LO MAGNIFICO SIGNORE, MESSER MICHELETTO ATTENDOLO, CONTE DI POTENZA.

Tra il periodo, incerto nelle date, della Contea di Potenza di Francesco I Sforza, titolo puramente onorifico (così come quasi tutti gli altri titoli di titolare delle Contee affidate a colui che la storia d’Italia ha designato come il più grande condottiero di ventura e, al tempo stesso, come il più potente ed illuminato principe rinascimentale, sto parlando ovviamente del Duca di Milano Francesco I Sforza), ed il periodo che dà inizio alla dinastia potentina dei Guevara ci sono circa una decina di anni, o quasi, di oscurità totale e di vuoto. Gli storici che si sono occupati di Potenza e della Basilicata (Rendina, Viggiano, Riviello, Pedio) non ne hanno mai parlato. Non so perché non abbiano mai parlato di questo periodo, ma so soltanto che i misteri della storia potentina sono ancora tanti. Il problema di questo vuoto a cavallo tra il 1427 ed il 1444 è stato bypassato con la convinzione che periodi come quello non rappresentino nulla di interessante o, forse, perché sembrava un periodo che non ha lasciato tracce o forse ancora per altri motivi che mi sfuggono. Il periodo ‘vuoto’ è il periodo di Micheletto degli Attendolo, zio di Francesco Sforza, conte di Potenza dopo la contea del futuro Duca di Milano, che, come ho già detto, deve essere considerato un titolo puramente onorifico. Chi fu Micheletto Attendolo?

Micheletto Attendolo (Cotignola 1370 – Pozzolo Formigaro 1463) nel 1419 entrò al servizio della Chiesa con Papa Martino V. Il Papa lo fece creare Gran Connestabile del Regno di Napoli ed egli, dopo la morte della regina Giovanna II (2 febbraio 1435), si pose al servizio di Renato d’Angiò. Fu al soldo di Renato d’Angiò per difendere il Regno di Napoli dalle pretese degli Aragonesi da maggio 1435 ad aprile 1439. Nel giugno del 1440 al servizio di Firenze sconfisse ad Anghiari Niccolò Piccinino, che era al servizio dei milanesi, dove si distinse per le sue abilità nel comando e le sue capacità di stratega, nonostante le divergenze con gli altri condottieri. Nel 1441 stipulò una ferma con la Repubblica di Venezia e venne nominato Capitano Generale al posto del Gattamelata, quindi contrastò gli Aragonesi negli Abruzzi. Micheletto Attendolo guidò le armate della Serenissima veneziana alla conquista di Lecco nel 1447, finendo però sconfitto dai Milanesi. Venne rimosso dal comando e confinato a Conegliano. Queste poche righe sono insufficienti, del tutto insufficienti a rendere esattamente l’idea di chi è o è stato Micheletto degli Attendolo da Cotignola, signore di Acquapendente, di Alianello, Potenza, Castelfranco Veneto e Pozzolo Formigaro. Vale almeno la pena di riportare il giudizio di molti storici coevi e non a Micheletto Attendolo.

 “Uno de’ più famosi Guerrieri del suo tempo.” LOSCHI

Con Muzio Attendolo Sforza  “Che erano de’ primi capitani, che in in que’ tempi avesse l’Italia.” BONOLI

“Per il suo valore posto fra i Capitani più segnalati e illustri.” A. ROSSI

Soldato esperto e prudente, per quasi tre decenni fu uno dei condottieri di maggior vaglia nel panorama militare italiano.”  CAPPONI

