LE ANTICHE ROVINE DI POTENZA

 

Tante volte ci chiediamo se le testimonianze, soprattutto di epoca romana, che ancora vediamo a Potenza e che costituiscono parte importante del patrimonio monumentale della nostra città (indipendentemente dal fatto che vengano sfruttate anche turisticamente oppure no) siano proprio tutto ciò che gli antichi Romani hanno costruito e che ci hanno lasciato dal tempo della loro lunghissima conquista della città. La Potentia Romanorum che tipo di città era veramente? Cosa accadeva in quei sette secoli, dal II a.C. al V d.C., a Potentia/Potenza? Difficile ancora oggi dare delle risposte precise a queste domande. Certo è, però, che non è neanche del tutto vero che non sono rimaste tracce e che non sappiamo niente di quel periodo. La nostra rivista ha già pubblicato finora almeno sei o sette articoli che indagano la storia di Potenza durante i lunghi secoli della dominazione romana. Sappiamo di sicuro che in quei secoli Potenza (Potentia) era uno dei tre centri più importanti tra quelli che oggi si situano nella odierna Basilicata ed uno dei sette-otto centri più importanti della antica e grande Lucania, insieme a Venosa ed a Grumento, ma anche insieme ai centri della costa tirrenica e della costa jonica. Certamente, Potenza era ed è ancora dopo quasi due millenni, il cuore della Lucania/Basilicata. E, quindi, per tornare al nostro discorso, è possibile che sette secoli di insediamento romano in una città di una certa importanza già per quei tempi abbiano lasciato soltanto un Ponte (il Ponte romano sul Basento), una Villa (la Villa di Via Parigi), una ottantina di epigrafi, un sarcofago e qualche altro reperto che oggi è custodito presso il Museo Archeologico Provinciale? Personalmente, non ho mai creduto che si tratti solo di questo. Intendiamoci; ciò che è pervenuto fino a noi e che vediamo ancora oggi non è affatto poco, specialmente in relazione a ciò che di Romano è rimasto in questa regione (davvero poco o nulla), ma la mia convinzione che Potenza non abbia ancora rivelato tanto altro del suo importante periodo romano, anche per la mancanza di una fase di scavi sistematici, si rafforza sempre di più. La domanda precisa è; cosa ci può essere ancora nel sottosuolo della nostra città? E’ una domanda che, fino a quando non scaviamo davvero nel sottosuolo, può sembrare solo una fantasia o una supposizione. Non avremo mai prove per dire che il sottosuolo di Potenza ci possa riservare altre sorprese. Perché dico ‘altre’? Lo dico perché negli ultimi trent’anni delle sorprese le abbiamo già avute ed in pieno centro storico, cioè laddove Potenza, in fondo, è sempre stata; il mosaico della Chiesa di San Michele, di cui sappiamo ancora poco e sul quale dovremo interrogare a breve la Sovrintendenza ed il mosaico della cripta della Basilica Cattedrale di San Gerardo, del quale sappiamo, invece, qualcosa di più. Sono state scoperte recenti. Scoperte che hanno alimentato la curiosità di chi come il sottoscritto crede che il sottosuolo di Potenza custodisca ancora tante altre testimonianze storiche preziose e prestigiose (di epoca romana e non). A supporto di questa mia convinzione (ed anche nostra, cioè del piccolo gruppo redazionale della rivista ‘Potentia Review’), che si è rafforzata sempre più nel corso degli ultimi due anni, cioè da quando ci siamo buttati nella esaltante avventura di ‘Potentia Review’, ho scovato alcune pagine ad hoc, proprio su questo argomento, scritte nel 1805 da uno dei primi storici della città; Emmanuele Viggiano. Nel suo “Memorie della città di Potenza”, egli riportò, da testimone oculare, ciò che vedeva ancora ai suoi tempi;

