I GUEVARA DI POTENZA NELLA ‘STORIA D’ITALIA’ DI FRANCESCO GUICCIARDINI

Il più grande e famoso libro di storia italiana che parla dell’Italia del Rinascimento e della prima parte del 1500 (fino al 1535) è la celeberrima “Storia d’Italia” dello storico fiorentino Francesco Guicciardini. Potenza entra in quel periodo della storia italiana con un suoi conti Guevara. In particolare, con due di essi, che furono tra i più grandi capitani d’arme italiani di quel cruciale periodo. Ecco i sei passaggi in cui Guicciardini parla delle loro imprese militari.

“Ma avuta Manfredonia e la fortezza per assedio, si ridusse col campo intorno a Taranto, dove era maggiore difficoltà; ma l’ottenne finalmente per accordo perché il conte di Potenza, sotto la cui custodia era stato dato dal padre il duca di Calabria…” (pag.457).

Questa prima citazione si riferisce ad un fatto storico importante che si svolse nel 1498. Ferdinando d’Aragona, figlio del Duca di Calabria, principe di Taranto, primogenito dei sovrani di Napoli Federico I e Isabella del Balzo, in quell’anno aveva solo dieci anni (essendo nato nel 1488). Il padre Federico I era diventato Re nel 1496 al posto del fratello Alfonso II (fu l’ultimo Re aragonese di Napoli), il quale, a sua volta, era succeduto a Ferrante (Ferdinando  I), figlio del capostipite Alfonso I il Magnifico, fondatore della dinastia aragonese di Napoli. Questa la genealogia e la cronologia storica. Per riepilogare; Alfonso I il Magnifico nel 1442 diventa Re di Napoli. Il figlio (illegittimo) Ferrante (Ferdinando I) gli subentra nel 1458. Nel 1494 diventa Re Alfonso II e nel 1496 il di lui fratello Federico I. Bene. Torniamo ora al 1498 quando il figlio di Federico I, cioè, appunto, Ferdinando d’Aragona, Duca di Calabria, è un bambino di dieci anni. Nel 1501 le truppe di Luigi XII di Francia e del sovrano spagnolo Ferdinando il Cattolico occuparono il Regno di Napoli durante la prima guerra franco-spagnola d’Italia (1499-1504). Il giovane Ferdinando si trovava a Taranto, che fu assediata dalle forze spagnole sotto il comando di Consalvo di Cordoba. Solo Manfredonia e Taranto e poi solo Taranto ancora resistevano alla conquista spagnola del Regno. Dentro Taranto vi era il giovanissimo figlio del Re che era stato affidato alla custodia del nostro Conte potentino Giovanni Guevara, uno dei capitani d’arme più stimati non solo nel Regno di Napoli, ma in tutta Italia. Giovanni tentò di resistere con tutti i mezzi all’assedio spagnolo, ma aveva avuto dal Re l’ordine di cedere agli spagnoli se entro il termine di quattro mesi non avesse ricevuto rinforzi o aiuti. Così fu. Giovanni Guevara, terzo conte Guevara di Potenza, dovette cedere alle truppe spagnole anche perché il Re non si era nemmeno mostrato interessato ad organizzare una controffensiva (aveva ricevuto dai Francesi la promessa di un esilio dorato nella regione francese dell’Angiò e non vide l’ora di andarsene in Francia, lasciando il figlio piccolo nelle mani del conte Guevara o, peggio, nelle mani degli spagnoli). Durante l’assedio, Consalvo di Cordoba, Viceré di Spagna a Napoli, aveva promesso al conte potentino che Ferdinando avrebbe ottenuto la libertà, ma non fu così. Ferdinando, il giovane Duca di Calabria, fu fatto prigioniero e portato in Spagna, dove rimase sotto la tutela dei sovrani iberici per oltre venti anni. Taranto cadde il 1° marzo del 1502. Non passarono che due sole settimane e il Viceré spagnolo don Consalvo di Cordoba dette ulteriore prova di essere un baro ed uno spergiuro; ancora una volta in questa storia c’entra Potenza. Se il 1° marzo del 1502 don Consalvo venne fraudolentemente meno alla parola data ad un potentino (don Giovanni Guevara), il 15 marzo del 1502, due settimane dopo, don Consalvo venne meno alla sua parola nei confronti dei francesi e di Potenza. Proprio a Potenza, infatti, in quel giorno era stata fissata una Conferenza di Pace con cui spagnoli e francesi avrebbero fatto un ultimo tentativo pacifico per spartirsi il Regno di Napoli, ma don Consalvo non si presentò. Vennero a Potenza solo i francesi col Viceré francese, il Duca di Nemours. Ne ho già parlato in un  precedente scritto su questa rivista. Furono fasi di una guerra di grande importanza perché la prima guerra d’Italia franco-spagnola si concluse con l’assegnazione di tutto il Sud alla Spagna, dominio durato per due secoli, un dominio che così tanto profondamente ha segnato (in negativo, direi) la storia del Mezzogiorno d’Italia.