 La prima cosa da dire è che Micheletto Attendolo era uno Sforza anche se lo era in  un modo improprio. O meglio; gli Sforza, tra cui il nipote Francesco I Sforza, Duca e Signore di Milano, così come il fondatore della dinastia sforzesca, il padre di Francesco e cioè Muzio Attendolo rinominato Sforza, erano appartenenti alla famiglia degli Attendolo. La seconda cosa che va subito detta è che Micheletto, al pari di Muzio, Francesco e del Gattamelata, di Braccio da Montone e del Colleoni fu tra i più forti e prestigiosi condottieri di ventura del Rinascimento italiano. La terza cosa da dire è che Micheletto non fu solo titolare delle cinque contee succitate, ma, come ho fatto già cenno, di altre prestigiosissime cariche accumulate stando al servizio del Papa, della dinastia angioina del Regno di Napoli, di Firenze e di Venezia. Fu anche il glorioso vincitore della famosa Battaglia di Anghiari, vinta a favore dei fiorentini, per non parlare della non meno celebre Battaglia di San Romano. La quarta cosa da dire è che se a noi sono giunte molte notizie sulla vita e sulla struttura interna delle Compagnie di Ventura rinascimentali italiane, ciò si è reso possibile proprio e solo grazie a Micheletto degli Attendolo, che aveva costruito una organizzazione capillare, non solo di tipo militare, in cui non mancavano segretari, notai, contabili e tante altre figure. Tutta la vita di quella che fu una delle primissime Compagnie di ventura italiane è stata trasmessa a noi grazie ai registri della Compagnia, tenuti da messer Viviano da Arezzo, che, allo scioglimento della Compagnia, li donò ad una splendida istituzione privata di Arezzo; la Fraternità dei Laici di Arezzo, fondata nel 1265, e tuttora operativa con una suggestiva sede in un palazzo storico di Arezzo, che si trova (lo dico per chi almeno una volta è stato ad Arezzo) nella Piazza Grande, la sbilenca e pendente piazza principale della affascinante città toscana. La quinta cosa da sottolineare è che delle cinque Contee che riuscì a conquistare nella sua vita leggendaria la più importante, tanto più vista con occhi contemporanei, è stata quella di Potenza. Detto e specificato ciò, si apre o si dovrebbe aprire uno spazio di approfondimento e di curiosità per i potentini. L’ho già premesso; di questa grande figura del Rinascimento italiano che ebbe a Potenza la sua contea più importante nel lungo corso di quasi seicento anni non se ne è mai parlato e non si sa ancora assolutamente nulla. Intendo dire; non se ne è mai parlato a Potenza. Ed aggiungo una seconda premessa e cioè che anche se ci sono problemi di ricostruzione storica l’interesse di chi scrive è stato centrato sulla seguente questione. La signoria potentina di Francesco I Sforza, predecessore alla Contea di Potenza di Micheletto Attendolo, fu del tutto onorifica, visto che il futuro Duca di Milano di contee ne aveva dappertutto in Italia e che fino al momento in cui non conquistò la Signoria milanese passava la vita da un campo di battaglia ad un altro. Come fu, invece, la signoria di Micheletto alla Contea di Potenza? Fu anche quella del tutto onorifica oppure, anche considerando che Micheletto faceva le stesse cose del nipote (spesso combatteva con lui al suo fianco ed altre volte combatteva anche contro di lui, come accadde a Caravaggio, la tappa che segnò la fine della sua magnifica carriera di condottiero), fu un po’ diversa? La