UNA IMPORTANTE FAMIGLIA POTENTINA DEL 1500; I CAPORELLA

Caporella; chi è stato costui? Quante volte passando per Via Pretoria, andando verso Porta Salsa, avete notato quella breve via intitolata “Via Caporella” (va da Via Pretoria fino allo sbocco su Via del Popolo)? Quante volte i potentini si saranno chiesti chi mai sia stato questo Caporella? Molte volte, sicuramente. Altrettanto sicuramente la curiosità collettiva mai è stata soddisfatta. I più attenti avranno forse notato che non è intitolata ad una sola persona, ma ad una famiglia: Via famiglia Caporella. E sì, proprio così; si trattava di una intera famiglia e non di un solo individuo. Una intera famiglia, che dette molto lustro alla città perché espresse ben tre esponenti del mondo ecclesiastico. Tutto ciò accadeva tra il 1400 ed il 1500, un periodo considerato, dagli storici locali, morto per Potenza. Anzi, secondo questi ultimi, Potenza non era nemmeno più una città, ma solo ”uno dei tanti piccoli centri abitati senza storia e senza gloria” della Basilicata. Possibile? Non crediamo proprio che a Potenza per tutto il 1400 ed il 1500, ed anche dopo, non sia accaduto nulla, come si può evincere abbastanza facilmente dagli articoli e dagli scritti che abbiamo già dedicato alla Potenza nel Rinascimento, alla Potenza dei conti Guevara, ma non solo dei conti Guevara, questi ultimi spesso solo elencati di sfuggita dagli storici locali. Andiamo avanti. A Potenza, tra 1400 e 1500 c’è stato anche qualche importante, quanto meno su scala regionale, movimento artistico e pittorico e c’è stata anche una non certo irrilevante fioritura religiosa, di cui ‘Potentia Review’ ha fatto già cenno negli articoli precedenti summenzionati quando abbiamo citato il nome del Beato Egidio di Laurenzana, che per molto tempo operò anche a Potenza nel convento di Santa Maria del Sepolcro. In quel cenacolo intellettuale e religioso, favorito dai Guevara, non c’era solo il Beato Egidio, ma spiccava anche la imponente figura di padre Giovanni Francesco, detto Gianfrancesco, Caporella, uomo di grandissima cultura e non solo di grandissima cultura, ma anche di eccellenti qualità diplomatiche. Fu un grande diplomatico della Chiesa del 1500 al servizio di diversi Papi della prima parte di quel secolo.Nacque a Potenza in data ignota da collocarsi nell’ultimo quarto del XV secolo. Incerto è anche il cognome della famiglia di origine: è citato come “Reverendus pater dominus Iohannes Franciscus Citus”, quindi membro della nobile famiglia napoletana dei Cito, estintasi nel XVIII secolo, o come “Iohannes Franciscus Cina de Potentia”, cioè della famiglia Cini, anch’essa della nobiltà napoletana, ma il Viggiano, ricordando la sua parentela con Domenico, arcidiacono della cattedrale di Potenza (detto anche Domenico Cini) e con Pietro Paolo, vescovo di Crotone, lo chiama “Giovanni Francesco Caporella frate dell’Osservanza” (Viggiano, “Memorie della città di Potenza”). I primi dati certi su Gianfrancesco Caporella  entrato nell’Ordine dei frati minori in data non nota, risalgono al 1514, quando fondò, a Tito, appena fuori Potenza, un nuovo convento dedicato a S. Antonio da Padova e quando, nel capitolo riunito ad Assisi, fu nominato commissario generale dell’Ordine presso la Curia romana (24 giugno). Stabilitosi a Roma, nel convento dell’Ara Coeli, ricevette l’incarico di predicatore per l’Avvento. Al 1515 risale invece una importante missione diplomatica affidata al Caporella  – probabilmente la prima – in Libano presso i Maroniti, dove fu inviato da Leone X. Nel maggio 1514 Pietro Simeone di Hadath, eletto dal 1494 patriarca maronita di Antiochia, aveva fatto giungere a Roma la richiesta della conferma della sua elezione e l’invio del pallio. Leone X aveva risposto prontamente e aveva consegnato all’inviato del patriarca, Pietro, diverse lettere, destinate a Pietro Simeone, ai membri della comunità e al frate Marco di Firenze, guardiano del convento di Beirut, che si era adoperato come mediatore. Il messo era tornato a Roma nella primavera successiva, portando al pontefice la rinnovata obbedienza del patriarca e alcune sue richieste: le insegne della sua carica, il riconoscimento della sua giurisdizione su Cipro, la sanzione dello status di luogo santo per il monte Libano, una indulgenza per i fedeli maroniti e infine un beneficio ecclesiastico per il suo zelante messo. Con la bolla Cunctorum, del 1° agosto 1515, Leone X accordava quanto richiesto e incaricava Gianfrancesco della trasmissione, insieme con l’interprete Francesco Reatino e con Francesco Suriano, guardiano di Terrasanta.

