FASCINO E MISTERO DI UNA ECCEZIONALITA’ ARCHITETTONICA A POTENZA: LO SKINNY REALE

Immaginate di avere sott’occhio un quadro o una scultura o un edificio che conoscete bene ma solo perché li avete sempre visti ed immaginate che, poi, un bel giorno, cominciate a chiedervi: “Ma cosa so io di questa cosa qui che vedo da sempre?”. Così vi viene curiosità di leggere qualcosa per istruirvi ed informarvi. Però, al passo successivo, vi accorgete di un fatto veramente strano. Su quella cosa che credete di conoscere così bene perché l’avete sempre vista non è stato scritto un solo rigo, non c’è alcuna traccia. Non ve ne è traccia in nessun posto che mi è stato dato verificare né direttamente, né indirettamente. Non ve ne è traccia nemmeno nell’Archivio Storico Comunale. Ma dirò di più; non esiste nemmeno la documentazione più scontata tipo passaggi di proprietà nell’archivio notarile e in nessun altro posto. ecc. Non esiste nulla di nulla, nemmeno la traccia documentaria più esile. E a questo punto la cosa comincerà a sembrarvi enigmatica, addirittura misteriosa. Molti enigmi e misteri di Potenza li ho risolti dopo la bellezza di ben 204 articoli e testi pubblicati in quattro anni di attività di questa rivista on line POTENTIA REVIEW. Con questo articolo vado a colmare una lacuna di Potenza (un’altra) che è durata un secolo intero  un altro mistero potentino che ha molte spiegazioni. Non solo spiegazioni burocratiche, ma che è stato possibile anche perché questa città, l’ho detto già tante volte, è stata al centro di una strana congiura ordita proprio in ambito cittadino e regionale. Una città che ‘doveva’ apparire come insignificante, senza storia, senza eccellenze monumentali, senz identità e, insomma, senza qualsiasi cosa. Ma questo è un leit motiv che riprenderò ancora tante volte. Voglio tornare alla scoperta ovvero alla difficilissima ricostruzione (mi ci è voluto un anno di tentativi, spesso inutili, perché era come scontrarsi con un fantasma) di una eccellenza architettonica (un’altra ancora) che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi ma della quale non abbiamo mai letto o saputo niente. Anche se qualcuno avesse voluto saperne di più, le difficoltà che avrebbe trovato sarebbero state tali e tante da indurlo a lasciar perdere, come stava accadendo anche (dovrei dire, finanche) al sottoscritto.