questione è importante anche in relazione al prestigio storico di Potenza; Micheletto lasciò a Potenza delle tracce, rispetto a Francesco Sforza, oppure no? Noi sappiamo ormai, e lo abbiamo visto nelle mie ricerche sui Guevara, che il radicamento di una dinastia nella città sede della sua Contea o del suo Ducato o di uno Stato è molto importante per il prestigio storico. Il prestigio storico viene, a volte, al Signore dall’importanza della città sede della sua Signoria (Francesco Sforza fu quello che fu perché fu il Duca e Signore di Milano non di Pizzo Calabro, tanto per dirne una, tanto è vero che quello fu sempre il suo vero sogno). Altre volte il prestigio storico si trasmette dal Signore alla città sede della Contea o della sua signoria che ne guadagna dal prestigio della dinastia o del Signore a capo di essa, ma non solo. Viene anche dal radicamento della dinastia nella città sede della Contea. Viene anche dal fattore-radicamento. Abbiamo visto che nel caso dei Guevara la città di Potenza si è giovata molto dal prestigio dei Guevara, che non era meramente locale, come per altre famiglie nobili ed illustri italiane e del Regno di Napoli. Ma il prestigio della Casata o della Dinastia si consolida per la città sede della Contea o del Ducato anche in relazione al radicamento della dinastia o del Signore nella città di cui ha la titolarità. Ci sono due estremi in questa valutazione storica. Il primo polo è quello delle città che erano sede di Stati. Firenze, Venezia, Napoli, Roma, Mantova sono state quelle che sono state non solo per il prestigio dei Medici, degli Estensi, dei Dogi, dei Papi o dei Re, ma perché Dogi, Papi, Re, dinastie e Signori vivevano la città sede del Ducato o dello Stato o della Signoria. La vivevano di persona. Erano radicati in quelle prestigiose ed illustri città ed essendo radicati in esse ne fecero quelle splendide città d’arte che tutto il mondo ci invidia. Il prestigio di insediarvi delle corti con letterati, artisti e musicisti, il prestigio di abbellirle costruendovi palazzi sontuosi, giardini, mura, ponti e quant’altro. Ma torniamo a Potenza. La questione, come nel caso dei Guevara, dove un certo radicamento ci fu, come nel caso della Contea potentina di Francesco Sforza, dove il radicamento non ci fu nel modo più assoluto, è quella; nel caso della Contea di Micheletto ci fu un minimo di radicamento? O, almeno, se non si può parlare di un vero e proprio radicamento, Micheletto degli Attendoli, uno tra i primissimi Condottieri di ventura del Rinascimento italiano, lasciò qualche traccia di questa sua Signoria a Potenza, qualche traccia del suo passaggio a Potenza? Considerando che la documentazione storica di quel periodo è ancora molto lacunosa ma anche a livello nazionale, considerando che ‘Lo Magnifico Signor Messer Micheletto degli Attendoli’ si spostava in tutta Italia di continuo per ingaggiare battaglie su quasi ogni lembo del suolo italiano e considerando che la storiografia lucana e potentina ha ignorato o nascosto del tutto questa grande figura storica del periodo rinascimentale, bisognerebbe che io dicessi che porsi tutte queste questioni storiche e storiografiche è un esercizio da non intraprendere nemmeno, dato che è un esercizio destinato a sfociare nel nulla. Nonostante queste immense difficoltà mi sono voluto cimentare ugualmente ed ecco cosa sono riuscito a strappare all’oblio del tempo.

