“TUTTI RISPOSERO CHE AVREBBERO RIBUTTATO INDIETRO UN ESERCITO”: POTENZA 26 NOVEMBRE 1861

Quindici giorni fa in un articolo sui fatti potentini del 16 novembre 1861 ho cercato di mettere in evidenza l’importanza, finora misconosciuta, di quei fatti per l’Unità d’Italia e di valorizzare maggiormente il ruolo di Potenza come una delle primissime città italiane ad aver fatto il Risorgimento. Una delle città fra le primissime ad aver maggiormente contribuito all’Unità d’Italia. Il documento che riproponiamo dopo ben 158 anni dalla sua pubblicazione, avvenuta a Potenza il 26 novembre del 1861 (l’articolo è estratto dal numero 32 anno I° del settimanale “Il Corriere Lucano” edito a Potenza con sede dirimpetto al ‘Palagio dei Tribunali” e diretto da Saverio Favatà), è molto importante storicamente perché costituisce una testimonianza diretta e dettagliata, a pochissimi giorni di distanza dal tentato o mancato assalto alla città di Potenza da parte del generale Borjes e del capo dei briganti Crocco, dei fatti del 16 novembre 1861. Documento ancor più importante, poi, per un aspetto particolare di quei drammatici avvenimenti storici, di cui quasi mai si era parlato e di cui mai si era ricercato il senso ed il valore per la Storia, quella con la S maiuscola, visto che quei fatti segnarono uno spartiacque, non solo simbolico certamente, fra due tendenze; la tendenza a completare ed a stabilizzare l’appena raggiunta Unità d’Italia e quella opposta, di schiantarla sul nascere, quando il cemento unitario era ancora in una fase embrionale e fragilissima. I fatti di Potenza del 16 novembre 1861 questo, soprattutto, significano per la Storia d’Italia. L’aspetto che questo documento ci consente di indagare meglio è quello che riguarda l’atteggiamento di Potenza e dei potentini, sia dinanzi il nuovo Stato unitario, rappresentato dai Prefetti e dai comandanti della piazza militare del capoluogo, sia dinanzi le schiere brigantesche, che pure erano espressione di gran parte della Provincia (oggi, diremmo della regione) che Potenza rappresentava e che guidava. Pur se i liberali e gli unitari erano disseminati in tanti centri della Basilicata, balza evidente agli occhi che in quel momento si aprì una grave spaccatura fra il capoluogo Potenza, liberale, risorgimentale e fortemente unitaria, da un lato, e gran parte della regione, chiaramente pendente verso i Borboni ed i briganti, dall’altro. Questi ultimi erano il popolo basso della Lucania, basso, ma pur sempre espressione della regione. Un brutto conflitto che fece da base ad una vera e propria guerra civile; non solo tra italiani ed italiani, non solo tra ‘piemontesi’ e basilicatesi, ma fra gli stessi lucani contro altri lucani. Ma da che parte pendeva veramente il popolo di Potenza? Quali erano i suoi sentimenti più genuini? Come viveva questa spaccatura tra la propria città e la propria Provincia o la propria regione, come diremmo oggi? Non è solo una grande curiosità storica legata al passato: è anche la radice di incomprensioni e sordi rancori che da quell’epoca sono trasmigrati in quelle più recenti. L’editoriale di Favatà ci dà indirettamente delle risposte, quantunque le sue preoccupazioni fossero altre in quei giorni convulsi e quantunque questo aspetto non fosse esattamente al centro delle sue analisi. Passaggi come questo: ”Mentre Potenza rompeva in sincere acclamazioni con musiche, luminarie e frenetici evviva all’Italia, a Vittorio, a Garibaldi, protraendo fino a tarda notte la festa…” o come questo: “In verità, fu gradevole l’aspetto di questa città vederla messa immantinenti tutta in armi, senza che tromba squillasse o tamburo battesse, malgrado una pioggia fitta che a quando a quando a rovescio cadeva”, sono rivelatori dell’atteggiamento profondo della città a quei tempi. Ma poi c’è questo passaggio che spazza ogni residuo dubbio: “Crederemmo di attirarci la taccia di adulatori a buon diritto se ci facessimo qui a lodare la energia mostrata da questo Prefetto cav. De Rolland e del generale signor Gabet, comandante militare (Chabet n.n.); eglino fecero il loro dovere, come meglio non si poteva. Ma bel fortunati debbonsi tenere (ritenere n.n.) se ai loro energici provvedimenti con tale uno slancio Uffiziali, Soldati, Guardie Nazionali, Preti, Monaci, Gentiluomini, Artigiani ed anche dell’ultima classe, tutti risposero che avrebbero ributtato indietro ed atterrito un esercito, anco il meglio disciplinato e poderoso che fosse stato; avvegnacché un popolo che difende la sua libertà è onnipotente…”. Potenza era dalla parte del nuovo Stato unitario anche all’alba di quel giorno e non poteva essere diversamente per una città che si era posta alla avanguardia delle lotte risorgimentali. Va sottolineato anche il convinto sostegno e la prossimità ai rappresentanti locali del nuovo Stato unitario ed in particolare alla figura del Prefetto, Giulio De Rolland. Ma c’è di più. L’Amministrazione Comunale, pochi mesi dopo il tentato assalto o la tentata conquista di Potenza da parte dei borbonici e dei briganti, e cioè a gennaio del 1862, conferì al De Rolland la cittadinanza onoraria. Non si coglie molto precisamente quale fosse la consistenza effettiva del presidio militare di Potenza; i giudizi del direttore del ‘Corriere Lucano’ mi sembrano contraddittori. Un’ultima questione. Come abbiamo visto leggendo il romanzo di Alianello o l’autobiografia di Crocco, quei due alludevano ad un Comitato segreto borbonico di Potenza. Esisteva veramente questo Comitato Segreto borbonico a Potenza? Ebbene, esisteva davvero. Il documento che ripubblico è abbastanza esplicito al riguardo. Esisteva ma neanche Favatà poteva dire fino a che punto fosse diffuso o fino a che punto fosse consistente. L’esistenza di quel Comitato non intaccò minimamente però l’immagine risorgimentale ed unitaria di Potenza. Dopo il 16 novembre il problema sparì completamente. La fase del brigantaggio politico poteva assolutamente considerarsi esaurita con un fallimento.