LA GENESI STORICA DEL PALAZZO

Voglio finalmente parlarvi (è da parecchio che sogno di poterlo fare) di  un edificio d’epoca che a Potenza si è finora chiamato Palazzo Reale. Prima di inoltrarmi nel complesso argomento, voglio anticiparvi che alla conclusione di questa ricerca cambierò il nome del palazzo e proporrò un nuovo nome per un motivo abbastanza intuibile. La curiosa coincidenza del cognome Reale che è anche un aggettivo potrebbe indurre a scambiare, appunto, il cognome per l’aggettivo e potrebbe portare alla scontata domanda: “Ma a Potenza c’era un Re e quella era la sua dimora”. Questa legittima, ma banale domanda, oltre che a mettere fuori pista il lettore o l’interlocutore. non farebbe altro che incanalare la  curiosità per il palazzo verso un binario morto. Quindi, cambierò il nome. Per il momento e per comodità discorsiva lo chiamerò ancora palazzo Reale. Questo palazzo si trova su Corso XVIII Agosto, ovviamente a Potenza. Corso XVIII Agosto, ai tempi in cui il palazzo fu progettato e poi costruito, era denominato Corso Vittorio Emanuele, secondo la spiccata toponomastica risorgimentale e sabauda che caratterizza ancora oggi Potenza. Il primo mistero con cui ho dovuto fare i conti, coerentemente alla assoluta mancanza di documenti edilizi e burocratici, è stata la genesi storica del palazzo. Chi ne era il proprietario? Chi lo ha progettato? Chi lo ha costruito? Perché si chiama palazzo Reale o meglio palazzo della famiglia Reale (ma anche chiamandolo palazzo della famiglia Reale non risolverei il problema della fastidiosa domanda che la denominazione comporta; “Ah… ma quando mai c’è stata a Potenza un Re ed una famiglia reale?”). La faccenda è molto più complicata o complessa di quello che ogni potentino abbia sempre potuto immaginare, sin dal problema della genesi storica. Vado quindi per ordine. Palazzo Reale si chiama così (o, meglio, si è chiamato per quasi un secolo così) perché fu costruito dalla impresa dell’ingegner Saverio Reale. Chi era Saverio Reale? Non mi è stato possibile saperne di più. Ho fatto l’ipotesi che fosse il figlio di Vito Reale, il deputato potentino che divenne il Ministro degli Interni del Regno d’Italia, nell’ultimo governo del Regno, il governo Badoglio, il primo governo italiano che aveva competenza su pezzi del territorio liberato. Dopo il governo Badoglio, Vito Reale fu deputato di Potenza alla Assemblea Costituente nel 1946. Ma non voglio soffermarmi oltre queste due telegrafiche notizie sulla figura di Vito Reale, che nacque nel 1883. Se Saverio Reale fosse stato il figlio di Vito Reale non credo avrebbe potuto già, a poco più di venti anni, progettare un palazzo con le caratteristiche di cui andrò fra poco a parlarvi. E’ vero che un figlio di ottima e potente famiglia e di quelle generazioni era molto più maturo e precoce dei ragazzi della sua età di oggi, ma c’è un limite a tutto. La ritengo una ipotesi poco probabile. E’ più plausibile o verosimile, perché purtroppo qui ragiono solo per ipotesi, che l’ingegner Reale (che ha dato il suo nome al palazzo che ci interessa) abbia avuto a che fare con il prefetto Reale. Questo prefetto che si chiamava Ernesto Reale ed era siciliano di Agrigento ricoprì la carica di  Prefetto di Potenza dal 22 ottobre del 1924 al 16 settembre 1927 e Saverio Reale potrebbe essere stato un suo parente salito insieme a lui a Potenza. E’ un indizio, ma non ancora una prova anche perché troviamo questo ingegnere attivo a Potenza prima del Prefetto Reale. Saverio Reale è attivo infatti a Potenza già nel 1921, insieme agli ingegneri Ricciuti e Simeone, nella sistemazione di Piazza Crispi. Tutto mi fa pensare che sia stato il titolare di una impresa di costruzioni che ha materialmente realizzato il palazzo, ma non è affatto detto che sia stato il proprietario o il progettista. Per cercare queste due figure bisogna andare indietro. Intanto, va detto subito che una notizia certa è che il palazzo fu finito di costruire nel 1927. Ma si lavorava alla sua costruzione già dal 1922. Il palazzo sorge su un pezzo di terreno che apparteneva ad Ascanio Branca e questo è un particolare interessante. Due parole (in attesa di dedicargli un articolo a parte) su questa importante e poco conosciuta figura della storia di Potenza. Ascanio Branca (Potenza 10 marzo 1840– Napoli 6 marzo 1903) è stato un patriota e politico italiano. Come politico, fu uno dei politici italiani più in vista verso il finire del 1800. Fu sette volte ministro del Regno d’Italia e ben quattro volte Ministro delle Finanze dell’Italia fin de siecle. Ma Ascanio Branca, protagonista della politica potentina e lucana per lungo tempo, aveva da giovane combattuto contro i Borboni per la insurrezione potentina del 18 Agosto 1860 e partecipò in seguito alla Terza Guerra di Indipendenza, combattendo a fianco di Garibaldi con il grado di ufficiale di Stato Maggiore. Da generale garibaldino conobbe Francesco Pisanti, che era il comandante del sesto battaglione della Brigata dei cacciatori lucani da lui guidata, cioè guidata da Ascanio Branca. Il fratello di Francesco Pisanti era Giuseppe Pisanti. Due parole anche su questa figura. Giuseppe Pisanti (Ruoti, 19 novembre 1826 – Napoli, 28 novembre 1913), si laureò in ingegneria nella Scuola di Applicazione della Regia Università di Napoli nel 1848. Fu allievo prediletto dell’arch. Enrico Alvino, sostituendolo, come vincitore di concorso, per l’insegnamento alla cattedra di architettura della Scuola di Architettura nel Regio Istituto di Belle Arti di Napoli (insegnamento che tenne fino al 1879) e nel Collegio Militare della Nunziatella. Fu membro della Reale Accademia di scienze morali e politiche di Napoli, della commissione provinciale di Caserta, della commissione dei monumenti di Napoli e del consiglio tecnico ed edilizio del Municipio di Napoli. Tra le sue più importanti opere ci sono le facciate del Duomo di Napoli e quella dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, ma anche il Duomo di Cosenza. Il capolavoro di Pisanti è il Duomo Tonti (altrimenti detta Cattedrale di San Pietro Apostolo) di Cerignola, una maestosa e bellissima cattedrale che è la cosa più bella ed importante in assoluto che c’è a Cerignola. Ascanio Branca aveva molta stima di Giuseppe Pisanti e questi realizza a Potenza anche il palazzo Branca,  poi una cappella funeraria per la famiglia Branca nel cimitero monumentale di Potenza (1888) nonché il Teatro Stabile con il suo maestro l’architetto Alvino. Quindi, l’ordine dei fatti dovrebbe essere il seguente. Ascanio Branca commissiona un palazzo a Giuseppe Pisanti. Branca muore nel 1903 e l’opera viene proseguita dalla moglie di Ascanio Branza e poi dal suo figlio maggiore. Un rapido inciso anche su queste due figure. La moglie di Ascanio Branca fu la nobildonna Anna Caracciolo del ramo di Forino. La famiglia della moglie è una di quelle di maggior lustro e nobiltà della storia del Mezzogiorno e d’Italia, se consideriamo i vari rami collaterali tra cui i Caracciolo di Castagneto. Ai Caracciolo di Castagneto apparteneva Marella Agnelli, moglie di Gianni Agnelli e l’editore Caracciolo che fondò il quotidiano ‘Repubblica’. Forse Anna Caracciolo di Forino era cugina di Marella Agnelli, ma questa è una ipotesi da convalidare e che lascio perdere perché non è centrale nel complesso ed affascinante discorso che sto conducendo. Pisanti sicuramente progetta il palazzo tra i primi del 1900 ed il 1913, anno in cui muore. Nel 1914, il figlio maggiore di Ascanio, ha venti anni, ma poi arriva la Grande Guerra. Il progetto è congelato e molto probabilmente viene ripreso alla fine del conflitto. Nel 1919, Gerardo ha venticinque anni ed affianca la madre nella cura degli affari di famiglia, tra cui c’è anche il nostro palazzo. Abbiamo visto che l’ingegnere Saverio Reale è attivo a Potenza nel 1921 ed è a lui che gli eredi Branca affidano il compito di portare a termine il palazzo secondo i disegni del Pisanti. I lavori vengono ripresi nel 1922 e conclusi nel 1927 e questa data è assolutamente certa. Anna Caracciolo morirà nel 1938 e Gerardo Branca morirà nel 1964, dopo aver vissuto una vita affascinante che lo vide come valoroso militare nella Grande Guerra nella Cavalleria Piemonte (Medaglia di Bronzo), a Porta Susa a Torino nel 1943 nella cavalleria Nizza e Generale del Regio Esercito. Non fece solo una brillante carriera militare, ma si occupò anche di sport. Fu giocatore e dirigente della Lazio, il club calcistico romano. La prima parte col primo ingresso da Via del Popolo, ed in aderenza con il Palazzo Vaccaro, fu realizzata dal 1920 e terminata nel 1922, perché finirono i fondi. A distanza di alcuni anni fu realizzato il secondo Ingresso (dal 1926), e per ultimo il Puntale.