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Ad un certo punto, come ho già detto, Francesco Sforza cede la Contea di Potenza al fido Micheletto Attendolo. Anche su questo periodo della antica Contea potentina c’è qualcosa che non quadra con le date. C’è chi segna l’anno 1430, altre fonti indicano il 1436 come l’anno in cui Micheletto Attendolo conquista il titolo di conte di Potenza. Altri ancora invece vanno indietro di qualche anno, al 1427, e c’è anche chi dice che Micheletto assunse il titolo di conte di Potenza già nel 1420, quando la prima moglie, Polissena Sanseverino, gli portò in dote quindici feudi, tra i quali Torre Amara, S. Marco, S. Martino in Terranova, Tursi, Tito, Anzi, Potenza, Vera, Campagna, Policoro, Vignola ed Alianello. Sono tutte ipotesi che non provengono da storici lucani o potentini e quindi bisogna fare molte più congetture. Il feudo più importante era quello di Potenza. Quindi, nonostante queste divergenze fra studiosi a livello nazionale e nonostante l’eterogeneità delle fonti, fonti diverse che spesso datano alcuni fatti in momenti diversi, su Micheletto, per quanto riguarda il suo radicamento a Potenza o le tracce lasciate da lui a Potenza, ci sono già più notizie rispetto al quasi zero assoluto della Contea di Francesco Sforza. Dicevo della datazione della signoria comitale di Micheletto. Secondo il Muratori, Micheletto diventò Signore di Potenza non nel 1420, non nel 1427 e neppure nel 1436 ma nel 1433 e a questo proposito scrisse che il grande condottiero di ventura si impossessò della Contea di Potenza e “pigliò l’omaggio di quelli di Potenza” (Rerum Italicarum scriptores). Ma quel fatto non accadde nel 1433. Bisognerebbe anche capire meglio cosa significò in concreto prendere l’omaggio dei potentini. Detto così, il racconto farebbe venire in mente una entrata trionfale in Potenza da parte di Micheletto e della sua Compagnia militare. Ma sono, almeno per il momento, solo supposizioni. Il problema dell’inizio della sua signoria a Potenza non viene risolto lo stesso  in modo indiscutibile, come si vedrà fra poco. Quel che è ancora più certo è che il conte degli Attendoli, tenne la Contea di Potenza per non poco tempo. Ma è ancora difficile dire per quanto tempo la tenne. Anche se dessimo per buona la versione del Muratori, si tratterebbe, pur sempre, di un periodo di dieci-undici anni di signoria potentina. O forse meno. Comunque non proprio roba da nulla. Rimangono insolute alcune questioni; di che tipo di Signoria si trattò? Fu forse per diversi anni solo un titolo totalmente onorifico o da un certo punto in poi diventa qualcosa di più? Come Micheletto Attendolo si impadronì della nostra Contea? Anche questo è un punto difficile da stabilire con certezza assoluta. Egli ebbe la contea di Potenza insieme ad altre terre (terre, non Contee) a seguito del suo matrimonio con Polissena Sanseverino, ma mi sembra difficilissimo che ne sia entrato in possesso già dal 1420, visto che dal 1424 Conti di Potenza sono gli Zurlo. Su questo punto non è solo la storiografia regionale e cittadina (per cui la figura del Condottiero non è mai esistita e quindi, a mia volta, ignoro la storiografia comunale e regionale avutasi fin qui), ma è la storiografia nazionale sul Rinascimento in grande difficoltà. L’ipotesi più probabile è che Micheletto abbia perduto la Contea di Potenza dopo che gli era pervenuta dal primo matrimonio con Polissena Sanseverino anche a causa della prematura scomparsa di lei o che l’abbia perduta per altri motivi legati alle sempre mutevoli sorti dei conflitti militari e politici in cui aveva parte. Sembra più certo il fatto che il grande Capitano di Ventura volle riconquistare la sua Contea potentina nel momento (il 1435) in cui viene ingaggiato da Renato d’Angiò e dalla moglie, Isabella di Lorena, per una ferma di almeno quattro anni da svolgere nei territori del Regno insidiato da Alfonso d’Aragona. L’ipotesi più probabile, per non dire proprio sicura, è che la Contea di Potenza fu riconquistata dal grande Condottiere romagnolo grazie alla regina Isabella di Lorena che gliel’aveva concessa o restituita dopo che era scesa a Napoli verso la fine del 1435 per assumere la Luogotenenza del Regno, in momentanea assenza del marito Re Renato, che poi riuscì a raggiungere la moglie a Napoli poco dopo. I potentini videro gli uomini del nuovo conte, Micheletto degli Attendolo appunto, il giorno 15 aprile del 1436 quando a Potenza si presentarono per rilevare la Contea gli uomini delle squadre del cugino di Micheletto.

