CAPITALI DELLA CULTURA OVVERO IL GERGO DELLA MISTIFICAZIONE

POTENTIA REVIEW ritiene che il titolo Capitale Europea della Culturz 2019 assegnato a Matera dieci anni fa non abbia alcun fondamento; nè culturale, né di altro tipo. Neppure i titoli di Capitale Italiana ne hanno. Proprio in questi giorni il titolo Capitale Italiana della Cultura 2026 è stato assegnato alla città dell’Aquila, capoluogo della regione Abruzzo, e già divampano le polemiche. Anzi divampano nuovamente. Le critiche che arrivano da molte parti, anche dall’interno della regione Abruzzo, puntano il dito sul voto di scambio che sarebbe avvenuto fra il governo, gli esponenti di governo della regione Abruzzo (dove proprio qualche giorno fa un esponente della destra di governo è stato eletto governatore) e la città beneficata. Torna ancora una volta l’ombra di assegnazioni di questi titoli ottenuti grazie ad una specie di mercimonio politico ormai collaudato. Il fondamento avrebbe dovuto necessariamente essere di tipo culturale. Il pomposo ed altisonante titolo di CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA (o in subordine di CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA) fa necessariamente venire in mente all’uomo della strada l’implicita idea di una eccellenza o, addirittura, di un primato culturale a livello europeo. Non parlo solo del caso di Matera ma anche di altre città designate con quel titolo. Ovviamente, come per qualsiasi titolo, chi vuol saperne di più va a cercare i criteri generali di assegnazione, validi per tutte le città designate come Capitali Europee della Cultura (CEC). Inoltrandoci nella vasta normativa, scopriamo che per l’Unione Europea i criteri occorrenti per candidarsi e per aspirare alla conquista del titolo sono i seguenti cinque:
1) Il contributo ad una strategia culturale a lungo termine;
2) Il contenuto artistico e culturale;
3) La dimensione europea;
4) la mobilitazione e sensibilizzazione;
5) La capacità di portare a termine il compito.
Nel 2014 Matera viene proclamata Capitale europea della cultura per il 2019, facendo leva sulla capacità progettuale ed anche su un fattore che l’ha resa unica, ovvero, Matera è il primo PAESAGGIO CULTURALE al mondo nominato dall’UNESCO, che, attraverso questo nuovo criterio, conia una nuova formula dove gli aspetti culturali del sito prevalgono su quelli puramente estetici. Ma quello dell’UNESCO è un altro discorso. Cosa poi significhi davvero ‘paesaggio culturale’ è un altro discorso.
La questione è molto più complessa di quel che sembra. Affronterò la questione ‘a monte’ approfondendo l’aspetto della legittimità intrinseca del titolo in sé, prima ancora che l’aspetto relativo ai criteri delle singole assegnazioni, in questo caso dell’assegnazione a Matera.
Le ragioni della legittimazione (o meno) di quel titolo sono prioritarie rispetto a quelle delle singole assegnazioni e valgono per tutte le città che sono state selezionate o candidate. Ciò è quanto POTENTIA REVIEW ha ricavato dallo studio di numerosi documenti tra i quali tutti i documenti della U.E. sull’argomento. Tappa di partenza è il sito della Unione Europea da cui si evince chiaramente quanto segue. Al titolo di Capitale Europea o italiana di cultura si può arrivare solo tramite dei progetti, cioè solo per mezzo di intenzionalità future e non sulla base di ciò che è stato il passato. Riporto i passaggi principali del sito ufficiale della Unione Europea:
“La definizione di obbiettivi più precisi passa per la messa a fuoco del perché e del cuore del progetto, che certo non nasce (solo) per lo sviluppo della offerta culturale e della attrattività turistica, peraltro rilevanti e da perseguire”. Prima chiosa. Non ci si propone o non si diventa Capitale Europea (o italiana) della Cultura per l’offerta culturale della città o per le potenzialità turistiche. Ma anche… Il ‘ma anche’ non è esattamente ciò che viene richiesto da un criterio scientifico, ma facciamo finta di nulla e passiamo al secondo paragrafo:
“Se queste sono le ragioni, l’obbiettivo strategico del progetto e la misura della sua riuscita si giocano in particolare su tre elementi: 1) l’aumento della domanda aggregata, 2) lo sviluppo della offerta (aumento della imprenditorialità del sistema: jobs creation, politiche industriali, coordinamento, biglietto unico, comunicazione, ecc.), 3) l’inclusione e il superamento del cultural divide. Chiaro? Certo. Come può essere chiaro il responso della Sibilla Cumana. Oltretutto, questo linguaggio, più che di cultura (sempre nel senso classico e tradizionale al quale tutti noi siamo abituati, almeno quelli che da ragazzi hanno fatto buone scuole), assomiglia troppo a quello del marketing con tutti i suoi inutili e spesso stupidi inglesismi. Ma noi di POTENTIA REVIEW, stoicamente, e forse masochisticamente, decidiamo ancora di andare avanti nella lettura e lo sforzo ci premia perché ad un certo punto, dopo aver saltato interi paragrafi di contorte ed incomprensibili tecnicalità burocratiche relative alle candidature ed alla assegnazione del titolo, arriviamo finalmente al nocciolo della questione;
“L’innovazione deve essere effettiva, cioè duratura e riconoscibile: perciò, il vero bilancio di quanto realizzato dalla città capitale della cultura dovrebbe essere compiuto esaminandone gli effetti a partire dai primi giorni dell’anno successivo, in questo senso più significativi di quelli dell’anno del titolo”. Stop. Fermiamoci un attimo. Quindi, la Capitale Europea o Italiana della Cultura deve essere una città in grado di produrre un certo grado di innovazione, che deve essere effettiva e, soprattutto, duratura. Ma come facciamo a sapere se si tratta di cosa duratura, e quindi meritevole del titolo assegnato? Risposta UE; lo saprete solo dopo l’anno del titolo. Sembra uno scherzo, ma non lo è; è scritto proprio così. Lo sapremo ex post, a cose fatte, magari pure a festa fatta ed a santo gabbato. E se il requisito ex post non si verifica cosa si fa? Si annulla il titolo? No, non è previsto nessun annullamento. Assurdo. Se uno poi dicesse alla U.E. che così son bravi tutti  avrebbe torto? Il ‘ma anche’ denota mancanza di logica aristotelica (A=A) e la verifica ex post ci fa pensare, chissà perché?, alla logica strampalatissima del Barone di Münchhausen quando pensava di uscire incolume dalle sabbie mobili tirandosi da solo per i capelli. Quindi, nelle sue premesse teoriche di fondo, quelle fondanti, il titolo di Capitale Europea della Cultura, al di là delle sue assegnazioni a questa o a quella città, gode dell’invidiabile privilegio di essere affrancata dal duro peso della logica. Se la legittimazione ex ante è fumosa o debole, quella ex post, diciamo la verità, è semplicemente ridicola.
Andiamo oltre. L’iniziativa “Capitale europea della cultura” intende:
A) mettere in luce la ricchezza e la diversità delle culture in Europa;
B) celebrare le caratteristiche culturali condivise da tutti gli europei;
C) accrescere il senso di appartenenza dei cittadini europei ad uno spazio culturale comune;
D) promuovere il contributo della cultura allo sviluppo delle città.
L’esperienza – asserisce la U.E. – ha inoltre dimostrato che l’evento è un’eccellente opportunità per:
E) riqualificare le città;
F) potenziare il profilo internazionale delle città;
G) valorizzare l’immagine delle città agli occhi dei suoi abitanti;
H) ridare vitalità alla cultura di una città;
I) rilanciare il turismo.