Risale forse a quest’epoca la nomina di Gianfrancesco Caporella a guardiano del Monte Sion e superiore di tutte le missioni della Palestina e dell’Egitto, di cui parla Marcellino da Civezza,  ma che non risulta da altre fonti (fonte Treccani)Dopo aver svolto positivamente il compito che gli era stato affidato, Gianfrancesco tornò a Roma con il Reatino e tre oratores dei maroniti delegati a partecipare al concilio Lateranense, in tempo per prendere parte attiva a un momento delicato della vita dell’Ordine. Con il breve Romanum pontificem dell’11 luglio 1516, Leone X aveva indetto il capitolo generale romano per dirimere in maniera definitiva le questioni che opponevano i conventuali agli osservanti. Riuniti nel convento dell’Ara Coeli, gli osservanti chiesero e ottennero dal pontefice di essere separati dai conventuali e di poter designare al loro interno il ministro generale dell’Ordine, che sarebbe durato in carica sei anni e da cui sarebbe dipesa la nomina dei ministri provinciali. Gianfrancesco Caporella divenne allora (1517) il primo ministro osservante della provincia di Basilicata, di cui era già vicario.

Da quel momento la sua attività all’interno dell’Ordine si intensificò: nel 1518, al capitolo generale di Lione, fu nominato procuratore generale, cioè rappresentante e curatore degli interessi dell’Ordine presso la Santa Sede; nel 1519, al capitolo provinciale di Tursi, fu eletto definitore e nel 1521 fu designato minister Tusciae suppletus. La sua attività si estese inoltre al di fuori dell’Ordine: nel 1522 il nuovo pontefice, Adriano VI, lo scelse come inviato straordinario in Danimarca e Norvegia. I rapporti tra la Santa Sede e la Danimarca attraversavano un momento difficile. Nel 1512 era salito al trono danese Cristiano II, animato da grandi idee di rinnovamento. Il suo progetto di una Europa del Nord, politicamente ed economicamente forte, unita sotto lo scettro danese, passava attraverso il rafforzamento del potere monarchico e la riconquista della Svezia, dichiaratasi indipendente nel 1501 e più tardi convertitasi al luteranesimo. Egli aveva così posto mano a una serie di riforme, tendenti a garantirgli il sostegno dei ceti cittadino e contadino, che sottraevano competenze e privilegi all’aristocrazia e alla Chiesa, ponendo dei limiti alla proprietà ecclesiastica, proibendo il ricorso a Roma, privando i tribunali ecclesiastici di quasi tutte le loro competenze. Nel 1520, grazie anche all’interdetto e alla morte di Sten Sture, Cristiano aveva riconquistato la Svezia, si era fatto proclamare re e aveva concesso un’ampia amnistia. Ciononostante, probabilmente per annientare l’ancora forte partito degli indipendentisti, aveva imprigionato gli oppositori e li aveva fatti condannare come eretici da un tribunale ecclesiastico da lui nominato allo scopo: l’8 novembre, sulla piazza di Stoccolma, più di 80 persone, tra cui due vescovi, erano stati giustiziati (fonte Dizionario Biografico degli Italiani)

Gianfrancesco Caporella ebbe il compito di indagare sul massacro e preparare un’accurata relazione ma, al tempo stesso, doveva dimostrarsi conciliante e pronto al perdono per conservare buoni rapporti con Cristiano II, cosa che comportò un’indagine assai superficiale sulle effettive responsabilità della strage. Dal canto suo, Cristiano II accettò prontamente la mano che il Papa gli tendeva: accollò ogni responsabilità dell’eccidio al suo più stretto collaboratore, l’arcivescovo di Lund, poi vescovo di Skara e di Uppsala, Didier Slaaghaek, che fu processato e condannato a morte; soppresse la norma che sanciva la parità di cattolici e luterani e infine investì Gianfrancesco Caporella il 15 maggio 1523, del vescovato di Skara, rimasto di nuovo vacante, ma nel quale il religioso potentino non poté insediarsi a causa dell’opposizione svedese. Lo stesso Cristiano II dovette fuggire dalla Danimarca. Completata la visita ai conventi dell’Ordine Gianfrancesco Caporella  si unì l’anno seguente al seguito del cardinale Lorenzo Campeggi, legato in Germania, Ungheria e Boemia. Nell’agosto del 1525, sconfortato per la situazione in cui si trovava, il Caporella esternò per iscritto il proprio disagio al pontefice: “essendo Vescovo son molto più mendico che quand’era fratre. Primo la mendicità mi cedeva in honore, hora m’è vergognosa et degna di contumelia […]. Mi contentava del grado teneva nella religione, e più oltra non pensava. Hora son Vescovo di sol nome” (Archivio segreto Vaticano, Epistolae ad principes, III, c. 7 riportata dal Dizionario Biografico degli Italiani). Forse per questa sollecitazione, nonostante la non brillante prova fornita nella missione danese, nell’ottobre il vescovo-diplomatico Caporella ricevette l’incarico di recarsi a Mosca per trattare la pace tra Polonia e Moscovia.

