IL CONTE ANTONIO GUEVARA CREO’ A POTENZA UNA CORTE RINASCIMENTALE?

Il periodo rinascimentale a Potenza, coincidente con quello della signoria dei Guevara del ramo potentino, è stato sempre trascurato dagli storici locali. Al massimo, di questa Casata se ne è parlato con uno sguardo esclusivamente localistico e con un ‘taglio’ solo cronachistico in modo tale che la ‘polpa’ non è mai venuta fuori. Non si sono studiate né le correlazioni dinastiche e parentali, né il ruolo politico-militare che i signori di Potenza per ben centosessanta anni hanno ricoperto non solo a Potenza ma in tutto il Regno di Napoli e in tutta Italia e neppure, va da sé, il rapporto tra i Guevara potentini ed il mondo della cultura del tempo. Più vado avanti nello studio di questa famiglia, più si accumulano i miei articoli su di essa, più non smetto di meravigliarmi della loro grandezza, una grandezza senza pari in tutta la Basilicata del periodo rinascimentale e che ha dato a Potenza una luce privilegiata ed unica rispetto agli altri feudatari della regione, una luce veramente rinascimentale, che, grazie ai Guevara, poco ha a che fare con gli altri luoghi della regione nel 1400 e nel 1500 e più di qualcosa ha invece a che fare con le celebrate e principesche città rinascimentali italiane che abbiamo cominciato ad ammirare già dagli anni della scuola dell’obbligo. Come ho già scritto in altre occasioni, i Guevara potentini avevano la stessa statura delle più consacrate signorie italiane del Rinascimento. Ciò che impedì loro di trovare la grande fama dei più celebrati signori del Rinascimento furono due fattori del tutto particolari. Il primo fattore fu il fatto che i Guevara di Potenza svolsero sempre diverse funzioni nello stesso tempo, fra cui quella di combattere battaglie altrui, quelle dei sovrani aragonesi di Napoli, ma non solo quelle. Quindi, rimasero sempre dei capitani d’arme e di ventura, pronti ad intervenire con la loro Compagnia di famiglia su ampi scenari meridionali ed italiani (e non solo; basti pensare alla missione di Carlo in terra d’Africa). Questa loro caratteristica li ha tenuti lontani da Potenza molto spesso, impedendo loro di sviluppare la città dalla quale si irradiava la loro influenza, come fecero tutti i signori rinascimentali più noti. Il secondo fattore fu una conseguenza del primo. Mentre i Montefeltro, gli Estensi, i Gonzaga, gli Sforza e tutti gli altri nomi ben noti del Rinascimento avevano un loro Stato autonomo ed indipendente, il territorio dei Guevara non era uno Stato, nemmeno uno staterello, ma era solo una Contea facente parte di un grande Stato come il Regno di Napoli. Due fattori insormontabili, ma la stoffa di principi rinascimentali i Guevara potentini ce l’avevano in pieno. Ne sono sempre più convinto man mano che il numero dei miei scritti a loro dedicati aumenta. Caratteristica specifica dei signori rinascimentali italiani del 1400 e del 1500 era il loro rapporto con la cultura e con poeti, scrittori, artisti, pittori e via dicendo. Quindi, non solo la loro statura politica e militare, ma anche la loro statura culturale. Già ho messo in evidenza negli scritti precedenti questa specifica statura culturale dei nostri signori potentini del periodo rinascimentale (1440 – fine del 1500) e trovo semplicemente stupefacente il fatto che scavando sempre di più vengano fuori sempre più prove di questa loro ‘statura’, pur dando per scontata la estrema difficoltà di reperire tracce e documenti dei loro centosessanta anni di protagonismo. Ancora più sorprendenti sono le tracce culturali che ancora ogni tanto emergono o che riesco, a volte anche fortunosamente, a far emergere dall’oblio della Storia. La mia ultima esperienza in tal senso è proprio di pochi giorni fa. Cercavo una cosa del tutto lontana dai Guevara e dal periodo rinascimentale quando, per puro caso, mi sono imbattuto in un nome che non avevo mai incrociato prima e che non aveva nulla a che fare con la cosa che intendevo ricercare ed approfondire. Avrei potuto saltare quel riferimento fugace, ma essendo divorato dalle curiosità culturali (se non lo fossi non avrei potuto fare nella vita ciò che ho fatto e che faccio, of course) e dal piacere di scovare trame storiche e culturali apparentemente dal nulla, ho deciso di andare fino in fondo, già sicuro che avrei perso solo del tempo. Ed invece no; ho scoperto una ‘chicca’; un’altra ancora. Una ‘chicca’ del tutto imprevedibile. Ma ora è arrivato il momento di scendere nello specifico di questa storia rinascimentale. Prima devo compiere però una premessa su un personaggio della storia culturale del 1400 che non è di Potenza e di cui mai si è parlato nella nostra città; Serafino Cimminelli dell’Aquila detto Serafino Aquilano. Chi era costui, avrebbe chiesto il