Dopo pagine e pagine scritte in un ermetico ed emetico (emetico è un qualcosa che provoca il vomito, che fa vomitare) burocratese comunitario frammisto a mille anglicismi frou frou e senza aver avuto minimamente una nozione scientifica, chiara ed esatta di cosa sia una Capitale Europea della Cultura, forse, in compenso, riusciamo o riusciremo a capire come si diventa ‘Capitale Europea della Cultura’. Quali sono i requisiti fondamentali per aspirare al titolo? Eccoli i requisiti. Sono cinque di cui tre predominanti ed uno che svetta su tutti. Per diventare Capitale Europea della Cultura il criterio-principe è quello della ‘participation of the citizens living in the city and its surroundings’ e questo criterio conta per ben il 92%. Sarebbe a dire, “la partecipazione dei cittadini che vivono nella città, dei cittadini residenti in città e nei dintorni”. In secondo luogo, la sostenibilità del progetto presentato e il terzo è la ‘diversità culturale’. Diversità culturale, ma in che senso? Si può intendere in due sensi. Il primo è la diversità della città prescelta rispetto al resto d’Europa. Ma è un criterio valido? Pensiamoci su un attimo. Una città europea è sempre, rispetto alle altre città del Continente, uguale e diversa. Tutte le città europee, anche le più diverse tra di loro, hanno qualcosa di eguale e ogni città che sembra uguale all’altra, in realtà, è diversa. La cosa o si specifica con sottocriteri più chiari o si riduce ad una banalità, a mera tautologia. Ma c’è una seconda accezione di ‘diversità culturale’ e, sapendo fin troppo bene quali sono i messaggi subliminali delle élites europee, c’è da temere il peggio perché per diversità culturale niente di strano che esse intendano le diversità rispetto all’Europa ed alla sua tradizione culturale. Qui non si tratterebbe più di una normale ‘diversità’, ma dell’irruzione anche in tale ambito della categoria del ‘diverso’, fondamento del ‘politically correct‘ e della ideologia globalista, mondialista e terzo/quartomondista, i cui effetti ricadono su tutta l’Europa nel momento in cui la Commissione Europea cerca di modellare il nuovo pensiero unico europeo (basti pensare alla retorica sui migranti e sui culturalmente, rispetto all’Europa ed all’Occidente, diversi ecc. ecc.) e di imporlo a forza nelle menti degli europei, facendolo entrare in ogni ambito tematico. Figuriamoci se non cercano di farlo entrare nella invenzione ‘Capitale Europea della Cultura’. Al tempo stesso, la parola inquinamento si presta molto bene ai disegni delle èlites europee attuali non solo in ambito culturale, ma anche in ambiti economici (basti pensare al perverso e diabolico progetto degli organi europei di inquinare il ‘made in Italy’ a tavola, favorendo l’invasione sulle nostre tavole di prodotti agricoli del Maghreb, africani e del Terzo/Quarto Mondo in genere). Diversità da cosa, dunque? I criteri sono tanti, tutti abbastanza vaghi e, come se non bastasse, nel corso degli anni sono cambiati di continuo.
E se i cittadini non si fanno coinvolgere? Per la U.E. fa lo stesso, tanto il Festival o i Giochi senza Frontiere della cultura saranno già stati fatti. A questo punto diventa finanche superflua la questione intorno alla quale si sono accapigliate le città italiane candidate nel 2014 (o in tutti gli altri anni) alla edizione CEC 2019. Se la legittimazione di questo meccanismo scombinato non c’è mai prima, ex ante, e non c’è nemmeno dopo, ex post (ed abbiamo visto il perché), o comunque non è determinabile perché i criteri fondamentali appaiono oggettivamente discutibili, precari, deboli, incerti, confusi, mutevoli, di difficile valutazione oggettiva e così via, allora che senso ha accapigliarsi e contestare scelte che sono minate nelle fondamenta, sin già dall’atto di definizione delle regole, cioè ‘a monte’, come si suol dire? Prendiamo un ulteriore esempio, un esempio relativo al più decisivo di tutti e cinque i criteri per la selezione della CEC; la partecipazione popolare della città candidata o designata. E se non ci dovesse essere? Che poi ci sia veramente o non ci sia affatto, nulla cambia per la U.E. I giochi son già fatti. Ed allora che senso ha prescriverlo quel criterio principale con tanta enfasi? Senza dire che questo criterio ha valore pari a zero per quanto riguarda il parametro classico e tradizionale di tipo classico-umanistico del prestigio culturale e della tradizione culturale delle città europee. Vogliamo dire, in sostanza, che il primo criterio U.E. per la selezione della CEC riflette perfettamente la generale ‘filosofia’ politica di questa Europa degenerata, che, nel corso degli ultimi decenni ha mortificato, stravolto e rovesciato i paradigmi culturali tipici dell’Europa e dell’Occidente, aprendosi invece ad una concezione spuria e degradata composta (in parti variabili a seconda della situazione) da politically correct (da qui l’ossessiva enfasi sulla diversità) e razionalità economica neoliberista. A questo punto ci viene in mente una domanda; ma è possibile che tutta questa ‘fuffa’ non sembra portatrice di parecchi rischi agli stessi alti burocrati europei? In altri termini, a Bruxelles ed a Strasburgo non vedono quali e quanti possano essere i rischi di questa, che, per non essere ipocriti, non si può fare a meno di definire, ‘fuffa’? Forse, nelle stesse capitali U.E. c’è chi nutre dubbi e questi dubbi fanno capolino dagli stessi documenti ufficiali della Unione Europea:
“Many cities tend to see their role as ECoC as a mega-festival lasting throughout the festive year, or as a big showing-off/promotional operation, forcing an expensive and often ineffective destination marketing campaign. Instead, the programming components should privilege international cooperative ties and complex, preferably multilateral projects, involving local cultural resources and those from other European countries and even those beyond Europe”.