Successivamente, da pagina 1241 a seguire, il grande storico fiorentino cita ancora i signori potentini in quattro momenti di una stessa campagna e quindi questi quattro momenti sono legati  tra di loro da un solo filo.    

“Però offersono al Pontefice prontamente l’opera loro, comandorno a tutti i loro sudditi che si partissino dalla guerra che si faceva contro al Pontefice; e il re cattolico mandò il conte di Potenza nel regno di Napoli perché riordinate le genti d’arme, conducesse quattrocento lancie in aiuto suo, e per maggiore testimonianza della sua volontà, spogliò Francesco Maria del ducato di Sora, il quale comperato dal padre possedeva nei confini di Terra di Lavoro. Ma al re di Francia furno grati per altra cagione gli affanni del Pontefice…”. (pag. 1241-1242)

“Convenuto Francesco Maria co’ perugini, si voltò verso Città di Castello; dove avendo fatto qualche scorreria, con intenzione di entrare dalla parte del borgo a San Sepolcro nel dominio fiorentino., il pericolo dello stato proprio lo indusse ad altra deliberazione. Perché il legato Bibbiena avendo di nuovo soldato molti fanti italiani, seguitando la deliberazione fatta a Pesaro, si era col resto dell’esercito accostato a Fossombrone, la quale città, battuta dalle artiglierie, fu il terzo dì saccheggiata ed espugnata. andò dipoi a campo alla Pergola dove il secondo dì si unì coll’esercito il conte di Potenza, con quattrocento lancie spagnuole mandate dal re di Spagna in aiuto del pontefice”. (pag. 1264)

“E nondimeno era stato necessario, alle terre le quali non avevano voluto cedergli, dimostrare da se stesse la sua costanza ed il suo valore; perché i capitani dell’esercito ecclesiastico, de’ quali il principale era il conte di Potenza…” (pagina 1271)

“Ma Francesco Maria, partito da Corinaldo, ritornò nello stato di Urbino, per fare spalle a’ popoli suoi che facessino le ricolte, donde, desiderando assai, come aveva sempre desiderato, l’acquisto di Pesaro, nella quale città era il conte di Potenza con le sue genti…” (pag. 1273)

Si tratta di quattro episodi di quella che è passata agli annali della Storia italiana come la guerra di Urbino. Agli inizi del 1517 Francesco Maria della Rovere, già Duca di Urbino, si presentò sotto le mura di Verona per assumere i soldati che avevano assediato la città, ormai restituita alla Repubblica di Venezia. Della Rovere partì con un esercito di circa 5.000 fanti e 1.000 cavalieri, che affidò a Federico Gonzaga, signore di Bozzolo, e raggiunse le mura di Urbino il 23 gennaio 1517 allo scopo di riconquistare la sua città. Sconfisse il comandante pontificio, Francesco del Monte, ed entrò in città salutato dalla popolazione. Papa Leone X, suo nemico, reagì subito organizzando un esercito di 10.000 uomini, posto sotto il comando di Lorenzo II dei Medici, che inviò contro Urbino. Lorenzo fu ferito da un proiettile sparato da un archibugio il 4 aprile durante l’assedio del castello di Mondolfo e tornò in Toscana. Fu sostituito dal cardinale Bibbiena. Quest’ultimo però non fu in grado di controllare le truppe e, sconfitto con perdite rilevanti a Monte Imperiale, fu costretto a ritirarsi a Pesaro. In quella guerra del Papa contro Urbino ed il suo precedente signore (Francesco Maria della Rovere), una parte assai importante la ebbe il Conte di Potenza. Il Pontefice chiese aiuto militare al Re di Spagna e quest’ultimo mandò nella zona di Urbino e Pesaro proprio il Conte di Potenza. Siccome le cose procedevano in modo incredibilmente sfavorevole alla gran massa di truppe pontificie, ad un certo punto, anche per lo scarso valore degli altri comandanti dell’esercito pontificio, troviamo che il conte potentino era diventato il principale dei capitani di detto esercito (Guicciardini, Storia d’Italia, pagina 1271). Francesco Maria provò ad assediare Pesaro, che era difesa dai soldati del Conte di Potenza. L’assedio fallì. Il Guicciardini non specifica esattamente di quale dei conti di Potenza si trattava, ma il conte era, ancora una volta, Giovanni, il terzo conte Guevara, lo stesso dell’assedio di Taranto.

