BREVE STORIA DEL TURISMO

Ormai sono anni che ho fatto del “turismo”, o, meglio, dei “vari turismi possibili”, la mia filosofia di vita. E facendo un excursus su quella che è stata la storia dello sviluppo turistico in Italia, non mi sono poi ritrovata così lontana dai canoni del passato in cui in il termine “viaggio” non solo era inteso come la scoperta o riscoperta di nuovi posti ma era essenzialmente un viaggio di scoperta alla ricerca della propria coscienza e personalità. Ogni viaggio, ogni vacanza, ogni turismo ci aiuta a ritrovarci e a collocarci nel giusto spazio che la vita ci ha riservato su questa terra. Come fenomeno socioculturale, il turismo nasce tra il 1600 e il 1700, con quello che era definito il Grand Tour che vedeva impegnati i giovani aristocratici inglesi, francesi e tedeschi dell’epoca a girare l’Europa: si trattava, per lo più, di un viaggio d’istruzione a completamento  del loro percorso di studi che serviva a prepararli a quella che sarebbe stata la loro futura vita di relazioni. Essendo l’Italia ricca di opere d’arte e di luoghi da conoscere e visitare, ecco che spesso ne diventava la meta preferita. Con la rivoluzione francese nascono i primi viaggi d’affari indirizzando la borghesia, specie quella francese e tedesca, in Inghilterra al fine di capire il senso della rivoluzione industriale. Gli aristocratici rimasti preferiscono invece lo svago dorato dei bagni termali. Gli ideali del romanticismo esaltano la conoscenza dei luoghi carichi di storia e arte ma anche la natura da scoprire e da conoscere, specie la montagna (nasce, per esempio la moda dei club alpini e dei Grand Hotel). Nel 1800 viene anche redatta la prima guida turistica stampata contenente informazioni sulla regione del Reno. Con gli anni ‘20 del ‘900 le classi subalterne, piccolo borghesi e anche operaie entrano nel grande circuito turistico. Sono gli stessi Stati, democratici e non, che attivano e promuovono forme di “turismo popolare”, facendosi addirittura promotori delle colonie marine e dei treni speciali per le vacanze. Tali tendenze raggiungeranno il periodo di massima diffusione dopo la seconda guerra mondiale, dando l’avvio a quello che verrà definito il cosiddetto turismo di massa, un turismo standardizzato e stereotipato che troverà il suo massimo “splendore” negli anni ’70 del secolo scorso. Il turismo di massa sarà connotato pesantemente dalla banalità e dal consumismo. I turisti saranno individuati come “galline dalle uova d’oro” che si accontenteranno di ridurre il viaggio ad una semplice e veloce serie di cose da vedere e di facile consumazione (il sightseeing), classificate secondo la loro importanza. Sempre a partire dagli anni ‘70, il turismo inizia però ad essere percepito più come una necessità che come un accessorio, cioè come un qualcosa a cui non si può più rinunciare. Infatti, se nella metà degli anni ‘70, nel periodo del boom economico, undici  milioni di italiani andavano in vacanza, vent’anni dopo ne andavano già ventisei milioni. L’anno scorso ben trentadue milioni di italiani sono partiti per le vacanze, ben  due milioni in più rispetto all’anno precedente! Finalmente, a partire dagli anni ’80 ci si ritrova davanti una società che sembra sapere moltiplicare all’infinito le occasioni che generano turismo per cui si passa “dalle vacanze ai turismi”, intendendo lo spostamento da una concezione convenzionale del fare turismo (vacanza) ad una pluralità di fattori (es. motivazioni, mete, tempi, disponibilità economiche, etc.), tendenti alla personalizzazione dei mille turismi pensabili. Inoltre, per le crescenti esigenze dei turisti il mercato del turismo passa dall’offerta alla domanda. In questo modo, lo “sguardo del turista” non si è semplicemente esteso, ma è divenuto trasversale a tanti altri fattori sociali e culturali: d’altro canto, come diceva qualcuno, “per la maggior parte del tempo siamo turisti, che ci piaccia o meno”.

KATIA LACERRA

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