Traduciamo:
“Molte città tendono a considerare il loro ruolo di Capitale Europea della Cultura come un mega-festival durante tutto l’anno della festa oppure come una grande operazione dimostrativa e promozionale avventurandosi in una campagna di marketing molto costosa ed inefficace. Invece, i programmatori dovrebbero privilegiare complessi legami di co-operazione internazionale, preferibilmente progetti multilaterali, in grado di coinvolgere le risorse culturali locali nonché quelle di altri Paesi europei e finanche quelle di Paesi extra-europei”.
In altre parole, il rischio che la celebrazione dell’anno di una Capitale Europea della Cultura si riduca a null’altro che ad un Grande Festival è non solo incombente, ma, da quel che si capisce tra le righe, quasi una certezza. E non è ancora tutto. A tutti coloro i quali, come POTENTIA REVIEW, considerano il titolo CEC non come la certificazione timbrata (di Stato) di un prestigioso status di preminenza culturale o di eccellenza culturale o, addirittura, di primato culturale di una città rispetto al contesto europeo, nazionale o anche solo regionale (come la comune ricezione popolare del concetto di CEC farebbe intendere), ma solo come un Mega-Festival di eventi a fini turistici, allora il passaggio che stiamo per segnalarvi apre immense e insperate praterie. Per stessa ammissione della U.E. infatti:
“The experience of recent years suggests that the knowledge that a competition would be held in a particular Member State has stimulated cities to apply that might not otherwise have done so; many are cities that would not be traditionally considered as cultural centres”.
Traduciamo:
“L’esperienza degli ultimi anni suggerisce che la consapevolezza che una competizione si svolgerà in un determinato Stato membro ha stimolato le città a darsi da fare, visto che altrimenti non avrebbero potuto farlo; molte sono città che non sarebbero tradizionalmente considerate come centri culturali”.
In questo punto vien fuori un’altra assurda contraddizione del titolo Capitale Europea della Cultura, un titolo che potrebbe essere elargito finanche a città che con la cultura assolutamente nulla hanno a che fare. Da questo passaggio si può capire chiaramente un sottinteso della massima importanza che conferma indirettamente quanto appena detto prima. Anzi, le acquisizioni, a detta della stessa Unione Europea, sono due e della massima importanza:
1) Molte delle città designate Capitali Europee della Cultura non sono considerate tradizionalmente come centri di rilevanza culturale;
2) Le attività di un anno di CEC non sono quelle di un centro di una città considerata tradizionalmente come città di cultura, ma piuttosto quelle di una città a cui si dà fiducia perché possa mettere in scena un Grande Festival promozionale, soprattutto dal punto di vista turistico e comunque in base a criteri che con la cultura vera e propria ben poco o nulla hanno a che fare. Il meno che si possa dire circa lo scopo e lo status di una Capitale Europea della Cultura, da quanto traspare dagli stessi documenti ufficiali della Unione Europea, è che la confusione è grande.