«Lo signore Michele ebbe Potentia da la regina Ysabella a 15 de aprile, Marcho de Attendoli fece la entrata», da L. BOTTA, Una inedita cronachetta degli Sforza, in ASPN, 1894 (XIX), pp. 718- 739, p. 734.

Si tratta di Marco detto anche Marchetto degli Attendoli. Quattro giorni dopo, il 19 aprile del 1436, si materializza in città anche il Condottiero di ventura; Micheletto Attendolo. Le cronache sono diverse, ma entrambe (sono due) riportano il fatto che il nuovo conte “pigliò l’omaggio da quelli di Potenza”. Lo riporta il Muratori, lo riporta il Raymo e sulla questione torna anche la giovane ricercatrice Elvira Vittozzi. In realtà, la presa di Potenza da parte di Micheletto si era già avuta il mese precedente perché in una minuscola noterella dei registri aretini trovo il seguente appunto che riguarda Carega da Lodi, uno dei veterani dell’Attendolo. La nota dice riguardo a Carega.“che fu casso a di 12 marzo 1436 e lo Signore lo mandò a guardare la Tore di Potenza perché non era sano e datoli questa fortezza in sulle mani per meriti suoi”. Il termine ‘casso’ da tempo in disuso designava veterani della grande Compagnia di Ventura che erano ormai per l’età e le ferite logorati nel fisico e nell’animo ma di cui il Magnifico Signor Micheletto non voleva privarsi ed allora li destinava a compiti più leggeri quali, ad esempio, la vigilanza dalla Torre di Potenza. Quale possa essere stata questa torre? Molto probabilmente quella che da lì a pochi anni fu chiamata Torre Guevara. Una ipotesi che non ha certezza assoluta ma che, a mio parere, è qualcosa di più che una ipotesi è che Micheletto degli Attendolo, pur sapendo bene di non essere disceso nel Regno per fare il conte (cosa di cui dubito sarebbe stato appagato) e quindi sapendo bene di doversi spostare di continuo anche nel Regno di Napoli per salvare la corona angioina, purtuttavia deve aver valutato con un certo orgoglio l’eventualità di privilegiare la città sede della ‘sua’ Contea per una serie di incombenze militari, ma anche di tipo non esclusivamente militare. E da qui si deduce anche una certa volontà di porre qualche radice e di onorare la città sede della sua contea, per quanto possibile ad un grande condottiero di ventura, che per sua scelta e natura, aveva una specie di corte itinerante (e non poteva che essere così). Una vita sempre in movimento e fatta di continui spostamenti. Gli esempi di questa centralità della sua contea potentina all’interno della campagna a favore degli Angioini e che spaziava dall’Abruzzo alla Calabria non sono proprio esigui. Per esempio, i potentini. Nella Compagnia dello zio di Francesco Sforza ce ne sono diversi. C’era maestro Giovanni da Potenza in altra scrittura indicato come Mastro Giovanni da Potentia. Era un fante ed un suonatore di piffero. C’era Domenicho da Potenza trombettiere nel 1447, ma lo troviamo al servizio del conte sforzesco quando già aveva abbandonato il Regno del Sud. Nel 1439 troviamo che a Potenza muore ‘di suo male’ uno dei fedelissimi del Condottiero; Jacomaccio da Verona; muore proprio a Potenza l’11 marzo del 1439. Nello stesso anno c’è un fatterello che fa intuire un minimo di stanzialità e di radicamento di Micheletto e della sua famiglia a Potenza. Da un’altra noterella apprendiamo che nel 1439 i figli di Micheletto si trovano a Potenza e che a loro fa scuola Maestro Filippo da Napoli. Bisognerebbe aprire una piccola parentesi su chi siano questi figli. L’Attendolo ne aveva avuto diversi di illegittimi, come era usanza del turbolento e abbastanza amorale tempo. Questi due fatti mi confermano nella convinzione che Potenza possa essere stata con ogni probabilità  la base più stabile delle operazioni di Micheletto durante la quadriennale campagna per salvare il trono angioino di Napoli. Tra le altre cose, Micheletto fu anche l’ultimo baluardo del Regno Angioino, che durò più o meno 180 anni. Che curiosa coincidenza! Potenza era stata nel 1268 la principale città del Regno in rivolta contro gli Angioini. Questi la massacrarono, come ben sappiamo, e contro Potenza consumarono la più feroce delle vendette rispetto alle altre città ribelli. Mentre nel 1268 Potenza è l’ultimo baluardo della Casa Sveva, nel 1439 Potenza si trova ad essere la roccaforte di Micheletto degli Attendolo e, quindi, dell’ultimo difensore della Casa d’Angiò. Incredibile, vero?

Tornando alla questione centrale del radicamento o delle tracce, i fatti che ho fin qui esposto non sono ancora tutto. Le ‘vacchette’ erano nel 1400 dei contenitori di documenti. Elvira Vittozzi ha fatto un pregevole e certosino lavoro di ricostruzione dei documenti della Compagnia raccolti in quelle ‘vacchette’.

A Francesco di Viviano, che seguiva il campo nei suoi spostamenti, veniva demandato il compito principale di tenuta dei registri Debitori, che avevano un carattere definitivo. Egli, inoltre, classificava, ordinava e numerava le scritture preparatorie, che erano compilate dagli altri amministratori della compagnia, gravitanti attorno alla «casa» del condottiero: il segretario ser Giovanni da Bibiena, lo spenditore Antonio di Taranto, il credenziere Jacomino da Camerino, il maestro di casa Marino di Frassina, i notai ser Bartolomeo da Vignola e Ruggero da Potenza, la donna di Micheletto Isabella da Diano”.