LA STRUTTURA

Il primo motivo per apprezzare il palazzo eseguito dall’ingegner Saverio Reale (e fu lui a lasciare il nome all’edificio) è la sua struttura, la sua forma, la sua morfologia. Il prof. Franco Purini è uno dei nomi più noti della architettura italiana di oggi. E’ Docente presso la Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma (Valle Giulia), è autore di molti progetti e realizzazioni ed ha scritto diversi libri di storia e teoria della architettura, di cui segnalo “La misura italiana dell’architettura”, pubblicato da Laterza nel 2008. Ho conosciuto qualche mese fa Franco Purini durante un convegno svoltosi a Valle Giulia e gli ho parlato dell’enigmatico palazzo Reale di Potenza. Lui mi disse in quella occasione che doveva recarsi di lì a poco nella nostra Potenza per altre questioni e che non avrebbe mancato di dare una occhiata al palazzo. Così ha fatto e dopo mi ha scritto, mettendo su carta le sue impressioni. Secondo Purini, questo nostro palazzo costituisce una “eccezionalità architettonica”.  

“Una eccezionalità architettonica che ha due precedenti”– sostiene il prof. Purini. “Il primo è un edificio di Alessandro Antonelli a Torino, uno strettissimo manufatto chiamato la fetta di polenta. Si tratta di un caso molto particolare di utilizzazione di un acuminato lotto di risulta, esito di una particolarità del tracciato. Un altro esempio di questo tipo di “architetture limite” si trova a Napoli lungo il Rettifilo. Anche in questo caso si tratta dello sfruttamento edilizio di un frammento di un precedente lotto tagliato dalla nuova strada voluta dai piemontesi che ha separato in due parti il centro della città. L’edificio potentino riprende questa modalità ma nella disposizione dei balconi cita in modo molto evidente una particolarità torinese, consistente nello sfasamento dei balconi. Questo tema non compare nell’opera antonelliana, anche se questa deve essere stata sicuramente la fonte dell’architettura potentina. L’inserimento di un morfema architettonico torinese va considerato come un rimando ideale all’audace esperimento dell’autore della casa citata”.

In una successiva mail, Franco Purini aggiunge un altro particolare estremamente interessante. In pratica, mi dice che “l’edificio dovrebbe avere quella forma come risultato della rotazione degli assi del tracciato urbano. Ricorda in qualche modo anche il Flatiron di New York”. In una terza mail inviatami, il noto architetto e teorico della architettura torna a ribadire il suo giudizio secondo cui il nostro palazzo presenta una “disposizione dei balconi che rinvia a un classico tema torinese”. Ciò è senz’altro vero e ringrazio il prof. Purini per aver evidenziato questo aspetto molto originale. Perché originale? Perché di palazzi con i balconi o le balaustre sfalsate non ne esistono quasi. I soli precedenti, e qui Purini ha ragione assolutamente, si trovano proprio a Torino. Per esempio, questo lo aggiungo io, Casa Tasca a Torino e Casa Le Fleur, sempre a Torino, ma anche i tre palazzi del lotto tra Corso Regina Margherita, via Farini e via Manin, progettati da Antonio Vandone di Cortemilia; sempre a Torino.