“Vi hanno moltissime case diroccate e messe a fuoco sulla sponda del torrente Arritello (oggi; Gallitello n.d.r.), all’una ed all’altra banda, e di seguito sulla sponda meridionale del fiume Basento. Vi sono avanzi di fabbriche presso all’oggi distrutta Cappella di Sant’Oronzio e nella pianura che le sta in faccia dall’altra banda (sponda; n.d.r.) del fiume. Rottami (Rovine n.d.r.) si vedono al di sopra di quel luogo alle coste detto di S. Pietro. Nella città attuale vi sono diversi muri ad opera reticolata molto sotterra nelle cantine. Più innanzi nell’avanzare dei colli si son fatti degli scavi nella Cappella di Sant’Elia e così altrove. La Città, però, nel suo stretto significato, che aveva corona di tanti vichi (tanti vichi, cioè gli insediamenti umani primordiali dell’età protostorica e che caratterizzava le prime città di stirpe sannita ed anche le prime città lucane che erano anch’esse di origine sannita n.d.r.) o nel luogo dove oggi è posta oppure fra le acque del torrente Arritello (Gallitello) e di Basento ha dovuto essere stata fondata. Imperciocché (Giacché n.d.r.) in queste due parti vi han (vi sono n.d.r.) segni di maggiore importanza e di maggiore estensione che ci fan giudicare una di esse aver dovuto aver superiorità sulle altre parti. Là intorno alle correnti, dalla distrutta Cappella di San Cataldo fino al Mulino della Corte per lo spazio di un mezzo miglio, camminando si vedono non interrotte vestigia di mura diroccate; in mezzo alle quali scavandosi ho visto la continuazione di più pavimenti, quali a mosaico, quali dipinti e fatti elegantemente a lastrico, come diciamo. Una parte di questa contrada si dice Murata, nome che può essere derivato o dalla quantità di mure rovinate, che là (ci) sono o da qualche luogo fortificato che ivi avessero eretto dandogli quel nome nei tempi di mezzo (Nel Medioevo n.n.). Nei quali sovente, come il Muratori osserva, davano alle Fortezze il nome di Murata. In mezzo ai rottami (alle rovine) si vede ancora un acquedotto composto di pietre non grandi fatto a volta e col fondo laterizio, ma in pochi passi di distanza dal fiume. Là nei secoli ultimi vedeansi (in quel luogo negli ultimi secoli si vedevano n.d.r.) spesse iscrizioni, al dire di Marino Freccia. Vidi prope flumen antiquas in marmore inscriptiones: le quali oggi sono perite insieme con gli avanzi delle fabbriche sopravanzate. Or qui cade in acconcio il dire, che (ora qui cade a pennello il dire che n.n.) nelle monete che sono dissotterrate e qui e nelle altre parti della città, all’infuori di quelle di rame, sono frequenti sia le greche che le romane. Se ne scavano di Velia, di Napoli, di Locri, di Metaponto e di Taranto … e fra di esse ve ne sono alcune, e per disegno e per incisione, tanto nobili che possono stare a petto (al cospetto n.n.) delle più belle dell’Antichità. E questo è un manifesto segnale della floridezza del commercio e della perfezione delle arti in quella età così lontano da noi.

Il suolo poi della città odierna è suolo abitato un tempo e poi coperto di rovine; sopra delle quali han fondato le fabbriche recenti (le costruzioni recenti n.n.); cosa che, cominciando da Roma, si vede in tutte le antiche città d’Italia. Le opere di mura laterizia e reticolata ad una certa profondità nelle stanze sottane sono frequenti, ma bisognava che prima stessero sopra terra (sopra il livello stradale n.n.). Nel lastricare anni addietro la strada presso il Palazzo del Conte, si scoprì a pochi piedi di profondità la strada antica composta di grandi pietre quadrate, un poco appuntate nella parte di sotto con le quali penetravano due palmi sotto terra; e di queste se ne (es)trassero alcune, che sono ancora là in quel luogo. Alla stessa profondità si vede sotto al pavimento della Cappella di San Nicolò lo strato antico laterizio di altra chiesetta, dove si è trovato qualche antico arredo, la cui età non si è potuto sapere. Ed io fanciullo mi rammento che vidi nello scavarsi le fondamenta di una casa privata dieci palmi sotto terra (il palmo era una antica unità di misura del Regno napoletano e corrispondeva a circa 2,6 metri n.d.r.) la continuazione di un tubo di piombo di qualche oncia di diametro, che fu rotto dai fabbri e portato via. Son queste cose tanti argomenti da far opinare, che nei tempi migliori, non un vico (non i vicoli attuali, ma i villaggi primordiali del tempo protostorico n.n.), ma la contrada principale della città era ivi fabbricata. Come infatti non vi ha (vi è n.n.) nel circondario situazione più acconcia. Né si tralasci di soggiungere che quasi tutti i marmi, che presentiamo al pubblico, ed un’infinità di altri, che ora si vedono cancellati e che furono impiegati duecento anni fa (quindi, nel 1660 circa, a detta del Viggiano n.n.) sono pietre comunali e (ve n’è memoria scritta) nell’alzare le fondamenta del Seminario. Tutti, dico, esistevano e sono nella città odierna. Ed io reputo che quando la città sotto assedio fu presa da Carlo D’Angiò fu in parte atterrata (rasa al suolo n.n.) e sentì poi rovina maggiore dal forte scotimento di terra (Viggiano si riferisce al forte terremoto del 1274 n.n.), pochi anni dopo avvenuto, i cittadini alzarono su le stesse rovine per costruire le loro abitazioni. Imperciocché (Giacchè) nei secoli mezzani (medioevali n.n.) ha dovuto questa città correre la sorte comune delle altre con l’esser distrutta e riedificata; quando costume era dalla fine del secolo sesto, prima dei Francesi, quindi dei Longobardi, e quindi dei Saraceni, mettere le terre a fuoco, trucidare e menare via gli abitanti. E che vi siano state incursioni di Saraceni, ancora ne traiamo argomento dal nome rimasto ad un colle, che sta dappresso alla città, di Campo Saraceno. Or su i rottami (sulle rovine n.n.) di quel guasto reo dovettero alzare le loro case tapine li sopravanzati italiani mischiati ai Barbari; le quali poi con il miglioramento dei tempi son migliorate anch’esse. Ed erano di certo le fabbriche (le costruzioni n.n.) di quell’età non discordi dal costume degli uomini. Cosicché, più innanzi del secolo XI nelle città migliori d’Italia si avevano ancora case di legno coperte di paglia. (Ci) sono in Potenza che hanno l’impronta del Mille (dell’anno Mille n.n.) o di quel torno (o all’incirca di quel periodo n.n.). Come è l’alta Torre dell’un tempo Castello, oggi Monastero dei Cappuccini, e come sono le due Chiese collegiali, le carte delle quali non hanno altra epoca che dal Mille sin qua. E che queste siano forse sopra rovine antiche lo scorgemmo (non è passato nemmeno un anno) dallo scavo che si è fatto di una sepoltura nel cimitero della Chiesa di San Michele ove estrasse le ossa che erano ad una data profondità, scavandosi più al di sotto trovossi (si trovò n.n.) la volta di un’altra sepoltura sottoposta ed altre ossa. Intanto da tutto ciò che detto abbiamo si argomenta che il suolo della città odierna è stato suolo abitato altre volte e fin dai tempi dé Romani, vedendosi in tutti i resti vestigia Romane; che i reperti che si ricavano da tanti diversi siti dimostrano chiaramente essere stati molti allora i villaggi che facevano corona alla città e che la principal parte della città, o nel luogo attuale o lungo la sponda del fiume era allor posta; che non una volta sola ha dovuto all’incendio ed al diroccamento soggiacere e che la sua ultima riedificazione, checché l’Ughelli, Antonino ed altri ne dicano, è anteriore all’Anno Mille dell’era nostra (prima del 1000 d.C. n.n.). Nonostante il guasto (i danni n.n.) avuto dalle truppe di Carlo I (D’Angiò, n.n.) e del terremoto (del 1274 n.n.)”.

