UN SECOLO PRIMA CHE A MONZA; LA MONACA DI POTENZA

Penso che chi mi legge possa ricordare a larghissimi tratti la storia della Monaca di Monza contenuta nel grande romanzo ‘I Promessi Sposi’ del Manzoni. Lo scrittore milanese fece diventare quella storia notissima in tutto il mondo, tanto è che ancora oggi, quando si parla di Monza a chi non è brianzolo o monzese viene immediatamente in mente la figura della celeberrima Monaca. Monza ha vissuto anche altri momenti di notorietà, ma la cosa più conosciuta fuori Monza è tuttora la storia della Monaca. Nei ‘Promessi Sposi’ la storia è quella di Suor Gertrude e del suo amante Egidio, ma non erano questi i veri nomi dei due protagonisti della tragica vicenda di passione e di sesso che il Manzoni decise di rendere universale. La storia raccontata dallo scrittore si ispirava a fatti veramente accaduti, ma i veri nomi dei personaggi erano altri. Suor Gertrude, in realtà, era stata Marianna de Leyva, divenuta Suor Virginia Maria, nata a Milano il 4 dicembre 1575 e morta a Milano il 17 gennaio 1650. In realtà, al di fuori degli aspetti boccacceschi, si trattò di una storia molto triste finita tragicamente. La bambina Marianna era trattata malissimo dalla sua famiglia e dal padre in particolare. Doveva farsi monaca a tutti i costi e contro la sua volontà; questa era la decisione presa dal padre già da quando la Monaca di Monza era ragazzina. L’Egidio manzoniano, invece, non si chiamava Egidio, ma era stato Gian Paolo Osio. Il rapporto fra la Monaca Marianna ai voti Suor Virginia e l’Osio, spavaldo briccone sempre in cerca di avventure amorose, preferibilmente proibite con monache o dame sposate, era iniziato malissimo, ma poi l’Osio fu abilissimo a conquistare la Monaca, con la quale mise al mondo almeno due figli, un maschio nato morto, o deceduto durante il parto, ed una bambina, che Osio riconobbe come propria figlia. Ma lo scandalo non si limitò al già gravissimo (soprattutto per quei tempi) scandalo della relazione proibita e dei due figli nati da essa nell’appartamento della Monaca, che si trovava nel convento di Santa Margherita. Il Manzoni non lo dice ma nella storia vera, accaduta tra il 1598 ed il 1608 con strascichi processuali durante ancora vari anni (almeno fino al 1611 certamente), ci furono cose ancor più scabrose. Ci fu innanzitutto la presenza di due suore che ‘coprivano’ la Monaca ed erano sue complici. Queste due suore arrivarono al punto di condividere nel segreto del convento monzese lo stesso uomo nel loro letto. L’orgia era il prezzo che la Monaca (quella reale, storica, non quella del romanzo manzoniano) dovette pagare per avere le due consorelle a sua totale disposizione. Malauguratamente per la gaudente società monacale e soprattutto per l’Osio, un’altra monaca venuta a conoscenza delle indicibili tresche sessuali che avvenivano nel convento, minacciò la Monaca di Monza promettendole di rivelare tutto alle autorità secolari e religiose. L’Osio la uccise e poi uccise anche le due suore-complici perché ebbe paura che potessero parlare. Alla fine di questa scia di sesso proibito e di morte, l’Osio venne tradito dai Taverna nel loro palazzo di Milano ed ucciso. La Monaca di Monza passò il resto della sua vita in una condizione di reclusione rigida e durissima in un convento milanese. C’è da sottolineare il fatto che il racconto manzoniano è la ripresa di un topos letterario della letteratura europea dal Seicento all’Ottocento. Alcuni esempi sono i seguenti:

  • le opere autobiografiche di suor Arcangela Tarabotti (1605-1652) il cui titolo è Inferno monacaleTirannide paterna;
  • le famose Lettere di una monaca portoghese (1669) attribuite alla suora portoghese Mariana Alcoforado, molto popolari nella sua epoca e nel Settecento;
  • La Monaca (La Religieuse, 1796), opera certamente nota al Manzoni, scritta dall’intellettuale francese Denis Diderot, uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo. Poi ce ne furono anche di posteriori al Manzoni. Bene. Detto tutto ciò, ora posso passare a soddisfare la domanda che il lettore certamente si sarà posto fin qui. Perché raccontare su ‘Potentia Review’ una storia monzese-milanese del 1600?