“Una città non viene designata Capitale unicamente per ciò che è e per quanto ha fatto. Ad essa viene assegnato il titolo soprattutto per il programma di eventi culturali particolari che propone di organizzare nel corso dell’anno in questione, che dovrà essere un anno eccezionale. In tal senso, il concetto di Capitale è completamente differente, ad esempio, da quello di patrimonio mondiale dell’UNESCO. Non si tratta quindi soltanto di un titolo, in quanto questo viene a coronare un anno “faro” per la città sul piano culturale. Ogni presentazione di candidatura sotto forma di opuscolo turistico della città risulterebbe quindi inappropriata. La città è invitata a sfruttare le sue particolarità e a dar dimostrazione di una grande creatività. A tale proposito il patrimonio e la vita culturale permanente della città sono senz’altro elementi importanti, che costituiscono però soltanto una base per l’organizzazione dell’avvenimento”. Ma non è finita qui. Subito dopo, invece, si può leggere che Il programma dell’anno della Capitale europea della cultura deve rivestire un carattere eccezionale: dovrà essere specialmente creato per il titolo e che “in concreto si tratta, per una città candidata, di sottolineare il ruolo che essa ha svolto nella cultura europea, i suoi legami con tale cultura, la sua appartenenza all’Europa, nonché la sua attuale partecipazione alla vita artistica e culturale europea, con tutti gli aspetti specifici che la contraddistinguono. Tale dimensione europea può essere del pari concepita e vissuta dalla città tramite il dialogo e lo scambio realizzati con altre culture e artisti di altri continenti, al fine di favorire il dialogo interculturale”.
Quindi, appena si dice che il patrimonio culturale della città coinvolta non conta o conta davvero pochissimo, un attimo dopo si dice l’esatto contrario e cioè che il ruolo svolto dalla città nel passato conta moltissimo. Ma se così fosse, ci chiediamo perché Napoli, Milano e Roma non siano state finora nominate capitali europee della cultura. Forse che città come Milano, Roma e Napoli non sono città degne di essere candidate a Capitale della Cultura ed a vincere il titolo? Non facciamo ridere. Tre metropoli come quelle che hanno dentro di sé il 70% della nazione che al mondo offre il 70% del patrimonio artistico e culturale se non partecipano ai Giochi Senza Frontiere della Capitale Europea della Cultura è semplicemente perché sono città di così elevato prestigio culturale da non aver minimamente bisogno di Mega-Festival di promozione turistica o culturale. Allora, se così stanno le cose, e stanno proprio così, torniamo al problema di partenza; cosa vuol dire partecipare o vincere alla lotteria ECOC in termini di prestigio culturale per una città? E quali sono i parametri tali da farci dire che una città è una città di cultura o una capitale della cultura europea? E, poi, città di cultura in quale contesto? Europeo, italiano o solo regionale?
  • Abbiamo cercato fin qui di essere sintetici al massimo perché, se avessimo voluto, avremmo potuto stigmatizzare diverse altre incongruenze e contraddizioni clamorose circa quello che potremmo definire “lo statuto epistemologico” di questo titolo.
  • Fin qui abbiamo sottoposto ai raggi X la natura del titolo ECOC basandoci unicamente su documenti ufficiali della stessa Unione Europea. Documenti che confliggono palesemente con quelli della plurimillenaria tradizione culturale europea. I requisiti di una città di cultura ed a maggior ragione di una Capitale Europea della Cultura non sono questi; lo capisce anche un ragazzino che ha appena finito le scuole elementari. Detto ciò, le Capitali Europee della Cultura ci sono. Esistono veramente ed esistono da secoli, ma non sono quasi mai quelle designate grazie ai parametri inconsistenti del titolo ECOC made in U.E.
Crediamo che quanto finora detto sia già più che sufficiente a mettere in evidenza tutta la profonda insignificanza ed infondatezza del titolo CEC secondo le stesse definizioni della U.E.