(pino antonio quartana)

 

Editoriale del settimanale

“IL CORRIERE LUCANO” DEL 26 NOVEMBRE 1861

 

Man mano verremo pubblicando i particolari dei fatti atrocissimi di sangue, di incendi e di rapine avvenuti in Trivigno, Castelmezzano, Calciano, Garaguso. Salandra, Craco e Stigliano, ove i briganti e la plebe feroce dedita a non altro che al furto hanno commesso tante e tali enormezze da far raccapricciare. La storia registrerà nei suoi libri eterni fatti su cui lo sguardo del lettore non vorrà lungamente affissarvisi; sembrando impossibile che dopo una rivoluzione compiuta così gloriosamente, come quella del 1860 nelle nostre provincie, poi dovesse venir un periodo di tempo da far concepire i più seri timori sulla possibilità di una guerra civile. Lo stato in che versa questa infelice Provincia è ben miserando e tale che imploriamo dal Governo volerci alla fine rivolgere uno sguardo di attenzione per convincersi dei seri pericoli dai quali siamo minacciati e con noi le Provincie di attorno. Non bisogna dissimulare. La Basilicata come ha servito alla rivoluzione, potrebbe ugualmente agitata dai partiti, tormentata dal brigantaggio, e, per giunta abbandonata dal Governo, come si vede, servire di centro alle operazioni della reazione. La natura stessa dei luoghi, solcata da fiumi, boschi e montagne, potrebbe fare della nostra Provincia in pro degli abborriti Borboni una Vandea italiana, ove ogni cespuglio vomiterebbe un uomo armato. Fino a ieri abbiamo potuto dire che il brigantaggio comandato da Crocco e Ninco Nanco non potea prendere un carattere politico, essendo ché due capi entrambi mungi-capra non poteano riformare un’orda di assassini, un’orda di villani in partigiani di una fazione politica. Ma oggi la faccenda è ben diversa; il generale legittimista Boryes è tal uomo da poter rannodare intorno le spezzate anella della catena borbonica e col sistema della guerrillas cangiare in intrepidi avventurieri uomini che ieri non erano altro che trepidi predoni. La setta borbonica si dilata. I fatti avvenuti nella settimana decorsa che hanno che han minacciato fin questo Capoluogo non possono non prendere innanzi agli occhi di chi vi porta attenzione sopra i caratteri di una cospirazione interna combinata col brigantaggio. Di fatti eravamo a giovedì (14 volgente) quando da Vaglio cominciarono a venire qui in Potenza notizie che i briganti avevano toccata una completa sconfitta in Garaguso. Si faceva ascendere a bella posta il numero dei briganti tra uccisi e feriti a 500 e più; si diceva poi che un numero di 200 in circa dei superstiti dell’eccidio eransi ripiegati sopra Grassano. Veniva la sera del venerdì (15 novembre n.n.) e questa Città viveva divisa tra la gioia della notizia fin dal dì innanzi buccinata ed il timore di non vederla confermata ufficialmente quando una lettera piovuta inaspettatamente dal sindaco di Corleto, rimpastando le notizie accennate, vogliam dire della disfatta di 500 briganti ed altri fatti più avventurosi aggiungeva che il capo della banda Boryes e Crocco istesso eran fatti prigionieri. Nulla di tutto questo; nulla di più falso ed ingannevole. Mentre Potenza rompeva in sincere acclamazioni con musiche, luminarie e frenetici evviva all’Italia, a Vittorio, a Garibaldi, protraendo fino a tarda notte la festa, i briganti erano a poca distanza. In tal modo l’alba del mattino veniente (sabato 16) faceva notare sull’orizzonte delle nostre montagne le fiamme ed i globi di fumo che dalla vicina Vaglio, ove erano già entrati i briganti in numero più che di 600 per non esagerare, s’innalzavano al cielo tra le grida di un