Il sesto episodio in cui il grande storico rinascimentale fiorentino (e non solo grande storico) parla dei Conti Guevara di Potenza è il seguente;

“A quali dette qualche speranza di discordia tra gli inimici l’aver il Marchese del Guasto, pure per cause private, ferito il conte di Potenza e ammazzatogli il figliuolo”. (pag. 1832)

A Napoli, nel 1535, ci fu la visita dell’Imperatore Carlo V con un immemorabile e sfarzoso corteo che attraversò tutta la città di Napoli ed al quale, però, non partecipò il conte Carlo de Guevara. Il quarto conte di Potenza, aveva il diritto ed il dovere di sfilare al fianco dell’Imperatore Carlo V, in quanto uno dei Grandi del Regno di Napoli. Carlo de Guevara ricopriva, infatti, una delle sette grandi cariche del Regno, quella di Gran Siniscalco. Ma, quel grande giorno, riportato da tanti storici, non volle essere al fianco del grande Imperatore, quello sul cui Impero non tramontava mai il Sole, perché avrebbe dovuto sfilare a pochi metri di distanza dal suo grande nemico, che, per sfortuna del nostro conte Carlo, era un altro dei sette grandi ufficiali del Regno; il Marchese del Vasto, Alfonso III d’Avalos. Tra il nostro conte ed il marchese del Vasto esisteva da alcuni anni una profonda inimicizia, che aveva una causa abbastanza grave. Per esporre meglio i fatti cedo la parola al cronachista del tempo, Gregorio Rosso (“Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V scritta per modo di giornali” a cura di G.B. Grimaldi, Napoli 1635), che data il fatto al 25 maggio del 1528, a sette anni prima la grande parata:

Uscendo dalo sopradetto Consiglio il Marchese delo Vasto trionfante per la liberazione del Maramaldo, se invia accompagnando il Viceré Moncada alla sua stanza & per sua mala fortuna se incontra vicino S. Lorenzo con lo Conte di Potenza, il quale andava a cavallo sopra de una mula per le podagre,& era venuto di prossimo da Spagna: dove era stato carcerato tre anni per le contese & disfide passate fra loro & il Marchese di Pescara, per la Marchesa dela Padula, che pretendeva dare in moglie il Conte di Potenza al suo primogenito [questo passaggio nell’italiano odierno appare scritto malissimo e finanche ridicolo. In realtà, Gregorio Rosso intendeva dire che il Conte di Potenza pretendeva di dare la Marchesa della Padula in moglie al suo primogenito, cioè al primogenito del Conte di Potenza n.n. ]. Dette disfide quella fu la prima volta, che affrontò con lo Marchese delo Vasto, il quale come erede delo Marchese di Pescara, pensò anche di ereditare le brighe, perIocchè non rendè il saluto della barretta, che li venne fatto dal Conte di Potenza, & quello, che fu peggio, lasciato il Vicerè in sua casa ritornandosene il Marchese con pochi amici & servitori, ritrovato il Conte nello medesimo loco, li dette delle ferite; de lo che avisato Don Antonio de Guevara suo figlio corse allo rumore e valorosamente difendendo il padre, strinse bravamente li passi allo Marchese delo Vasto, dallo quale venne ferito sotto la ala dello braccio, in modo che da là a due giorni se ne morì il povero Don Antonio. Alcuni voleno, non dallo Marchese fusse stato ferito Don Antonio, ma da un certo seguace delo Marchese, chiamato Marco Antonio Galitiano, e che questo Marco Antonio fusse stato ammazzato dopo de una archibusciata, per opera de la Contessa madre delo morto Don Antonio”.

Sebbene scritti in un italiano arcaico, i fatti mi sembrano abbastanza chiari. Tra don Carlo ed il Marchese di Pescara, c’erano già state serie rivalità. Alla morte del Marchese di Pescara, il Marchese del Vasto, suo erede, pensò di ereditare anche le brighe, i litigi, il clima di astio reciproco e provocando il conte di Potenza, incontrato in una strada di Napoli, lo aggredì provocandogli delle ferite. In aiuto di don Carlo de Guevara era accorso il figlio, don Antonio (da non confondere con don Antonio de Guevara, secondo conte di Potenza e Viceré nel 1509), che fu ucciso direttamente per mano del Marchese del Vasto o, forse, per mano di un suo servitore, poco cambia. La grave vicenda era arrivata addirittura ad incoraggiare, come riportato dal Guicciardini, i francesi di Lautrec, che tentavano di invadere il Regno di Napoli. Proprio nei giorni dell’omicidio di don Antonio, cioè del figlio di Carlo de Guevara, si stava svolgendo infatti un altro importante episodio storico; l’assedio di Napoli del 1528. Proprio in quell’anno ed in quei mesi, esattamente nell’aprile del 1528, il comandante francese Odet de Foix, conte di Lautrec, in Italia detto il Lautrec, pose l’assedio a Napoli nel tentativo di riconquistare il regno di Napoli, andato perduto per i francesi ai tempi della battaglia di Cerignola (1503). La grave spaccatura che si era determinata a Napoli per l’omicidio del giovane don Antonio de Guevara aveva evidentemente dato ai francesi grandi speranze di poter approfittare dei dissidi interni a Napoli per meglio cogliere l’obiettivo della sua conquista, come sicuro preludio a quella di tutto il Regno.

PINO A. QUARTANA

 

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