A dire il vero, avremmo potuto dirne anche molto di più e di peggio, ma ci siamo limitati soltanto al lato formale e non a quello sostanziale. Poi, ci sono i criteri di assegnazione, che sono ancor più effimeri ed impalpabili di quelli che servono alla definizione. Del resto, se i criteri di definizione sono quelli testé esposti, cosa possono essere i criteri di assegnazione? C’è una analogia con la legislazione fiscale. In uno Stato dove esistono migliaia di leggi fiscali, tra cui molte che si contraddicono a vicenda, poi chi decide veramente è solo l’arbitrio: cioè chi ha potere nell’apparato statale per decidere. Le assegnazioni di questo titolo procedono secondo la stessa logica dell’arbitrio della politica. I cinque criteri di assegnazione, quelli apparenti (il contributo ad una strategia culturale a lungo termine; il contenuto artistico e culturale dei progetti presentati nel Dossier; la dimensione europea dei progetti; la mobilitazione e la sensibilizzazione circa l’evento, la capacità di portare a termine il compito cioè l’evento CEC) sono ancor più vaghi, confusi ed impalpabili dei requisiti formali. Leggendo le tante pagine dei documenti U.E. ci si spazientisce ad un certo punto perché più si ha voglia di capire quali sono i criteri di legittimazione formali e sostanziali di questo titolo in modo chiaro ed inequivocabile, più, invece, si ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad una narrazione autolegittimante di tipo circolare, come nelle credenze religiose primitive, dinanzi a mera e pura tautologia (è così perché è così), che non necessita di dimostrazioni razionali dal punto di vista formale. Figuriamoci dal punto di vista sostanziale. E’ arrivato quindi il momento di proporre ben altri criteri formali e sostanziali per definire una Capitale Europea della Cultura, ma anche una città di cultura.  Eccoli i nostri criteri, ma non solo i nostri. Sono ciò che emerge dalla immensa e lunghissima tradizione culturale europea, la più grande al mondo.
• 1) Il peso, la rilevanza, l’importanza di una città di cultura e di una Capitale Europea della Cultura provengono non da confusi ed artificiosi, quanto arbitrari ed incomprensibili, giochini paraculturali, ma, in primis, dalla storia della città, dal ruolo che la città ha avuto nella storia regionale, nazionale ed europea o addirittura mondiale e dal prestigio storico acquisito sia in campo storico, che in campo culturale. Da questo punto di vista le vere Capitali Europee della Cultura sono sempre le stesse città e lo sono da sempre; Parigi, Roma, Firenze, Vienna, Berlino e qualche altra. Poi, c’è un elenco di città che hanno avuto anch’esse una certa importanza a livello nazionale per quanto riguarda storia e cultura. Pensiamo, ad esempio, a Mantova, a Ferrara, a Napoli, a Torino ecc. Infine ci sono capitali regionali della cultura, cioè città di regioni dove non sono state presenti capitali europee e nazionali ma che sono le città che hanno più prestigio culturale all’interno di una singola regione.
• 2) Il prestigio della sua tradizione culturale è quella ereditata dal passato (intendendo per tradizione culturale tutto ciò che, in particolare, una determinata città ha prodotto nello specifico ambito culturale: patrimonio culturale materiale, accademie, cenacoli, editori, libri, intellettuali, riviste, artisti e quant’altro ha lasciato un segno nella città e, soprattutto, fuori della città);
• 3) Il prestigio culturale di una città proviene dall’entità quantitativa e dalla qualità del suo patrimonio materiale ed immateriale (beni culturali, tradizioni, patrimonio culturale e monumentale ecc. ecc.);
• 4) Il prestigio culturale di una città proviene dal numero e dalla importanza delle sue istituzioni culturali (Università, centri di ricerca, giornali, riviste, teatri e loro attività ecc. ecc.);
• 5) Il prestigio culturale di una città proviene dal numero e dalla qualità di eventi che solitamente si svolgono in quella città con carattere ordinario e regolare ogni anno;
• 6) Il prestigio culturale di una città dipende dal numero e dal livello degli uomini di cultura, degli intellettuali di quella città e dalla loro capacità di produrre dibattito culturale, di produrre e non solo di consumare cultura, sia a livello locale, sia ancor più a livello nazionale ed oltre;
• 7) Il prestigio culturale di una città si determina, per finire, anche in base agli indici di sviluppo culturale, tra cui il consumo e la lettura di libri, il grado di scolarizzazione, di civiltà nel dibattito pubblico e degli stessi suoi abitanti, di affluenza alle manifestazioni culturali vere e proprie e non degli spettacoli di intrattenimento, al numero delle librerie, delle biblioteche e degli istituti scolastici ecc. ecc.
