente non ha letto il mio saggio sulla identità potentina (pubblicato nel novembre 2016 su questa stessa rivista). Potenza, guardandola in profondità, non è una città come tante altre (al contrario di ciò che si possa pensare). Nel mio saggio sulla identità di Potenza scrissi che Potenza è stata fin dal suo inizio (IV° secolo a.C.) una continua sfida alla ragione, ma anche una continua sfida al sentimento pubblico. Una città edificata su una montagna come una fortezza imprendibile (forse il nome Potentia deriva proprio da questo significato originario), in un punto dello spazio isolato (ed anche qui, con contraddizioni; quello stesso punto dello spazio era geograficamente il centro del Sud e fu proprio ciò che conferì a Potenza una importanza strategica e militare nel corso dei secoli; lo capirono i Romani, lo capirono gli Angiò e lo capì anche il generale Harold Alexander, il capo di tutte le forze Alleate in Italia nella Seconda Guerra Mondiale, subito dopo l’operazione Avalanche). Ma non solo; una città costruita sul punto di intersezione di falde sismiche e quindi una città che ha subito un numero inusitato di terremoti, una città singolare la cui storia potrebbe anche essere sintetizzata come la storia di una continua distruzione e ricostruzione.  E, come se non bastasse, una città posta in una zona microclimatica di grande freddo. Sempre. Per non parlare delle guerre e degli assedi con relative distruzioni belliche; da Silla ad Ottaviano nell’epoca romana, da Carlo D’Angiò nel Medioevo fino ai bombardamenti delle “fortezze volanti” angloamericane nel 1943 (i B17). Per non parlare della difficoltà orografica del territorio, delle difficoltà logistiche del ‘sotto e sopra’, delle discese ardite e delle risalite, per non parlare della natura poco fertile dei terreni e della debolezza della agricoltura, il settore economico più importante per millenni in tutto il mondo. Ce ne sarebbe stato più che abbastanza per far dire in varie epoche ai suoi abitanti; “Basta, chiudiamola qui. Abbandoniamo questa nostra città”. Jones la chiama più volte ‘sfortunata’ città. I potentini di varie epoche avrebbero potuto dire con la forza della Ragione: “Basta così. Vivere nella nostra città ci costa troppo eroismo, troppa fatica, troppe lacrime, troppa forza di resistenza”. Dai tempi arcaici e pre-romani ad oggi sono scomparse tantissime città e per molto meno. Potenza no. Potenza sta ancora lì dopo 2.400 anni di storia e dopo aver passato di tutto e di più e quindi Potenza oltre a rappresentare un esempio incredibile di sfida romantica alla Ragione (quest’ultima avrebbe consigliato l’esodo di massa e la sparizione della città da chissà quanto tempo) è anche e soprattutto una sfida al sentimento, alla sua tenacia ed alla sua debolezza: il sentimento pubblico potentino è stato sempre espressione di una incredibile forza d’animo. Un animo, apparentemente bonario, tranquillo (come sono a prima vista, ma solo a prima vista, bonari e tranquilli i potentini), ma anche inflessibilmente determinato a resistere e a non far morire la homeland Potenza, neppure nei momenti più bui e disperati della sua storia. Un altro terremoto si è abbattuto sulla nostra città? E noi ricostruiamo. I bombardamenti hanno ridotto Potenza ad un ammasso di macerie? E noi ricostruiamo. Fa un freddo cane e siamo isolati? E a noi il freddo piace, così come piacciono i boschi, i fiumi, la neve ed in quanto alle strade, le strade le costruiamo. Abbiamo bisogno di un ponte? Lo facciamo costruire e non un ponte qualsiasi ma un ponte che parli al mondo intero di arte, di innovazione, di lotta con i limiti della natura. Che parli anche dello spirito di questa città. E lo costruiremo proprio come vuole Musmeci. Una città che è nata sotto il segno della resistenza alle condizioni avverse, spesso proibitive, della natura (per non parlare di tutte le altre che dalla Natura non dipendono ma dagli uomini e dalla Storia), che da 2.400 anni conduce una lotta per la sopravvivenza sotto il segno dell’eroismo della resistenza e che 2400 anni dopo ha trovato il suo monumento più noto grazie ad un ulteriore atto di eroismo, l’eroismo di chi l’ha progettato, di chi l’ha costruito, di chi non si è scoraggiato ed è stato vicino a Musmeci ed alle maestranze (ma grazie anche a Gino Viggiani, che si prese una bella gatta da pelare) non poteva accontentarsi di un ponte qualsiasi, non poteva desiderare un ponte qualsiasi. non voleva un ponte qualsiasi. Voleva solo il ponte Musmeci.

PINO A. QUARTANA

 

 

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