Qui va fatta una ulteriore riflessione che rafforza ancor più la mia convinzione. Nella piccola corte non militare di Messer Micheletto negli anni in cui è conte di Potenza emerge una figura che deve essere stata molto importante per il Condottiero. Si tratta del notaio. E’ messer Ruggero da Potenza. Una figura non militare, ma nondimeno altamente professionale e di una professionalità con un certo contenuto intellettuale. Figure che nel Sud dell’epoca di certo non abbondavano e che si potevano trovare solo in città e sedi di contea. Deve essere stato un contributo significativo quello del potentino Messer Ruggero se lo troviamo in tanti documenti della Compagnia.

“E di’ dare a dì 11 di dicenbre fiorini sei ebe per la rata di ff.3 per lanccia a Polistrina in Calabria di sotto, come apare pachati per mano di notaro Rugieri di Potenza per una sua vachetta sengnata .35. c.2, ebe per la condotta di lancci due, cavalli 6”.

“i saldi della vacchetta .49. tenuta dal notaio Ruggiero di Potenza durante la campagna in Calabria Ultra (settembre-dicembre 1437), anche qui per «ispese di chasa»

“in XV partite per mano di notaro Rugieri di Potenzia, come asengna per una sua vachetta sengnata .49. da c.4 per fino c.6 per XV partite, li qualy à ’uti per ispese di chasa in Chalavria di sotto, come apare partitamentte, valono a 6”.

Riprende la Vittozzi:

“Nei mesi cruciali della campagna in Calabria Ultra (ottobre 1437 – marzo 1438) il notaio Ruggero da Potenza registrò nella vacchetta .35. «di sua mano propia» tutte le uscite della compagnia, pagamenti e spese per gli uomini d’arme tra Palestrina, Seminara, Squillaci, Consoleto, nel mese di dicembre 1437; Bartolomeo da Vignola nel libro A segnò tutte le spese. Poteva capitare che la contabilità di queste squadre fosse tenuta dagli stessi amministratori della casa di Micheletto, inviati al loro seguito. Mentre tutta la compagnia era impegnata nella campagna in Abruzzi nella seconda metà del 1438, un manipolo di uomini d’arme restarono a Vietri di Potenza da dove dirigevano le operazioni militari nella zona di Principato Citra; la loro amministrazione faceva capo ad Isabella di Diano”.  

Un piccolo inciso. Vietri di Potenza faceva parte della contea di Potenza sotto i Guevara. E’ facile ipotizzare che fosse un territorio della contea già precedentemente con gli Angioini.

C’è un altro elemento, anch’esso molto importante per valutare il peso, da un lato, di Potenza nel supporto alla Compagnia del suo conte Micheletto Attendolo e, dall’altro, la considerazione di quest’ultimo verso la città anche ai fini della questione del ‘radicamento’.

Sempre la Vittozzi scrive:

“Un’ultima nota, infine, sulle scritture prodotte da sindaci e camerlenghi delle universitates presso le quali si stabiliva la compagnia per le stanze invernali. Le comunità locali provvedevano all’approvvigionamento della compagnia, come testimoniato dalle numerose scritte contabili di cui ci resta memoria nei registri: l’università di Torre di Mare distribuì nel 1437 grandi quantità di grano, orzo, vino e carne a tutti gli uomini che si trovavano in Basilicata, come testimoniato dalla scritta .7.88. Le forniture delle università sono documentate da un gran numero di scritte di sindaci, capitani e camerlenghi citati nei registri: il quaderno .m. di Antonio di Simone, sindaco di Vietri; la vacchetta .42. di Olivieri, sindaco di Potenza; le scritte .43. e .61. di Angelillo di Paltoria, sindaco della stessa città; la scritta .44. e il quaderno .47. del maestro giurato di Potenza, relativo a delle forniture di grano; la vacchetta .53. di Jannuzzo di Luca, sindaco del Tito; il quaderno .63. del camerlengo di Torre di Mare; la scritta .62. dell’università di Torre di Mare”.