pugno di patrioti, parecchi dei quali furon poscia vittime della efferatezza dei briganti e della vorace infamia della plebe. Cadde allora il velo dell’inganno dagli occhi, ma pur si dubbiava e vivevasi diviso con un resto di speranza in cuore quando al progredire della notte di sabato a domenica si venne a conoscere che i briganti all’alba avrebbero tentato un assalto su questo capoluogo. In verità, fu gradevole l’aspetto di questa città vederla messa immantinenti tutta in armi, senza che tromba squillasse o tamburo battesse, malgrado una pioggia fitta che a quando a quando a rovescio cadeva. Crederemmo di attirarci la taccia di adulatori a buon diritto se ci facessimo qui a lodare la energia mostrata da questo Prefetto cav. De Rolland e del generale signor Gabet, comandante militare (Chabet n.n.) ; eglino fecero il loro dovere,come meglio non si poteva. Ma bel fortunati debbonsi tenere (ritenere n.n.) se ai loro energici provvedimenti con tale uno slancio Uffiziali, Soldati, Guardie Nazionali, Preti, Monaci, Gentiluomini, Artigiani ed anche dell’ultima classe, tutti risposero che avrebbero ributtato indietro ed atterrito un esercito, anco il meglio disciplinato e poderoso che fosse stato; avvegnacché un popolo che difende la sua libertà è onnipotente, come la eroica Pietragalla, nostro piccolo paese, ed Avigliano di cui parleremo in seguito, han dimostrato. Come intanto avvenne, diranno i nostri lettori, che il sindaco di Corleto scriveva a questo signor Prefetto che i briganti avevano toccato una sconfitta generale in Garaguso, come abbiam detto, ed a quale scopo? Eccoci in breve a darne una categorica risposta; Boryes entrato in Grassano con la banda impose a quel sindaco che scrivesse al collega di Corleto la nuova della immaginata sconfitta; certissimo che quest’ultimo avrebbe fatto giungere in questo Capoluogo la bella notizia; per gittare questa Città nella indifferenza, nel sonno della pace e prenderla senza colpo ferire; aggiungasi a tutto ciò che quei paesi ove i briganti facevasi credere piombati in soli dugento (duecento n.n.) si misero a cercare anche un poco di forza al Capoluogo, ove non ve ne era già molta. Da ciò si vede chiaramente, senza che altri si prenda la pena di significarlo, che scopo dei briganti era di piombare sul Capoluogo e se fosse stato loro agevole, senza la solerzia e la accortezza del Comando civile e militare in Potenza, ciascuno la può intendere da sé. E se ci apponiamo male al vero dichiarando anche un’altra volta che oggi il brigantaggio, messo da parte il nemico accresciuto, si va estendendo su vasta scala: il tentativo fatto per impadronirsi di questo capoluogo il dica per noi.

Ma oltre al brigantaggio avvi (vi è, n.n.) un altro nemico che non per se stesso ma per i favori di che è largo ai briganti per quanto spetta a notizie massimamente, è mestieri indispensabile che sia preso in certa considerazione. Questo nemico interno è un Comitato Borbonico che anche in questa città esiste nella speranza comunque pallida e fioca di veder sventolare, quando che sia, l’aborrita bandiera del Borbone. Noi non sapremmo in verità portare un giudizio aggiustato intorno al proselitismo che la setta borbonica qui abbia fatto (qui a Potenza n.n.), ma alquante lettere che diconsi rinvenute, un numero di uniformi della ex Gendarmeria rinvenute, due copie del proclama borbonico del 28 ottobre ultimo, uno dei quali trovato affisso la mattina del 17 e poi certi personaggi in giro sempre in tempi difficili tutto ciò ne convince indeclinabilmente che pure tra noi (da noi a Potenza n.n.) non è tutto oro quel che splende.