personaggio del Manzoni? Non proprio un Carneade. Viene considerato una delle figure della poesia e della musica più importanti dell’Italia del 1400. Fu al servizio del cardinale Ascanio Sforza a Roma e nel 1490 lo seguì a Milano alla corte della famiglia del cardinale, quindi al servizio degli Sforza. Nel 1491 tornò a Roma dove iniziò a frequentare il gruppo letterario che si raccoglieva intorno al segretario apostolico Paolo Cortese e strinse una forte amicizia con Vincenzo Colli detto il Calmeta che in seguito sarà il suo primo e tuttora principale biografo. Passato nel 1493 al servizio di Ferdinando II d’Aragona ebbe modo di conoscere i due più grandi intellettuali del Regno Aragonese di Napoli; Giovanni Pontano e Jacopo Sannazzaro. In seguito, venne chiamato ad Urbino presso Elisabetta Gonzaga, poi a Mantova presso la corte rinascimentale di Isabella d’Este e a Milano ancora. L’opera poetica dell’Aquilano è vastissima e comprende una produzione ricchissima di epistole amorose in rima, egloghe a carattere pastorale, strambotti, sonetti e tanto altro ancora. Serafino non ebbe lunga vita. Nato nel 1466 morì nel 1500. Ebbe nel 1500 due o tre biografi dai quali hanno attinto tutti coloro che nei secoli successivi si sono interrogati su questa importante figura della cultura rinascimentale italiana. Qualche lettore si starà già chiedendo perché parlo di Serafino Aquilano. Ci arrivo immediatamente. Come mostrerò fra poco al lettore, ci sono nelle biografie del 1500 su Serafino dei dati che non collimano. Però, un fatto è fuori discussione. Il giovanissimo Serafino Aquilano riceve la sua formazione culturale perché lo zio di Serafino si rivolge ad un potente personaggio del Regno. Chiede a questo personaggio di prendere Serafino al suo servizio e ci tiene molto che sia quel personaggio a prendere il nipote sotto la sua protezione perché il potente personaggio ha anche una sua statura culturale molto rilevante. Il personaggio potente e colto era il conte Antonio Guevara, signore di Potenza per lunghi anni. Tanto colto che fu oggetto delle raccomandazioni non solo di Paolo de Legistis, lo zio del ragazzo, ma anche del Sovrano aragonese, che gli chiese di fare da precettore per l’erede al trono. Questa storia per noi potentini potrebbe già concludersi qui. Abbiamo avuto come signori di Potenza del periodo rinascimentale dei grandi personaggi. Ma l’interesse di noi potentini per questa storia di Serafino Aquilano potrebbe anche andare oltre. Pongo la questione in termini più chiari; in quale misura il grande prestigio dei conti Guevara di Potenza (di cui moltissimi a Potenza ancora non si rendono conto dopo seicento anni), e parlo anche di prestigio culturale, elemento caratterizzante lo splendore rinascimentale, può riflettersi anche sul prestigio della città di Potenza? E’ una questione che si ripropone molte volte in quei centosessant’anni della signoria Guevara e che fa capolino nuovamente anche nella storia di Serafino Aquilano. I biografi cinquecenteschi dicono che Serafino si formò alla corte di Antonio Guevara, conte di Potenza, ma questa corte dov’era? Capirete che potrebbe essere una questione di grande interesse per Potenza, in quanto la nostra città potrebbe essere stata toccata non solo di riflesso dal prestigio e dalla gloria dei suoi signori, ma molto più direttamente. E come va inteso il termine ‘corte’? In senso tradizionale, una struttura aristocratica situata in una città, solitamente la città capitale dello stato (esempio i Gonzaga dello staterello mantovano, i Montefeltro dello staterello di Urbino, gli Estensi del piccolo stato ferrarese e così via) oppure in un senso molto meno enfatico?. Il lettore capirà che uno dei più grandi elementi di fascino del Rinascimento italiano, se non il più grande, di fascino e di prestigio storico, risiede proprio in questo elemento, in questo legame tra la Casata aristocratica e la città dove aveva il titolo, dove aveva sede ed insediamento e anche nel legame tra Casata, città e cultura. E’ una questione storica importante per noi potentini, ma è una questione poco chiara. Nei succinti riferimenti biografici che si possono trovare al giorno d’oggi la risposta è chiara. La corte si trovava a Napoli, cosa, che sarebbe stata molto probabile, se non proprio sicura. Potrei allora già chiudere qui la questione e risolvere subito il dubbio. Però, a pensarci bene, le voci che si trovano oggi non possono che essere state tratte che dalle fonti biografiche originarie e qui scopro una cosetta interessante. Nelle due biografie del 1500, che sono le fonti originarie, dove fosse situata la corte di Antonio Guevara è un dato che non viene indicato. Nella biografia “Di Seraphino Aquilano poeta … Opere, nuouamente ricorrette,&con diligentia” si legge:

“Nell’ano dilla Christiana Salute 1496 che fu l’anno secondo il Pontificato di Paolo II e l’anno XXII di Federico III Imperatore, nel qual morite Francesco Sforza Duca di Milano, nacque Serafino nella città dell’Aquila di Abbruzzo di non ignobile stirpe. Et essendo fanciullo ne havendo anchor  principio alcun di grammatica fu dato da Paolo suo Cio da ragazzo al Conte di Potenza. In dil quale sotto Guglielmo Fiamengo imparò musica. Dopo tornato nella patria…”.

Questa biografia vede la luce nel 1550. E’passato già mezzo secolo dalla morte di Serafino. Si è perso il ricordo fresco; c’è qualcosa che non va in questa biografia. L’anno di nascita, per esempio. Serafino nel 1496 aveva già trent’anni. Non è il 1496 l’anno di nascita bensì il 1466. Comunque, che la corte di Antonio Guevara fosse a Napoli qui non c’è scritto. Prima di esaminare anche l’altra biografia, faccio una breve incursione in un libro recente. Nel 2009 esce un libro dal titolo: “Parlar cantando: The practice of reciting verses in Italy from 1300 to 1600” firmato da Elena Abramov-van Rijk, dove viene affrontato nuovamente il caso Serafino Aquilano.  

“Serafino può aver avuto circa 12 anni – dice l’autrice del libro – ed i genitori si accorsero del talento al punto tale da mandarlo a formarsi a corte per ricevere una educazione”

Ma subito dopo aggiunge: “We read that at the court of Potenza he studied music for some years with impressive achievements” (“Abbiamo letto che alla corte di Potenza egli studiò musica per alcuni anni con impressionanti risultati”). Serafino studiò sotto la guida di Guglielmo Fiammingo ‘musico famosissimo’ a quel tempo. L’autrice, che poi ripete una seconda volta il riferimento alla ‘corte di Potenza’, a quale fonte si abbevera? La fonte è quella migliore. E’ l’altra biografia cinquecentesca, quella di Vincenzo Colli detto il Calmeta, stretto amico e primo biografo dell’Aquilano. Quindi, la soluzione del caso non può che essere trovata in quel libro. Va detto però che non è facile accedere a quel libro. La biografia di Serafino Aquilano scritta dal Calmeta ha per titolo: “Vita del facundo poeta vulgare Seraphyno Aquilano”. Invano, però si cercherebbe un libro con questo titolo. Questo libro non esiste. La biografia del Calmeta è inserita in un libro dal titolo “Collettanee grece, latine e vulgari per diversi Auctori moderni nella morte de l’ardente Seraphino Aquilano”. Un libro impossibile da trovare in commercio (è del 1504). Forse, in una biblioteca ma di quelle grandi. Riesco a sapere che il libro si trova nella ‘Library’ della Università di Oxford. Scrivo alla Biblioteca universitaria dell’università inglese e concordo l’invio scannerizzato per mail dello scritto del Calmeta, pagando un piccolo fee di poche sterline. Finalmente ho il testo che custodisce il rebus. Comincio a leggere: “Seraphino di patria Aquilano desceso de assai honesti parenti nacque in L’Aquila città di Abruzzo l’anno di nostra salute M.CCCCLXVI (1466 n.n.). Sedendo Paulo Secondo in la pontificale sede e regnante Federico Romano Imperatore. Costui non bene hauuti achora li primi rudimenti di gramatica fu da uno suo Cio chiamato Paulo nel Reame di Napoli menato il quale al Conte di Potenza il dede per paggio hauendo lui di quella casa il governo. Era questo Conte notabile principe e advegna che fusse sul fiore di la gioventute nientedimeno era ad ogni Virtute tanto inclinato …”. Ho speso bene le mie dieci sterline? Penso di sì. In primis, ho la conferma di una cosa che già sospettavo fortemente e cioè il grande prestigio di cui il nostro conte Antonio godeva in tutto il regno di Napoli, ma addirittura in tutta Italia (il Calmeta era settentrionale). In quanto alla questione principale, nella biografia del Calmeta, che è l’unica che conti davvero (l’altra assomiglia tanto ad una scopiazzatura), non si parla di Napoli. Neppure di Potenza. Ma neanche di Napoli. Non so il perché la studiosa Elena Abramov-van Rijk, che si rifà al Calmeta, parla di ‘corte di Potenza’ e non di Napoli, ma Napoli sicuramente non viene citata. Poi, giungono altri dubbi. Se si parla di corte nel senso di servizio potrebbe essere più facilmente Napoli, ma se si parla di corte nel senso tradizionale, cioè con un signore che nella sua sede si circonda di musici, artisti e letterati, mi è difficile immaginare Napoli come la corte di Antonio Guevara. Nella corte di Napoli l’unico sovrano era Alfonso il Magnanimo ed i suoi discendenti. E’ vero che Antonio diventò Vicere, ma il Vicere non aveva il prestigio della Casa Aragonese di Napoli e poi lo divenne molto più tardi, nel 1509, e per soli sedici giorni. Insomma, i dubbi restano; sia nel senso napoletano che nel senso potentino.