Tornando invece all’aspetto morfologico c’è da dire che al mondo sono molto rari palazzi, come dire?, magri, stretti, sottili come il palazzo che fino a questo momento chiamiamo Palazzo Reale. Il professore romano ha citato il palazzo che a Torino chiamano ‘Fetta di Polenta’ e che è stato progettato dal grande architetto della Mole Antonelliana. Il suo nome ufficiale è casa Scaccabarozzi dal nome della moglie dell’Antonelli che era la proprietaria di quella strisciolina di terreno di Via Giulia di Barolo nel quartiere torinese della Vanchiglia. Un altro precedente che Purini cita è il Flatiron Building di New York. Il Flatiron della metropoli americana, il cui nome ufficiale è Fuller Building, è un curioso grattacielo a forma di triangolo isoscele, insomma a forma di ferro da stiro (Ferro si dice Iron e da stiro si dice Flat, nel senso che il ferro da stiro rende flat cioè piatti gli abiti stirati). E’ uno dei palazzi che attrae più l’interesse dei turisti (a New York ogni anno ci sono ben 66 milioni di arrivi turistici che vanno ad ammirare cose come l’Empire State Building, come il Flatiron Fuller, Times Square, il Central Park e altri grattacieli e palazzi di grande valore per la storia della architettura; teniamo presente questi dati quando parliamo di turismo in Basilicata ed a Potenza). Sorge spontanea una domanda; Giuseppe Pisanti conosceva un edificio come il Flatiron? Non lo sappiamo ma è possibile. Il Flatiron Fuller Building venne costruito nel 1902 (quindi non solo prima della morte dell’illustre architetto lucano, ma ben venticinque anni prima del palazzo Reale di Potenza) e porta la firma di un architetto molto importante; Daniel Burnham. Qualcuno in Italia ha scritto: Ma non sfugge la somiglianza, sia pure su scala assai maggiore, di Casa Scaccabarozzi a Torino, edificata tra il 1840 e il 1881”. La somiglianza cioè con il Flatiron Building. Adesso vorrei spostare l’attenzione del lettore su un altro aspetto; la forma della pianta. Il Flatiron Fuller è di pianta triangolare. Casa Scaccabarozzi a Torino è di pianta trapezoidale. E il palazzo Reale di Potenza che pianta ha? Ha una pianta trapezoidale, esattamente è un trapezio scaleno, con una punta o puntale molto stretto. Di Flatiron al mondo ce ne dovrebbero essere circa una trentina, ma non me la sento di equiparare la forma del nostro palazzo al Flatiron newyorkese proprio per via della sua pianta, diversa da quella triangolare isoscele del Flatiron. Né posso chiamarlo Casa Scaccabarozzi di Potenza perché, al di là della pianta trapezoidale, ha molti elementi di differenza. Diciamola tutta; Casa Scaccabarozzi di Torino è originale, ma non è bella. Il Palazzo di Potenza in questione è non solo originale, ma molto bello ed elegante. Per trovare una ascendenza più rispondente (anche ai fini del nome da correggere), da Torino e da New York bisogna spostarsi a Londra, puntando l’attenzione sullo Skinny Building di South Kensington, che, però, non presenta nulla di interessante sul puntale oppure sullo Skinny di Coldharbour Lane in zona Brixton, ancora a Londra, il quale però è estremamente povero e malridotto. Sotto il profilo morfologico, ma un pochino anche sotto il profilo stilistico, credo che l’edificio a cui può più essere rapportato è lo Skinny Building al n. 174 di Queen Victoria Street a Londra in zona Blackfriars, vicino al Ponte dei Frati Neri. Se di Flatiron ce ne sono pochissimi al mondo, di Skinny ce ne sono ancor di meno. Per farla breve, d’ora in poi denominerò il nostro palazzo Reale o Palazzo Reale come Skinny Reale, dove Skinny sta per sottile, strettissimo, magro e si riferisce all’aspetto del palazzo; in particolare al lato del puntale.