Il contenzioso che contrapponeva Basilio III e Sigismondo I per il possesso di Smolensk era sfociato da anni in una guerra aperta dalle alterne vicende e dagli esiti incerti. La Curia romana guardava da tempo con attenzione al sovrano moscovita nella speranza di coinvolgerlo attivamente nel progetto di una crociata antiturca che unisse i principi cristiani. I Veneziani auspicavano e sostenevano l’inserimento della Moscovia nel progetto, ritenendolo determinante tanto per l’apporto in uomini e mezzi che per la potenzialità unificante della fede ortodossa, comune a gran parte della popolazione balcanica; erano fortemente contrari invece i Polacchi, preoccupati della forza del troppo risoluto vicino, una volta inserito nella politica europea su un piano di parità con gli altri principi. Per quanto suggestiva, l’ipotesi formulata dai Veneziani diveniva dunque impraticabile per la Curia, in quanto avrebbe leso gli interessi polacchi e avrebbe inoltre implicato la rinuncia del pontefice all’unione delle Chiese sotto il proprio primato, mai accettato dalla Chiesa ortodossa, nonostante le decisioni del concilio di Firenze (1439). Quella che Gianfrancesco Caporella era stato chiamato a compiere era una missione in cui, come tante volte prima e tante volte dopo, la Polonia si opponeva all’ingresso dei russi nello scacchiere europeo. La stessa cosa che accade oggi. Ma torniamo al nostro grande, quanto sconosciuto, o dimenticato, concittadino.

Nel settembre 1525 l’ambasciatore di Basilio III, Dmitrij Gerasimov, giunse a Roma per discutere della mediazione papale; con lui, uomo dotto ed esperto, originario della Lituania, allievo e collaboratore di Maksim Grek – secondo Paolo Giovio anche abile conversatore in tedesco e latino, alla fine di novembre Gianfrancesco Caporella iniziò il lungo viaggio verso Mosca (fonte Treccani)Dalle lettere consegnate al diplomatico potentino emergono palesemente le intenzioni di Clemente VII; le istruzioni del pontefice erano concise e chiare: porsi al servizio degli interessi polacchi e rinnovare i tentativi per ottenere l’unione della Chiesa ortodossa russa a quella di Roma promettendo in cambio allo “zar'” il riconoscimento della dignità regia, tentare di recuperare parte del terreno perso dalla Chiesa in Europa convincendo Sigismondo a far pressioni sul sovrano svedese in difesa della fede cattolica. Dopo una breve sosta a Venezia, l’ambasceria giunse a Cracovia il 28 febbraio 1526, ma il Caporella dovette proseguire sino a Marienburg per ricevere da Sigismondo le istruzioni necessarie. I colloqui furono cordiali, ma Gianfrancesco Caporella comprese la complessità delle negoziazioni e l’estrema difficoltà di ottenere la pace. Per consentire la fine della guerra Sigismondo pose infatti come irrinunciabile condizione la restituzione di Smolensk. Deciso a portare comunque a termine la sua missione, pur nella consapevolezza delle scarse possibilità di successo, il diplomatico potentino giunse a Mosca il 20 luglio, poco dopo l’arrivo nella città degli ambasciatori degli Asburgo, Leonardo di Nogarola e Sigismondo di Herberstein. Ottenuta la precedenza nei colloqui con Basilio in quanto legato pontificio, Gianfrancesco Caporella ottenne la prova dei suoi timori e constatò l’impossibilità di concludere la pace nei termini voluti da Sigismondo, e solo con difficoltà, dopo lunghe trattative sulle modalità di scambio dei prigionieri di guerra, riuscì a concordare una tregua di sei anni. Ugualmente deludenti si rivelarono i colloqui per ottenere un aiuto concreto nella lotta contro i Turchi e il riconoscimento del primato di Roma: Basilio ascoltava attentamente ma parlava d’altro, chiedendo piuttosto a Clemente VII di favorire l’arrivo a Mosca di artigiani, architetti, tecnici. Nel febbraio 1527 Caporella era di nuovo a Cracovia, ottenendo l’apprezzamento di Sigismondo, che tuttavia sorvolò sull’intervento richiestogli presso il re di Svezia, si dichiarò in gravi difficoltà e chiese al papa sussidi e aiuti. Postosi sulla strada del ritorno, Gianfrancesco fu raggiunto a Venezia dalla notizia del Sacco di Roma (maggio 1527). Evitò quindi di proseguire e si rimise in cammino solo alla fine dell’anno, raggiungendo il papa a Orvieto nel gennaio 1528, in compagnia del vescovo di Teramo, che gli era andato incontro ad Ancona. Perduta ormai ogni speranza di prendere possesso del vescovato di Skara in Svezia, Padre Caporella ricevette il titolo di arcivescovo di Nazareth e l’incarico di governatore di Ascoli Piceno. Appena insediato nella città marchigiana morì nel corso di una rissa, come riferisce un testimone: “Era egli un amabile e vigilante Prelato, e fu compianto da tutta la città il funesto caso che gli accadde a’ 24 di giugno, col restar casualmente privo di vita da una punta di lambarda a piè di piazza, in occasione ch’era accorso in persona per sedare il tumulto di alcuni rissanti, i quali poi a furor di Popolo vennero uccisi” (fonte Dizionario Biografico degli Italiani).