***

Dopo essere stato in varie città ed in varie corti, Serafino Aquilano approda anche a Napoli, verso gli ultimi anni della Casa Aragonese. Lì conosce tutti i letterati del Regno, un Regno che andava perdendo forza e prestigio culturale rispetto agli altri Stati italiani. A Napoli conosce anche Girolamo Britonio, originario di Sicignano e figlio di un bretone (di qui il cognome Britonio). Collaborano, firmano qualcosa insieme. Ma chi è Britonio? E’ un altro poeta, qualcuno scrisse minore ma io dico che non fu poi tanto minore, che ha qualcosa a che fare con Potenza e più di qualcosa con i suoi signori del periodo rinascimentale; i Guevara, sempre loro. Britonio ebbe più di qualcosa a che fare con i Guevara, ma non con Antonio bensì con il conte Carlo. Emanuele Viggiano in una noterella lo ricorda (E. Viggiano, Memorie della Città di Potenza, 1805).  Lo storico potentino lo inserisce nel novero dei poeti che fiorirono sull’inizio del 1500 e ne parla nei seguenti termini:

“Fra quei ‘poetici componimenti’ vi sono alcune stanze dedicate in lode di Carlo Guevara, conte di Potenza, nelle quali celebrando i pregi del Conte, celebra anche quelli di Potenza, il suo feudo. Ciò che il Poeta dice di Potenza non può essere tutto assegnato al certo, ma poiché  ai Poeti si permette ciò che ai Dicitori si vieta abbiam reputato non disconvenevole cosa aggiungere qui tre di quelle stanze”. Il che lascia supporre che il Britonio ne abbia scritte altre in onore di Carlo Guevara, conte di Potenza, nonché Gran Siniscalco del Regno napoletano. Voglio avanzare una ipotesi un po’ cattiva: ma perché il Viggiano non riporta anche quelle che celebrano più direttamente il conte Carlo?

Non sarà stato mica per gli stessi motivi per cui Britonio si applicava alla sua poesia cortigiana? Viggiano non era un po’ il cortigiano dei Loffredo?  Forse, avrebbe irritato i Loffredo esaltando i precedenti signori della città di Potenza, cioè i grandi Guevara (ben più grandi dei Loffredo e non di poco)?

Comunque ecco il testo del sonetto dedicato da Girolamo Britonio (1491-1550) a Potenza.

Tal Città lor’ alcun vuol che ‘nver fusse

L’Antiquissima Thebe dei Lucani

Et che il Mauro al passar suo la distrusse

Sendo ella in tempo tal nei vicin piani

Et poi se rifacendo se ridusse

Ai poggi (ov’ or si vede) alti e sovrani

Et perch’era colà fuor di temenza

Da Thebe poi nomata fu Potenza,

Ed esser può:  però che dentro e fuora

Di lei si trovan pietre scritte e sparte,

Che sé (come si dice), chiar fann’ ora

Ch’ivi condotte fur già d’altra parte

Et con più nomi di Romani anchora

Noti per vecchie Historie in varie carte,

Che morir forse in quei malvagi tempi

Ch’indi varcaro i Mauri fieri e empi

Oltre già molti e molti eroi di Roma

E’ di Vibbio e di Cannio ivi la tomba,

Et di quel buon Calpurnio che si noma

Sì ch’ancor la tua fama assai rimbombla

Et d’Helvio che di honor non minor soma

Hebbe già d’arme al suon d’ogni empia tromba

Ognun di questi fu ben chiaro in guerra

Et fé gran cose mentre visse in terra.

(Girolamo Britonio da “Cantici e ragionamenti”, Venezia, 1550).

Non so perché il Britonio si sia spinto a tanto. Una cosa è certa; il luogo in cui sorse la Tebe Lucana, se vi sorse, non fu Potenza. Se esistette davvero, il suo luogo doveva essere o in Calabria (ma recentemente questa ipotesi è stata spazzata via) oppure in Lucania, ma verso il circondario sinnico. Non si sa. Ne parlò anche Giacomo Racioppi. Ma questa è una questione, a ben vedere, veramente di scarsa importanza.

PINO A. QUARTANA

Nella illustrazione; Serafino Cimminelli detto Serafino Aquilano.

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