Due città possono entrambe avere tutti gli indicatori a posto, ma il confronto fra di loro può essere penalizzante per una delle due a causa del gap in termini di prestigio sia per numero che per valore e qualità. Questi sono sempre stati e dovrebbero continuare ad essere, U.E. permettendo, i criteri per definire una città di cultura, cioè di una città di solide tradizioni culturali, di interesse culturale non effimero e che possa interessare altre persone fuori dai confini municipali. Figuriamoci, cosa si richiede ad una vera capitale della cultura europea. Neanche a parlarne. Ma c’è anche un discorso di qualità e non solo di numero di eventi o di istituzioni. Solo quelle pochissime città che possono dire di aver avuto una influenza stabile e della massima importanza nella storia politica e culturale del mondo e dell’Europa possono dire anche, senza far ridere, di essere Capitali Europee della Cultura. I loro nomi li ho già fatti; Parigi, Berlino, Firenze, Vienna, Londra, Venezia e pochissime altre. Da tutti gli argomenti che ho sviluppato ed esaminato dovrebbe essere ormai perfettamente chiaro che il titolo in sé di Capitale della Cultura U.E. non è assolutamente né influente, né determinante per valutare ciò che veramente conta e cioè il prestigio culturale di una città, essendo né più né meno che un eventificio, un Mega-Festival, come la stessa U.E. ci avverte. Il titolo ECOC può essere, ma solo, nei casi migliori, stando sempre alle pregresse esperienze di un trentennio di Capitali Europee della Cultura U.E., un buon corroborante della crescita economica e dell’incremento turistico, ma niente di più. Con la cultura vera e propria, con la cultura ‘alta’, con il criterio del prestigio culturale, connaturato invece al concetto di ‘città di cultura’ secondo i tradizionali parametri della migliore e più alta tradizione culturale europea, una Capitale Europea della Cultura targata U.E. ha ben poco a che fare. E’ un concetto del tutto indifferente alla cultura e assolutamente indipendente dal prestigio culturale di una città. La cosa divertente è che lo ammette la stessa U.E. Ciò che conta sono unicamente quei sette parametri che abbiamo appena ricordato ed elencato. Sono questi parametri, che definiscono, non nel giro di un anno, ma nel corso dei secoli, ciò che conta davvero e cioè il prestigio culturale di una città, la sua consistenza di città di cultura (ovviamente, come precisato, a vari livelli territoriali). Questi sette parametri sono legittimazioni ex ante di ogni rango culturale di qualsiasi città ed a qualsiasi livello territoriale e non. Sono il sottostante. Invece, titoli, che, spesso, come ammette la stessa U.E., si rivelano solo come sinonimi di Mega-Festival o di eventifici, senza alcuna legittimazione culturale sia ex ante sia ex post non lo sono. Titoli come CEC sono titolini senza legittimità, senza contenuto, senza ‘sottostante’ ed il sottostante qual è? Il sottostante l’abbiamo già indicato; sono quei sette criteri sostanziali appena elencati. Per chiudere e farla finita una volta per tutte, una cosa è vincere un titolo vago, che non si capisce bene su che cosa si fondi e da che cosa venga realmente legittimato, che viene chiamato ‘Capitale Europea della Cultura’ ed un altro è essere veramente una Capitale Europea della Cultura. Il titolino CEC finisce così col diventare una patacca. La patacca si autolegittima e si illude di creare il prestigio culturale con una narrazione circolare ed autolegittimante che sa di mistificazione e truffa. Il titolo vero si distingue dalla patacca perché non si richiama continuamente solo a sé stesso, ma si richiama ad un sottostante storico oggettivo che sono teatri, accademie, fatti storici importanti e così via.
CONCLUSIONE
Due parole anche sulla assegnazione. Qualsiasi assegnazione specifica sarebbe invalidata sin dalle radici per tutti i motivi anzidetti. Ma vogliamo proprio sforzarci di trovare una legittimazione sostanziale alla scelta ricaduta su Matera. Cosa si può dire di specifico?