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Lo svelo immediatamente e senza troppi giri di parole. La storia della Monaca di Monza, sia nella sua versione autentica, cioè storica, sia nella versione letteraria e romanzata del Manzoni, a quanto ne so fino a questo momento, trova un solo precedente e questo precedente, in forme non esattamente simili, ma molto simili, ebbe luogo proprio a Potenza. Esattamente un secolo prima della vicenda storica di Marianna cioè di Suor Virginia o di Suor Gertrude. La fonte da cui ho tratto tutta la storia è l’abate potentino Rendina, il primo storico della città di Potenza, vissuto nel 1600, alla metà del 1600 soprattutto. A Potenza lo scenario fu il Convento di San Luca, tuttora esistente e che fra pochissimo tempo tornerà alle sua antichissima facies originale di convento medioevale. Prima di raccontare l’antecedente potentino della Monaca di Monza occorre dire che nei conventi di Potenza c’erano già stati fatti relativi a, come dire?, una certa licenziosità sessuale. Ma non mi soffermo su questi perché mi preme raccontarvi questa storia della Monaca di Monza ante-litteram, la Monaca di Potenza, possiamo definirla tranquillamente così. Si chiamava Violante Anatrone e veniva da Scafati. Era già suora-professa da alcuni anni quando, nell’Anno del Signore 1511, imbastì una relazione sessuale proibita e clandestina con il nobile potentino Jacobo di BonoJoanne, che, come poi accadde un secolo dopo a Monza con il nobile Gian Paolo Osio, si intrufolò nel convento di San Luca e, corteggiando Suor Violante, riuscì a far crollare le sue difese. Dalla relazione fra Violante e Jacobo nacquero uno o più figli (questo dettaglio non è chiaro) e, esattamente come un secolo dopo accadde a Monza ed a Milano, a Potenza lo scandalo fu enorme. Nella nostra città finì però molto meglio che a Milano o a Monza. Il frate Gianfrancesco Cito, Guardiano di Santa Maria del Sepolcro e Commendatario Apostolico per la Provincia di Basilicata per il Giubileo, compi una missione da vero uomo di buona volontà. Perorò la causa dei due amanti proibiti presso il papa del tempo (era Giulio II) ed il Papa gli dette carta bianca per risolvere il caso. Padre Cito lo fece nel migliore dei modi mostrando saggezza, tolleranza ed una civiltà che a quei tempi era cosa molto rara per questo genere di faccende, cosa molto rara, intendo dire, in Italia ed in tutta Europa. Egli decise di dispensare dal voto, fatto nel momento di entrare in convento, Suor Violante. Annullò quel voto sostenendo che Violante al momento di prendere i voti non aveva veramente la volontà di farlo né la vera vocazione. Concedendo a Violante la dispensa, padre Cito la autorizzava anche a contrarre regolare matrimonio ‘in faciem Ecclesiae’ con Jacobo e autorizzava i due amanti in procinto di diventare sposi a riconoscere i figli già nati. I figli sarebbero stati abili alla successione paterna. L’unica coercizione imposta a Violante ed a Jacobo fu quella di versare una somma in denaro per contribuire alle spese del Giubileo.

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Per concludere due osservazioni. Essendo stato il teatro di una vicenda che aveva precorso esattamente di un secolo quella della Monaca di Monza, Potenza, pur sconvolta dallo scandalo, si rivelò non solo tollerante e saggia, ma anche molto ‘moderna’ rispetto a quei tempi. E’ vero che a Potenza non c’erano stati tre morti sulla coscienza dei due amanti, ma comunque fu in quella occasione senz’altro più tollerante e moderna di Milano (ed è quanto dire). La seconda osservazione è di tipo strettamente personale e si collega ad un piccolo episodio occorsomi tre o quattro anni fa, quando, in una delle mie rimpatriate in città (vivo fuori Potenza da trent’anni) fui avvicinato da un gruppo di turisti liguri proprio mentre stavo davanti al Convento di San Luca, meditando sulla sua bellezza e sulle storie che quelle mura custodivano, tra cui quella di Suor Violante, la Monaca di Potenza. I turisti che vagavano senza riferimenti e senza meta per Potenza mi chiesero se gli potessi consigliare qualcosa da vedere e se potessi spiegare loro qualche cosa interessante di Potenza. Siccome stavamo proprio davanti al Convento di San Luca, gli raccontai, per cominciare, due o tre storie proprio del Convento, fra cui questa. Dopo una decina di minuti cominciai a notare che la loro espressione, spenta fino a quel  momento, cominciava ad illuminarsi di interesse e quindi capii subito che la storia della Monaca di Potenza aveva bisogno di essere fatta conoscere il prima possibile, cosa che ho fatto,per l’appunto, in questa occasione.

PINO A. QUARTANA

Nella foto; il chiostro del convento di San Luca a Potenza.

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