Gianfrancesco Caporella è stato, a ragione, definito “la figura giuridicamente più insigne forse di tutta la storia del francescanesimo lucano, ma certo del ‘500” (Bochicchio). Giudizio che ci sembra anche riduttivo, a dire il vero.

Il nipote di Gianfrancesco, Domenico Caporella fu Arcidiacono della Cattedrale di Potenza e Vescovo di Larino. Il terzo vescovo della famiglia Caporella fu Pietro Paolo Caporella, nato a Potenza nella seconda metà del 1400. Detto anche Neapolitanus, fu frate conventuale, vescovo, scrittore e valente predicatore. Dotto uomo nelle scienze sacre, scrisse più di un trattato sulle materie di controversie che erano allora in corso e soprattutto sul matrimonio della Reginae Angliae. Intervenne al Concilio di Trento negli anni 1545 -1547 partecipando a varie Congregazioni. Ma il vescovo Pietro Paolo Caporella è ancor più importante per un altro fatto: fu tra i primissimi fondatori nell’Italia tra 1400 e 1500 dei famosi Monti di Pietà e segnatamente il fondatore del Monte di Pietà di Palermo. Ecco cosa scrive il quotidiano ‘Repubblica’ (29/12/2007), redazione di Palermo, in un suo articolo

“Fu, infatti, nella prima metà del 1500 che un frate francescano, Pietro Paolo Caporella, proveniente da Potenza, chiamato in città quale predicatore quaresimale, si assunse la missione di convincere i potenti a creare un’ istituzione in grado di aiutare le classi più bisognose, che in quell’ epoca ricorrevano massicciamente al soffocante abbraccio degli usurai. Gli infiammati sermoni di fra’ Caporella, tenuti nella basilica di San Francesco d’ Assisi, richiamarono perfino l’ attenzione del viceré don Ferdinando Gonzaga, del pretore don Francesco Bologna e dei senatori e maggiorenti della città”. Fu così che il 12 aprile 1541 il Sacro Regio Consiglio, presieduto dal viceré Gonzaga, deliberò «che si volesse introdurre in questa città lo Monti della Pietati da farsi con l’ elemosini, per la subvencioni di li poveri». Il 28 settembre 1552 fu eletto vescovo di Crotone, dove morì nel 1560.

Potentia Review

 

Bibliografia;

 

Emanuele Viggiano, Memorie della città di Potenza, 1805

De Pilato, Saggio bibliografico sulla Basilicata, Potenza 1914

Francescanesimo in Basilicata, a cura di G. Bove – C. Palestina – F.L. Pietrapesa, Napoli 1989

Laura Ronchi De Michelis – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 56 (2001) voce enciclopedia Treccani on line

Gerardo Messina, “La presenza francescana in Basilicata: i vescovi dell’ordine”, in “Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera”, n. 6 (1983), pp. 89-92

Francescanesimo e cultura in Sicilia (secoli XIII e XIV), Atti del convegno internazionale di studi nell’ottavo centenario della nascita di san Francesco d’Assisi, Palermo 7-12 marzo 1982.

 

Nella foto; Via Caporella vista attraverso l’Arco.

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