GLI STILI

Ancor più difficile è stabilire lo stile dello Skinny Reale. Su questo elemento sono d’accordo tutti quelli a cui ho chiesto un parere, anche un vago parere. Certamente, si tratta nel complesso di una opera architettonica molto eclettica. Ma voglio dichiarare con molta franchezza che in un anno (il tempo che ho speso per realizzare la presente ricerca) ho visto una quantità pazzesca di foto di edifici belli ed interessanti di tutto il mondo senza mai trovare un edificio che rassomigliasse veramente allo Skinny Reale. Se quello di Londra gli assomiglia per la struttura e solo un pochino per lo stile, dal punto di vista specifico dello stile l’unico edificio che assomiglia al nostro, almeno sotto l’aspetto del puntale, è un edificio che si trova a Napoli, esattamente nel percorso liberty del quartiere Vomero. L’edificio è l’opera più bella compiuta dal maestro del Liberty napoletano, Adolfo Avena, e il palazzo è il Palazzo Avena. Soprattutto, Palazzo Avena somiglia al puntale del nostro palazzo potentino nel secondo e nel terzo piano del corpo centrale. Pisanti però era morto già da tempo, pur operando a Napoli come Avena, e, soprattutto, il problema è che Palazzo Avena è del 1929 mentre lo Skinny Reale è del 1927 ed è stato pensato ancor prima. Quindi, caso mai, è Palazzo Avena ad avere preso dal nostro, ma non lo posso dire. Non ho alcun elemento per dirlo. Fatto sta che per cercare un precedente bisogna andare un pochino più indietro nel tempo e si rischia di diventare matti perché, come dicevo poco fa, per quanto in apparenza ed a prima vista il nostro palazzo potentino possa sembrare un palazzo come tanti altri, in realtà, non ce ne sono quasi di uguali nel resto del mondo. E con ciò voglio dire anche che il giudizio del prof. Purini è ancor più fondato di quanto lo stesso professore romano possa pensare. Questa è stata solo una delle tante sorprese di questa difficilissima indagine. Tornando al discorso dei precedenti, ne ho trovato solo uno e l’ho già citato; il Palazzo tra Corso Regina e Corso Farini. Ancora una volta, a Torino. Progettato da uno dei grandi architetti del Liberty torinese; Antonio Vandone ed il palazzo torinese è antecedente cronologicamente al nostro. Tra le altre cose, l’eccezionalità del nostro Skinny Reale è esasperata vieppiù da una particolarità tutta potentina; i piani terrazzati. Come tantissimi palazzi di Potenza, c’è la parte di sopra e la parte di sotto. In questo caso, se si osserva la parte di sopra, quella di Via del Popolo, non si resta per niente colpiti. La parte di Via del Popolo è a due piani e sembra un palazzo del tutto diverso. Diverso, ma non separato. La bellezza è tutta nei cinque piani della parte di sotto, cioè quella che dà su Corso XVIII Agosto, già Corso Vittorio Emanuele. E qui che va apprezzata e giudicata la bellezza, il valore artistico e l’eccezionalità del palazzo. Ho già detto della estrema difficoltà di definire lo stile o, meglio, gli stili del palazzo. Si è detto eclettico, ma non posso contentarmi di una definizione così generica. Sicuramente la facciata che dà sul Corso appartiene al linguaggio del neoclassicismo, mentre girando verso il puntale la scena cambia. Vediamo un Liberty (detto anche Art Noveau o Jugendstil o Secession, come si preferisce) ma, a differenza di tantissimi palazzi Liberty di Torino, Milano, Roma e Napoli, in questo caso i tratti liberty sono appena accennati. E’ un Liberty davvero molto sobrio, molto torinese, se si può dire così, ma certamente della Torino Liberty rappresentata da quel palazzo di Vandone a cui ho fatto riferimento,non di altri. Rispetto a quel palazzo torinese, lo Skinny Reale non si ferma solo ad un Liberty molto sobrio, ma anticipa già un modernismo più accentuato strizzando l’occhio all’Art Deco. Anche in questo caso, così come nel Liberty, solo ad una corrente minoritaria dell’Art Deco, detto anche stile 1925, quella corrente molto sobria e già pienamente moderna, specialmente di area anglosassone, i cui riscontri possiamo trovare in opere come la Tiffany Townhouse o come il Lincoln Park Chicago Townhouse, senza trascurare accenni a Charles Mackintosh (Willow Tearooms di Glasgow del 1903) o al palazzo sulla Hans Road a Londra di Arthur Mackmurdo (anche se gli ultimi due non appartengono al genere deco). La protomodernità elegante del puntale, che non prevede nemmeno i motivi floreali tipici del Liberty, è data particolarmente dalle bow windows. Queste ultime sono una innovazione architettonica, che nasce, sempre in area inglese, verso la fine del periodo vittoriano, un momento che quasi combacia con l’inizio del periodo Liberty. Ritornerò a breve sul significato dello Skinny Reale da un punto di vista estetico (nel senso di filosofico) e non soltanto stilistico. 

L’ALONE DI MISTERO

Strada facendo nella ricerca e nella riflessione, ai già tanti elementi di interesse e di fascino estetico, se ne è aggiunto, in modo del tutto fortuito ed imprevedibile, un altro, un elemento che, come dire?, chiude il cerchio. Parlando delle difficoltà della ricerca e dello studio all’amico e concittadino Roberto Pontolillo, consigliere dell’Ordine degli Architetti di Potenza e provincia, egli mi ha detto che abita nei pressi del palazzo da tanto tempo e che anche a lui sarebbe interessato sapere qualcosa del nostro palazzo misterioso. Ha anche aggiunto che avrà visto quel palazzo migliaia di volte e che adesso voleva andare ad osservarlo più da vicino. Così ha fatto e dopo un paio di giorni mi ha telefonato, dicendomi che, con sua grande sorpresa, aveva scoperto qualcosa che gli era sempre sfuggito. Infine, la sua rivelazione e la sua tesi; lo Skinny Reale sarebbe, o è, un palazzo che vuole comunicarci qualcosa. Chi lo ha progettato voleva comunicarci qualcosa. In altre parole, nei rapporti fra le varie componenti, nei numeri degli elementi architettonici, sarebbe, o è, celato un significato nascosto. Un significato esoterico. Esoterismo massonico. Questa è una ipotesi molto affascinante e quindi lascio svolgere il tema a chi lo ha elaborato. Cedo, quindi, la parola all’architetto Roberto Pontolillo:

“Tutto il fabbricato – dice Pontolillo –  è intriso di simboli esoterici, e sembra sottendere l’invito a percorrere un viaggio di scoperta, un invito indirizzato soprattutto a persone iniziate, che riescono a leggere tra le righe compositive del progettista. Molto probabilmente, si tratta solo di suggestioni, ma alcuni simboli sono impossibili da trascurare. Comincio dalle lesene. Sono gli elementi di un ordine architettonico addossato alle pareti. Nel nostro caso, sembrano apparentemente disposte secondo un ordine casuale, poiché non sono disposte simmetricamente, e ordinano il fronte su Corso XVIII Agosto in una strana sequenza di moduli, per cui il numero di finestre tra una lesena e l’altra è di: due/cinque/quattro/quattro/puntale. Cerco di decifrarli. Due  sono i livelli su Via del Popolo. Sappiamo che il DUE, per i Cristiani, rappresenta la doppia natura di Cristo: la divina e la umana. Per i Pitagorici è la Diade, il principio bipolare, il principio generatore che esteriorizza Dio nello spazio e nel tempo. Il DUE, inoltre, è il primo dei numeri pari: come l’1 è maschile, il 2 è il suo contraltare diretto femminile,  “negativo”, connesso alla ricettività e al “male”. Le caratteristiche legate al 2 sono quelle che tradizionalmente si associano alla femminilità: morbidezza, dolcezza, modestia, docilità, subordinazione, ma anche malizia, astuzia, crudeltà sottile, infedeltà, doppiezza. È la base di tutti i dualismi e le simmetrie, nelle opposizioni di genere (maschile – femminile), nelle opposizioni soggettive (finito – infinito, momentaneo – durevole, attivo – passivo, positivo – negativo) secondo diversi gradi di approfondimento, e altri criteri di simmetria, nell’uomo abbiamo la duplicità espressa con due mani, due piedi due occhi, due orecchie, due narici, due emisferi cerebrali. E ora il numero cinque. CINQUE sono i livelli su Corso XVIII Agosto. Il CINQUE è collegato alla consapevolezza dei cinque sensi così come alla protezione. Rappresenta anche il servizio agli altri. In quanto numero delle dita della mano, il cinque indica il potere dell’uomo. Cinque piani in Corso XVIII Agosto più due piani in Via del popolo e fanno sette. Il numero SETTE è la somma del DUE e del CINQUE. Era considerato dai Pitagorici come un numero religioso e perfetto, ed era chiamato Telosforo perché in Lui tutto l’universo e tutta l’umanità è portata al punto culminante, che è quello di riunire nell’Unità, tornare alla sua condizione originale, unicità. Il numero Sette è il giorno festivo di tutta la Terra, il giorno della nascita del mondo. Nel cuore, vi sono Sette cavità, Quattro inferiori e Tre divisioni superiori. L’Agnello, simbolo di Dio manifestato e sacrificato per il mondo, nel libro dell’Apocalisse di Giovanni è descritto con Sette occhi. Sette sono gli orifizi del capo. Il QUATTRO è il primo numero pari non primo, e il tetraedro, la più semplice figura solida, ha quattro facce. Da quest’ultima interpretazione viene quindi associato alla materia e alla Terra in particolare, così come la Terra è legata ai quattro punti cardinali (Nord, Sud, Ovest ed Est). Un altro concetto legato a questo numero riguarda il tempo in quanto l’anno è diviso in quattro stagioni, i mesi hanno all’incirca quattro settimane. Il numero Quattro “4” rappresenta i bracci della Croce Templare. Quattro sono i numeri della Tetractis di Pitagora. Quattro sono gli Elementi, quattro sono i punti cardinali (i quattro sostegni del cielo, i quattro venti). OTTO. Si ottiene dalla somma dei DUE moduli da QUATTRO. L’infinito: è questo il primo significato attribuito al numero Otto. E l’infinito è indissolubilmente legato al Karma, alla fecondità e alla prosperità. Il numero 8, quindi, come simbolo dell’infinito, del riflesso dello spirito nel mondo creato, dell’incommensurabile e dell’indefinibile. Il numero Otto “8” rappresenta le quattro coppie di sostanze divine, il doppio quadrato, i quadrati dello Spirito e della Materia, il processo mediante il quale lo Spirito discende nella Materia, e questa risale verso lo Spirito. “II mondo di Pitagora” ci dice Plutarco, consisteva di un doppio quaternario. La Tetrade o Quaternario, riflettendosi su sé stessa, produce le quattro coppie, il numero Otto. L’Otto simbolizza il moto eterno e la spirale dei cicli, rappresenta la respirazione regolare del cosmo. Dal punto di vista prettamente esoterico, il numero 8 simboleggia la Giustizia rappresentata da una bilancia con due piatti. Trasposta nell’intelletto, si eleva oltre ciò che è terreno. Il numero 8 indica l’incognito che segue alla perfezione simboleggiata dal numero Sette che incita alla ricerca e alla scoperta della trascendenza. Essendo un numero pari, l’Otto è formato dall’energia femminile e passiva. L’Otto è anche il numero che simboleggia la morte, in termini di transizione e di passaggio”.

Anche dopo questa dotta disquisizione numerologica resto un po’ perplesso, ma le mie perplessità cominciano a sparire quando Roberto parla delle Logge e del numero 33.

Le logge, disposte in maniera alternata, sono SETTE al terzo livello, OTTO al quarto, e nuovamente SETTE al quinto. Sono presenti SEI logge (DUE volte TRE) lungo il fronte di Via del Popolo. QUATTRO logge ternarie nel puntale. UNA sul puntale a livello dell’Attico. La loro somma è TRENTATRE. Questo numero si ripete spesso nei testi e nelle tradizioni delle varie religioni del pianeta. In tutte il numero 33 viene identificato come il numero maestro. Nel caso della Bibbia, per esempio, il Re Davide regnò a Gerusalemme per 33 anni e, come tutti sanno, aveva 33 anni Gesù quando morì sulla croce. Infine, il numero 33 è presente anche nella massoneria e rappresenta il grado massimo. Il corpo umano è composto di 33 vertebre; alcuni scienziati sostengono che, secondo recenti scoperte, il feto inizia a sognare nel grembo materno, dalla 33esima settimana”.