E ancora: “E di’ dare a dì 7 di marzo 1439 duc. diecci di carl. X per duc. ebe Cattarina suo famiglio in Potenzia per mano di Petrino, come asengna per una sua vachetta sengnata .52. c.20, i quali dinari cunttò Marino di Frassina in mani XXV di carl., valono 6 c°”. 6 c significava sei carlini. 

A questo punto una certa sorta di radicamento fiduciario è fuori dubbio. Il supporto dell’Universitas di Potenza (era il nome che nel tempo si dava a quelli che oggi sono i Comuni) e delle Universitas delle terre della Contea potentina (Vietri di Potenza, Tito) è notevole. E’ anche l’occasione per venire a conoscenza dei nomi dei capi dell’Universitas di Potenza del tempo. Nomi di potentini del 1400 che non avevamo mai sentito e letto: il notaio Ruggero, Olivieri, Angelillo di Paltoria, Quaspari, mastro giurato di Potenza nel 1438, Carluccio da Napoli anch’egli mastro giurato di Potenza nel 1438.

Nelle noterelle dell’A.D. 1437 messer Ruggero potentino è indicato non solo come notaio ma come segretario del Signore Magnifico messer Micheletto. Il 2 febbraio del 1437 la presenza degli uomini d’arme è attestata a Potenza da dove essi si spostarono per recarsi alle stanze invernali di Torre a Mare che equivale all’odierna Metaponto. Forse per evitare il clima troppo rigido di Potenza. Molti altri movimenti anche non documentati devono esserci stati e sempre a Potenza e nei dintorni della contea potentina. Più confusa ed in apparente contraddizione con quanto appena detto è la datazione di altri periodi all’interno della campagna. Per esempio, trovo una nota secondo la quale Micheletto si reca a Napoli partendo da Benevento insieme al Re Renato. L’esercito angioino si divise nel mese di dicembre per le stanze invernali. Ma mentre Micheletto degli Attendoli si dirige verso la contea di Potenza, Jacopo Caldora si dirige verso le terre d’Abruzzo. Visto che il Caldora morì nel novembre del 1439 si può ipotizzare che la fase a cui ho appena fatto cenno si sia svolta nel 1438. A questo punto mi viene in soccorso la ricostruzione della Vittozzi.

“Micheletto invia una squadra di uomini d’arme in Basilicata contro Ardizzone da Carrara, condottiero al soldo di Alfonso d’Aragona: «lo .S. lo [Jacopo Zurlo] mandò in Basilichata cuntra Ardicione» (c. 102v). La squadra si compone di Jacopo Zurlo (90 cavalli), Antonello di Piacenza (12 cavalli), Gatto di Torre di Mare (96 cavalli) che si aggiungono alle squadre di Olivo da Barbiano, che già si trova lì per le stanze e di Marco da Cotignola. Questi uomini si trattengono in Basilicata anche per le stanze invernali del 1438: a febbraio e marzo si trovano, infatti, tra Potenza, Viggiano, Tursi, Vietri di Potenza e Torre di Mare. Il 6 aprile 1438 è attestata anche la presenza di Bettuccio nel campo presso Potenza: «in canpo vicino a Potenza» (c. 35v).

L’8 maggio del 1438 una noterella ci informa che il Signore è tornato a Potenza proveniente dalla Calabria.

