QUALCHE NUOVA SCOPERTA SUL PERIODO SFORZESCO A POTENZA

Non esito a dire che sono molto critico verso il modo in cui a Potenza si è fatta la storiografia cittadina. Alcuni periodi sono certamente stati molto approfonditi, ma molti altri totalmente sottovalutati, considerati senza alcuna importanza storica e, nel migliore dei casi, liquidati superficialmente in due o tre righe. Questo è stato il caso dei conti Guevara, ma anche dei conti Loffredo (su questi ultimi recentemente una giovane studiosa potentina ha coperto alcuni buchi, anche se la trattazione, per certi versi, non mi ha soddisfatto). Ma i misteri della storia potentina sono ancora tanti. L’argomento viene bypassato con la convinzione che quei periodi non rappresentino nulla di interessante. Tante volte ho dimostrato che non è così, smentendo i tanti luoghi comuni ed ancora una volta sto per farlo. Un periodo di cui ho già trattato in precedenza in un mio lungo studio apparso su questa stessa rivista e che resta ancora misterioso è quello sforzesco di Potenza, cosa che per il 99,99% dei potentini (per non dire di quelli di fuori) suonerà, ancora in questo momento, come una cosa strabiliante o astrusa. Tutto quello che avevo da dire sulle due contee sforzesche di Potenza l’ho già detto in quel mio articolo, ben sapendo che si trattava solo di una prima sistemazione provvisoria perché è un periodo ancora oscurissimo. In questi ultimi giorni sono ripartito all’attacco e sono riuscito a trovare (non certo nella produzione degli storici locali o grazie ad essa) qualche brandello di novità. Il periodo sforzesco di Potenza durò circa una ventina d’anni, prima con Francesco Sforza, il futuro Duca di Milano e principe del Rinascimento italiano, poi con suo cugino, Micheletto Attendolo da Cotignola, un altro dei grandi capitani di ventura del 1400 e del periodo rinascimentale italiano. La questione che mi ha spinto ad ulteriori ricerche è; anche la signoria di Micheletto Attendolo fu puramente onorifica, come quella di Francesco Sforza, o, nel caso di Micheletto, ci fu anche un minimo di radicamento a Potenza? Ebbene, qualche cosa nuova sono riuscito a cavare dagli abissi profondi ed oscuri della Storia, dopo ben 600 anni di silenzio. Ecco gli elementi nuovi che ho trovato recentemente. Mi è capitato sotto gli occhi l’Archivio della Fraternità dei Laici di Arezzo, che conserva i documenti contabili della grande Compagnia di Ventura di Micheletto Attendolo. Oltre all’elenco, anno per anno, di tutti i soldati di ventura che resero possibili le sue vittoriose e gloriose conquiste in tutta Italia, militari di ogni parte d’Italia (nell’elenco figura anche un soldato di ventura di Potenza; maestro Giovanni da Potenza), trovo una nota che dice: “il giorno 11 marzo dell’Anno del Signore 1439 muore di suo male e di sua morte in Potenza Jacomaccio da Verona”. Perché il soldato veronese muore proprio a Potenza nel 1439? La risposta più plausibile è che la Compagnia di Ventura in quel periodo era stanziata a Potenza, sebbene non stesse mai ferma in un luogo per più di un mese, ma ho trovato anche dell’altro. “Il signor Michele prese per moglie Madama Isabella la quale era stata sua femmina dalli 1427 e fu sposata a Potenza”. Non solo; a Potenza nacque anche il figlio di Micheletto e di Isabella, Sansone, nato nel 1440. Non è tanto, ma è quanto basta per destare il sospetto che, a differenza del futuro Duca di Milano, il rapporto fra il conte Micheletto Attendolo e Potenza non fu solo onorifico e che qualcosa di più che il mero titolo onorifico lega questa grande figura della Storia italiana, questo protagonista del 1400 italiano, a Potenza, la città che lo rese nobile. Micheletto Attendolo era cugino di Francesco Sforza. In realtà, anche Francesco Sforza era un Attendolo, almeno fino al momento in cui il padre di Francesco Sforza, il fondatore della casata, non volle assumere un nuovo cognome (come a designare un nuovo inizio glorioso perché si trattava di una famiglia di contadini e piccoli proprietari di terra di Cotignola, in Romagna). Il nuovo cognome era il soprannome che avevano affibbiato al padre e significava ‘forza’, uno che ‘sforza’ le situazioni facendo leva sulla grande forza fisica. Micheletto, personaggio minore rispetto al cugino, l’uomo più prestigioso e potente d’Italia da quando divenne signore e Duca di Milano, era considerato e lo è tuttora dalla storiografia nazionale come uno dei più grandi capitani di ventura del 1400 ed è immortalato dal pittore fiorentino Paolo Uccello nel trittico ‘La Battaglia di San Romano’. In questo trittico, e precisamente nel quadro che si conserva al Louvre di Parigi, viene rappresentato l’intervento decisivo per la vittoria dei fiorentini da parte di Micheletto Attendolo col quale fu possibile per Firenze conseguire la vittoria definitiva su Siena. La battaglia si svolse nel 1432 e Paolo Uccello dipinse la tela nel 1438. In quell’anno Micheletto Attendolo era riuscito a diventare nobile perché era stato investito del titolo di conte in conseguenza della assegnazione di una contea. Era proprio la contea di Potenza. 

PINO A. QUARTANA 

 

Nella illustrazione; Micheletto Attendolo guida le truppe fiorentine contro Siena nel terzo quadro del trittico di Paolo Uccello. Nel momento in cui il pittore fiorentino dipinse la tela, Micheletto Attendolo era conte di Potenza. 

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