Che si farà intanto dal Governo e dalle autorità locali? Si continuerà a lasciar che il brigantaggio ingrandisca ogni dì più sotto gli occhi di tutti ed impunemente si abbandoni all’enormezza (enormità n.n.) di che i lettori potranno farsi una idea delle relazioni dai paesi del circondario materano e che pubblichiamo; o si farà quello che fino a questo giorno non per anche si è praticato una volta, vogliam dire una battuta generale contro i briganti? Noi vogliamo augurarcela questa volta . Ed invero da aprile ad oggi sventuratamente non si è fatto altro che eseguire inutili perlustrazioni e niente più. Quando il generale Della Chiesa con molta forza mosse nel Melfese ciascuno credè suonata l’ultima ora del brigantaggio ed invero qualcosa fu fatta; la banda di Caschetta non esiste più. Ma sventuratamente fu troppo poco ed il generale Della Chiesa si contentò piuttosto illudersi delle promesse che (a quanto ci venne detto regolarono la libertà di alcuni signori del Melfese e di Rionero particolarmente), cioè che Crocco, Ninco Nanco e la banda si sarebbero consegnati alla giustizia; il che fu e doveva essere una illusione, anziché una distruzione positiva ed i briganti non fecero altro che lasciare il Melfese per pochi giorni per ritornarvi carichi d’oro dal Materano dopo aver seminato la strage e la desolazione in altri nove o dieci paesi ed aumentata a circa un migliaio la loro banda. Quale è poi stato infine il vantaggio riportato sui briganti nel Materano ove tanta forza era accorsa? Se non ci inganniamo, potremmo dire quasi niuno essendo che i briganti sono ritornati più audaci, meglio forniti di munizioni e viveri, e quel che più conta cresciuti, come abbiam detto in numero, da far pensare seriamente, e ridurci in tale stato da non poterci allontanare di un passo dalle mura di questa Città; in tale stato che ridotti allo stremo della disperazione pel commercio finito, per le relazioni interrotte, per la giustizia che più non si trova ove abiti, un dì e l’altro ci uccideremo a vicenda. Ed oggi che raccolta vediamo in Potenza tanta forza, ne si permetta dimandare; che si farà? Si lascerà ancora un’altra volta annoiarsi e stancarsi i nostri prodi soldati in perlustrazioni inefficaci perché tardive o si eseguirà finalmente un piano di attacco che lo distrugga codesto brutto mostro? Vogliamo augurarcelo una volta; avvegnacché il tener la forza concentrata nel Capoluogo in attivamente è per lo meno dare più campo ai briganti per aumentarsi e gittare la Provincia in uno stato lagrimevolissimo sotto tutti gli aspetti. Noi non diciamo che si sguarnisca il Capoluogo di forza come era avvenuto la scorsa settimana ma che non lo si lasci stivare inutilmente di soldati. Così almeno la pensano tutti. Dopo l’eroica resistenza opposta da Pietragalla ed Avigliano, lo spirito delle popolazioni è in una certa emulazione che somiglia all’entusiasmo; perché non ne profitteremmo? Una volta che l’orda venisse ricacciata nella valle di Lagopesole, un contingente di Guardia Nazionale che muovesse simultaneamente da ciascun paese appoggiato dalla truppa, potrebbe in otto giorni solamente distruggere il brigantaggio.

Ma non vogliamo da ultimo tacere che ad eseguire siffatto disegno, ei vuolsi tener qualche mezzo che sembra assai trascurato, quello di pagar bene anzi molto le spie, proprio come fanno i briganti che mettono in mano ai villani gruzzoli di piastre e di oro; non tralasciare l’altro di premiare quella gente che fa una eroica azione; perché sarebbe solo in questa maniera che i nostri villani massimamente si incoraggerebbero a prestarci mano; profittare dell’oggi che le popolazioni sono in certo disinganno; chiamare a raccolta i buoni patrioti e muoverli ad una crociata contro i briganti. Questi si presteranno e non hanno paura dei briganti, come non ne ebbero quando insorsero contro il Borbone, i cui Battaglioni erano in Auletta … Speriamo, speriamo,speriamo e basta …

SAVERIO FAVATA’

 

Nella illustrazione; Parata dei Turchi di Potenza – quadro del 1800. 

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