Mentre Roberto parla del numero 33, io penso che il 33° è il massimo grado della iniziazione massonica, secondo il Rito Scozzese antico ed accettato. Ma lo lascio concludere:

“Sotto ogni Loggia Sporgente troviamo il disegno di una LOSANGA. Si tratta di un altro simbolo esoterico. Inoltre, riscontro la VESICA PISCIS, cioè un Triangolo Equilatero di lato Uno che s’individua all’interno della Vesica prendendo come riferimento la diagonale di valore Uno per la sua base e la semidiagonale di valore √3/2 per la sua altezza. Dall’intersezione dei Due Cerchi e dagli assi di simmetria nasce la prima figura geometrica, il Triangolo Equilatero di lato Uno, e il primo numero dispari: “Tre”. Per raddoppio (2×3), si trova riflesso un secondo triangolo col vertice in basso, unendoli abbiamo la “losanga”, un rombo perfetto. Nelle rappresentazioni, l’Uno, il Dio Supremo, la Monade, che secondo Pitagora è il Punto Invisibile, giace nel Silenzio. La manifestazione è generata dalla Vesica Piscis e la prima figura geometrica in essa è un triangolo che per la legge della dualità si sdoppia in due triangoli uguali: uno che guarda verso l’alto, la natura divina del Cristo e l’altro che guarda verso il basso, la natura umana del Cristo. Le due nature unite formano la Losanga. Troviamo le losanghe come motivi negli affreschi delle chiese templari. Nella simbologia cristiana il Pesce è Gesù Cristo, chi cammina sulle acque, e che è stato generato dall’eterno femminino, dalla Vergine Maria, la Vesica Piscis. Da considerare anche le balaustre. Nel fabbricato è presente in numero di DUE tipologie, una più tondeggiante, al terzo e quinto livello, ed una più squadrata, al quarto livello. Il nome BALAUSTRA deriva dalla similitudine architettonica della BALAUSTA, detta anche BALAUSTIO (dal latino balaustium, a sua volta dal greco βαλαύστιον [baláustion], fiore del melograno), è il termine botanico con cui si indica il frutto del Punica granatum, comunemente detto melagrano. La balaustra come simbolo viene utilizzato anche nella Massoneria, a ricordo di quella posta all’interno del Tempio di Salomone, per indicare e delineare il limite dello spazio sacro. Ancora oggi nei Templi Massonici delimita l’Oriente, cioè la parte elevata ove siede il Maestro Venerabile. All’interno del Tempio Massonico, il melagrano è posizionato sulla colonna J e indica la fecondità rappresentata dei molti semi collocati nello stesso frutto. Il melagrano simboleggia l’unione di tutti i Fratelli uniti nella Massoneria Universale. Per concludere, passo alle conchiglie che non avevo mai notato prima. Troviamo nel Palazzo DUE tipologie, che costituiscono i fregi degli architravi al secondo ed al terzo livello sul fronte di Corso XVIII Agosto. La conchiglia, da sempre elemento legato all’Acqua, è stata utilizzata nelle arti figurative fin dall’antichità. Nel Mondo Latino la parola “pecten” indica sia la conchiglia, sia l’organo riproduttivo della donna e questo legame conchiglia – vagina – donna -, diventa nel mondo occidentale, sinonimo di fecondità e di vita. Nell’arte Funeraria Romana e poi in quella Cristiana, la conchiglia è posta come simbolo di vita e di resurrezione, così nel mondo Cristiano la conchiglia, simboleggiando la rinascita e alla purificazione spirituale, è legata al Battesimo (rinascita nella Grazia) ed al pellegrinaggio (viaggio di purificazione). La conchiglia che tutti ricordano è la celebre “Nascita di Venere” del Botticelli, che, sospinta dai venti, simboleggia un amore pudico. Sempre dello stesso periodo la simbologia della conchiglia appare anche in architettura così come la dipinge Piero Della Francesca nella Pala di Montefeltro. Tra i tanti significati attribuiti alla conchiglia, vi è anche quello di simbolo di conoscenza superiore, esoterica, che apra le porte di un mondo celato ai più. La conchiglia inoltre, è il simbolo più noto del Cammino di Santiago e di San Giacomo”.

Resto stupefatto da tutti questi riferimenti e dalla preparazione ‘numerologica’ di Roberto. Però, pensandoci bene, il Liberty è fortemente impregnato di esoterismo, è la corrente artistica delle avanguardie del 1900 più fortemente collegata con l’esoterismo, massonico oppure no. Mi limito ad un solo riferimento, ma ne potrei fare anche altri. Nei circoli artistici del primo 1900 si diffuse un vivo interesse per la teosofia, dottrina che fonda la cognizione dei poteri spirituali occulti su uno studio comparativo dei sistemi religiosi del mondo (ispirati dalle teorie dell’occultista Helena Blavatsky). Tra i seguaci delle dottrine occultiste incontriamo il ceco Alfons Mucha e gli artisti simbolisti (i numeri sono anche dei simboli) del gruppo Sursum. Attraverso le scienze esoteriche e le sedute spiritiche si tentava di svelare i più reconditi misteri dell’esistenza. Era quello lo spirito del tempo e gli artisti, tra cui gli architetti, ne erano intrisi.