La traccia più bella, la traccia del suo relativo radicamento a Potenza, relativo ovviamente alle condizioni date molto particolari di quella sua Signoria potentina, non viene però dai campi di battaglia. Ed anche su quanto sto per dire le due o tre fonti convergono. Il 22 gennaio dell’A.D. 1439 ‘lo Magnifico Signore’ onora la città sede della sua contea nel modo più bello in cui può farlo. In quel giorno sposa finalmente la sua donna (“sua femina”), Isabella di Diano (l’odierna Teggiano), e la sposa proprio a Potenza. Dal 22 gennaio dell’Annus Domini 1439 fino al giorno 1 febbraio successivo è documentata la permanenza del Signor Conte Micheletto nella città di Potenza. Il motivo è facilmente intuibile. Potenza fu il teatro non solo del matrimonio, ma anche dei festeggiamenti. Il Magnifico Signore volle che fossero tenuti nella città titolare della ‘sua’ Contea. Quando il 1° di febbraio successivo il Condottiero deve tornare al suo dovere militare, e lo fa rimettendo in piedi il campo di Vietri di Potenza, in città, a Potenza, restano a far compagnia a Madonna Isabella il curatore dei registri aretini, Messer Francesco di Viviano, e Marco Attendolo. Dopo alcuni giorni, i tre raggiunsero Micheletto nel campo di Vietri. Voglio spendere due parole, infine, sul matrimonio fra il condottiero e madonna Isabella da Diano. Credo che si sia trattato di un vero matrimonio d’amore, cosa abbastanza rara per quei tempi. Già negli anni precedenti Isabella era stata non solo compagna fissa del Condottiero, ma era stata anche qualcosa di più; una preziosa collaboratrice e questo dato emerge dalle note aretine con grande evidenza. Un matrimonio d’amore. Tanto più che Micheletto non solo era stato già sposato (ma con modalità forse non del tutto romantiche) con Polissena Sanseverino ma aveva già avuto dei figli. Illegittimi o legittimi è uno di quei punti ancora molto oscuri della sua biografia. Dal matrimonio sembra, dico sembra, che sia nato un figlio: Sansone, un figlio legittimo e anche questo, visti i tempi, è un dato niente affatto scontato. Sansone Attendolo nacque a Potenza nel 1440. Sulla esistenza reale di questo figlio mi è venuto qualche dubbio poiché alcune fonti menzionano solo i figli che il Signore già aveva e di cui si conoscono i nomi, ma niente di più. Però il Muratori nel suo celebre “Rerum Italicarum Scriptores” di questo fatto ne è certo e lo scrive molto chiaramente. Di Sansone Attendolo, faccio l’ipotesi che sia veramente esistito come scrive il Muratori, non si saprà più nulla. Di Isabella di Diano posso dire invece che la troviamo ancora al fianco di Micheletto, suo legittimo sposo, nel 1454, quando Micheletto assume la sua quinta contea, quinta ed ultima, a Pozzolo Formigaro, un piccolissimo paese in provincia di Alessandria. Questa Contea deve essere sembrata già seicento anni fa abbastanza insignificante e svilente al Magnifico Messer Micheletto. Gli era stata concessa dal nipote Francesco I Sforza, nel frattempo divenuto Duca di Milano, con il quale, pur nella gratitudine, se ne lamentò. Ma la sconfitta nella battaglia di Caravaggio e la perdita del feudo di Castelfranco Veneto accompagnati dal licenziamento da parte della Repubblica Serenissima di Venezia erano tre fatti pesanti che avevano posto ‘de facto’ fine alla leggendaria carriera di Micheletto. Nel 1454, a Pozzolo Formigaro, Micheletto è ormai un uomo caduto in disgrazia. Gli restano, oltre alla titolarità della piccola ed insignificante Contea di Pozzolo Formigaro, di cui è tutt’altro che soddisfatto, l’amore della moglie Isabella, della figlia Francesca andata in sposa a Marco Attendolo (anche loro molto probabilmente sposati a Potenza, ma non c’è traccia ufficiale di ciò) anche il sostegno dei figli Raimondo e Pietro Antonio che non sono riuscito a ricostruire con certezza di quale madre siano stati figli. A metà di febbraio del 1463, il grande condottiero, l’eroe della battaglia di Anghiari e di San Romano, il conte di Acquapendente, di Alianello, di Pozzolo Formigaro, di Castelfranco Veneto e, soprattutto, di Potenza, insomma questa leggendaria figura del Rinascimento italiano si spegne nel paesino piemontese. Oltre al ricordo delle sue innumerevoli gesta belliche, ci resta di lui un quadro molto famoso esposto al Museo Louvre di Parigi; il terzo quadro del trittico  del pittore fiorentino Paolo Uccello, ‘La Battaglia di San Romano’, un’opera realizzata nel 1438; guarda caso, quando Micheletto era a Potenza.

PINO A. QUARTANA 

Nell’illustrazione; Paolo Uccello, “La Battaglia di San Romano” (quadro terzo).

 

 

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