Pietro Laureano, architetto, fautore della nomina Unesco e curatore di Matera 2019, in una  intervista rilasciata il 24 dicembre 2019 al “Corriere del Mezzogiorno” getta la maschera:
“La nomina di MT 19 – sostiene Laureano – è arrivata per la sua unicità, per essere qualcosa di diverso. Primordiale. Contrario alla modernità. Questo si sarebbe dovuto mostrare; l’essere la cultura di coloro ai quali la cultura è stata negata. Matera è arcaica. Ha vinto per il suo passato, non per quello che farà”. Queste parole sono in grado di rivelare ulteriormente, e per propria ammissione, un sacco di mistificazioni e imbrogli. Al cantore/fautore/ideologo di Matera 2019 è doveroso far presente che;
1)Matera ha vinto questo titolo per nessun vero motivo legato a fattori culturali, ma perché il PD ha saputo imporre per propri interessi la scelta, stravolgendo quel poco che si poteva capire del senso del titolo CEC. Tanto è vero che subito dopo partirono le proteste di Siena, di Ravenna e della altre città in competizione, città immensamente più prestigiose in fatto di tradizioni culturali e di cultura. Questo sembra proprio essere il discorso appena accennato all’inizio parlando dell’Aquila;
2.) Abbiamo appena detto che, in realtà, quel titolo, tanto più se assegnato a Matera, è una patacca. Cosa è vero riconoscimento e cosa è, invece, patacca l’abbiamo detto poc’anzi. La conferma ce la dà, indirettamente, lo stesso teorico e cantore di Matera e quindi anche di MT 19 quando dice che il titolo è stato assegnato a Matera per la sua unicità (vera o presunta) e non per le cose da fare. Il fatto però è che nel Dossier MT 19 che ha formalmente accompagnato la istruttoria per la nomina (e quelli sono atti ufficiali) si dice l’esatto contrario e cioè che la nomina è dipesa solo dalla intenzionalità futura del centro murgiano di diventare OPEN e di impostare un programma rivolto al futuro. Insomma, la base giustificativa è ufficialmente, per confessione dal sen fuggita dell’architetto Laureano, del tutto farlocca e indefinibile. Doppiamente farlocca ed indefinibile. 
3. Per sua stessa ammissione Matera è arcaica. Ma c’è di peggio, anche se Laureano crede di parlare del meglio. Matera avrebbe ottenuto il titolo, titolo-patacca, non dimentichiamolo mai, per un fatto del tutto paradossale. Questo fatto era stato intuito anche da un altro materano di spicco come Giovanni Caserta e con parole non proprio elogiative. Ma, seppure da angolazioni diverse, una trionfalistico-celebrativa (Laureano) e l’altra (mesta e rassegnata, tutt’ altro che trionfalistica di Caserta), sia Laureano che Caserta (e chi scrive concorda con entrambi)) sostengono che MT ha vinto quel titolo proprio perché in Italia ed in Europa rappresenta il posto più arretrato, arcaico ed estraneo alla grande cultura europea-occidentale. Insomma, un titolo o, meglio, una assegnazione double-face che solo un posto tacciato per decenni come la vergogna d’Italia poteva ricevere. Un titolo che suscita curiosità e può incrementare il turismo (incrementato sicuramente grazie ai non si sa quanti milioni di euro generosamente regalati da Stato e Regione Basilicata), ma che dal punto di vista strettamente culturale, se fossimo stati al posto di un materano, avremmo respinto con sdegno. Parlando per metafore, è come se una volta all’anno la scuola festeggiasse invece degli studenti più preparati e geniali, gli asini dell’ultimo banco. Il senso profondo  è chiaro e confessato. Per premiare Matera come città della cultura, dell’arte e di tutto il cucuzzaro, per premiarla addirittura del titolo doppiamente incomprensibile di Capitale Europea della Cultura 2019,  bisogna uccidere la cultura occidentale nonché tutta la grandissima tradizione culturale occidentale, nata circa 2500 anni fa,  rinnegarla totalmente. Un discorso da folli che solo una Unione Europea degenerata e folle come quella attuale poteva cercare di imporre.
POTENTIA REVIEW 

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