IL SIGNIFICATO ESTETICO

Dopo la chiave esoterica offerta da Roberto Pontolillo, vorrei concludere il discorso su questa affascinante rivelazione dello Skinny Reale con una chiave estetica nel senso filosofico del termine. Qual è l’idea che questo palazzo mi ha sempre istintivamente ispirato? La risposta l’ho già data in termini stilistici; il passaggio dal neoclassicismo alla prima vera modernità passando per l’Art Nouveau. In perfetta concordanza, del resto, col periodo storico che si viveva tra la fine del 1800 ed il primo1900. Potrei dire anche che era l’epoca egemonica dello stile Liberty-Art Nouveau, nonché della Bella Epoque. Lo spirito della Bella Epoque, ne ho parlato in un articolo già apparso su questa rivista, aveva finito per toccare, partendo da Parigi e dalle capitali del Continente, finanche una delle città più periferiche d’Europa come Potenza. Anche la colta borghesia potentina del tempo voleva partecipare a quella ondata. Ascanio Branca era un Gran Borghese, e non solo a livello cittadino e regionale, ma finanche nazionale nella sua veste di potente ministro delle Finanze del Regno d’Italia (più volte Ministro delle Finanze italiano). La moglie usciva da una delle famiglie della più alta nobiltà storica napoletana e Giuseppe Pisanti era un architetto molto considerato ed apprezzato a Napoli, e non solo a Napoli, nonché fornito di grande cultura. Su questo sfondo, a Potenza era nata sul finire del 1800 la loggia massonica più importante della Basilicata, tuttora attiva, a quanto sembra. Questo palazzo mi ha sempre istintivamente ed intuitivamente trasmesso certe sensazioni particolari; la traccia architettonica dell’età forse più felice della borghesia. Questo palazzo tanto ottocentesco e neoclassico, quanto novecentesco e modernista mi fa oggi pensare alla nostalgia per una stagione irripetibile dell’Occidente e dell’Europa, che è quella nostalgia a posteriori che emana da alcuni libri di Massimo Cacciari, quando il filosofo veneziano ci restituisce un aristocratico ed elitario, ma anche molto borghese, panorama della Austria Felix di fin de siecle – inizio del 1900, stagione poi infranta dalla catastrofe della Grande Guerra e dalla successiva pandemia della febbre spagnola. Mi viene in mente, a tal proposito, l’ideale della vita buona di un filosofo contemporaneo come Jurgen Habermas, apologeta della modernità, anzi della buona modernità, ma mi viene in mente anche la nostalgia che affiorava dalle pagine di un filosofo critico della modernità come Theodor W. Adorno, rapito, come penso sia anche Cacciari, da quella Austria Felix, da quella Vienna felicissima sotto tutti gli aspetti di fine 1800 -inizio 1900. Era la Vienna delle avanguardie letterarie, filosofiche, artistiche ed architettoniche. Era in quegli anni la capitale culturale d’Europa. Era la Vienna del Wiener Kreis, dei filosofi riuniti intorno a Wittgenstein, a Carnap, a Schlick, la Vienna delle avanguardie musicali e di Arnold Schonberg (il pallino fisso di Adorno), la Vienna della psicanalisi e di Freud, di pittori come Gustav Klimt, di capiscuola di architettura come Otto Wagner (Secession Style) e come Adolf Loos. C’è a Vienna un edificio progettato da Loos (un edificio, che, tra l’altro, non piaceva alla Vienna aristocratica e reazionaria di Francesco Giuseppe). L’edificio, che ha segnato una tappa nella storia della architettura, è la Looshaus in Michaelerplatz. La cosa più interessante di questo edificio non sono i primi due piani con i portici, ma i quattro piani superiori. Interessanti perché sono la più riuscita espressione della filosofia architettonica di questo pioniere della architettura moderna. Facciate bianche intonacate con nessun fronzolo o motivo decorativo trasmettono l’ottimismo, la fede nel progresso, soprattutto, la serenità della prima vera modernità. La Looshouse è del 1910. A me la Casa di Michaelerplatz piace, anche se riconosco la validità della critica che  venne mossa a Loos a quei tempi,cioè di aver abbandonato ogni dettaglio decorativo, motivo per cui sembrava vuota, povera e spoglia alla Vienna del tempo, che era una grande capitale europea molto conservatrice, nonostante la eccezionale fioritura di creatività culturale in ogni campo. Perché ho fatto questa lunga digressione? Per due motivi e con questi concludo. Il primo è che lo Skinny Reale mi ha comunicato sempre questa idea estetica, sin da quando ero ragazzo (ma ovviamente da ragazzo più di avere un vaghissimo sentore di questa idea non potevo fare). In altri termini, la stessa idea che mi viene comunicata da questo celebre edificio di Loos. Il secondo motivo è che lo Skinny Reale potentino mi piace ancora di più della Looshaus viennese.

 

PINO A. QUARTANA

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