CONCLUSIONE

Strabiliante la lettura di queste pagine completamente dimenticate. La Potenza fra fine 1700 ed inizio del 1800 sembra un luogo incantato, dove, ad ogni passo, si incontrano antiche rovine romane. Molte di queste rovine si trovano anche nei casali sparsi intorno alle rive del Basento e del torrente Gallitello e nella verde campagna potentina. Acquedotti romani, ville, iscrizioni e quant’altro. In parte, il fascino di questa vecchissima ed antichissima Potenza lo stiamo riassaporando e riscoprendo da poco. Nel corso degli ultimi decenni, come si diceva in apertura, sono emersi i mosaici delle due antiche chiese del Duomo e di San Michele, ma anche della Villa di Parigi, ormai completamente inglobata nel tessuto urbano. Ma di tutte le chiese citate dal Viggiano, di tutti quei reperti e di quei siti oggi sappiamo ancora nulla o ne abbiamo perso la memoria. E’ stupefacente leggere queste pagine, che ci restituiscono l’immagine affascinante di una delle antiche città d’Italia, col tipico impianto romano-medioevale che hanno le antiche città d’Italia, per l’appunto. E, mentre cresce il sospetto che una gran parte delle meraviglie storico- archeologiche della città siano ancora a pochi metri sotto il suolo, dall’altro, cresce la voglia di verificare la Potenza che si è inabissata nel sottosuolo nel corso di lunghi secoli, andando alla scoperta di una Atlantide perduta a pochissimi metri sotto le nostre scarpe. Ma come si può fare a riportare alla luce, atto di immensa pietà dei potentini di oggi, la città di decine e decine di generazioni fa? Si dovrebbe scavare, ma, a meno che non si sappia già dove scavare a colpo sicuro, tutti gli interessi attualmente congiurano contro una ipotesi del genere in uno spazio urbano già altamente popolato, già saturato e congestionato come quello di Potenza. Eppure un sistema oggi c’è. Senza bisogno di scavare a caso, cosa impossibile, si potrebbe cominciare a fare delle perlustrazioni con un Metal Detector scanner a 3D specializzato nella ricerca archeologica. Ogni anno esce un nuovo modello di ultima generazione e sempre più avanzato. Anche i costi si stanno riducendo. L’ultimo modello con cui è possibile individuare una moneta antica fino a 18 metri di profondità costa ormai solo 6.000 euro. Questo sarebbe un grande obiettivo al quale una delle tante associazioni esistenti ed operanti a Potenza potrebbe dedicare il proprio lavoro. E sarebbe un qualcosa di grande, di eccitante, di emozionante, di entusiasmante; per la prima volta, Potenza rivelerebbe tutti i suoi misteri e tutti i suoi segreti custoditi nel suo sottosuolo da circa 2.500 anni. Secolo più, secolo meno.

 

PINO A. QUARTANA

 

Nella foto; il ponte Romano sul fiume Basento di notte.

Foto di Nicola Cerroni

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