LA GRANDE E TRAGICA EPOPEA POTENTINA DEL 1268

C’è stata una serie di eventi storici nella storia di Potenza che è rimasta sostanzialmente misconosciuta o non sufficientemente illuminata nella sua importanza e questo oscuramento è durato per tanto, tanto tempo; per secoli. Questi eventi storici concatenati fra di loro hanno fatto sì che Potenza vivesse nel Medioevo una grande e, purtroppo, anche tragica epopea storica. I fatti storici di cui sto per parlarvi rimontano al periodo tra la fine dell’epoca sveva, e quindi imperiale,  con Federico II e l’avvento del dominio angioino. Gli svevi hanno lasciato nel Mezzogiorno d’Italia una grande ed indelebile traccia storica. Fu, quello del grande Imperatore Federico II, uno dei più periodi più belli per il Sud ed in particolare per la Lucania (o Basilicata). A Castel Lagopesole dimorava spesso l’Imperatore Federico II detto lo Stupor Mundi. Potenza a quel tempo era una cittadina ricca e fiorente, con un buon ceto di borghesi e di artigiani e poteva contare su un robusto ceto aristocratico. L’avvento degli Angioini sostenuti dal Papato e dai guelfi fu preso molto male in non poche zone del Mezzogiorno. Nonostante ciò, però, come ha scritto Tommaso Pedìo, “le lotte per la successione del Regno di Sicilia, l’atteggiamento assunto dal Papato nei confronti di Manfredi, l’incoronazione di Carlo d’Angiò, la vittoria riportata dal nuovo sovrano a Benevento e l’arrivo della corte angioina a Lagopesole il 12 aprile 1266 non hanno avuto ripercussioni in Basilicata, dove, soltanto all’annuncio del prossimo arrivo di Corradino si manifestano i primi sintomi degli eventi che travolgeranno i paesi interni del Mezzogiorno d’Italia nel tentativo di rivolta contro la dominazione angioina”.  Alla notizia che Corradino stava per scendere in Italia al fine di riprendersi il regno meridionale tanto caro all’Imperatore Federico, tutto il Sud cominciò ad entrare in una fase di forte agitazione e fibrillazione. La rivolta dell’Italia meridionale contro gli Angioini ebbe inizio a Lucera in Puglia, ma, come riporta il Summonte (ne aveva scritto ancor prima Pandolfo Collenuccio), uno degli storici più importanti dell’Italia meridionale, i suoi capi furono  i nobili ghibellini di Potenza. Scrive il Viggiano nel suo italiano arcaico: “… senza numero furon le Terre che alzarono bandiere di rivolta a favore degli Alemani (cioè dei Tedeschi alias degli Svevi n.n.). Or quanta parte in quello affare avuto abbiano i Potentini, tragghiamolo da questo che scrive Summonte citando Collenuccio da Pesaro”. Ed ecco la citazione fatta dal Viggiano e tratta dal Summonte (citazione dal sottoscritto puntualmente verificata):

 “La Puglia di sua natura mobile per essere maltrattata da Guglielmo Landa di Parigi (governatore di quelle terre per conto di Carlo d’Angiò n.n.) che la governava si cominciò a ribellare, essendo Carlo in Abruzzo; e Lucera fu la prima, Andria, Potenza, Venosa, Matera e Terra d’Otranto. Capi della ribellione furono Roberto di Santa Sofia, che spiegò la bandiera dell’Aquila (l’Aquila Imperiale, cioè i vessilli del partito ghibellino n.n.) e Raimondo suo fratello, Pietro e Guglielmo, conti di Potenza, Errico, il vecchio conte di Rivello ed appresso queste case nobili; Castagna, Scornavacca, Filingieri e Lottiera. Questi scorrendo la Puglia, Capitanata e Basilicata ogni cosa rivoltarono mettendo a sacco le Terre…” (pag. 69). Fin qui Emanuele Viggiano delle Memorie della Città di Potenza. Tommaso Pedìo, invece, descrive quei fatti con le seguenti parole:

“A Potenza, preoccupati per le conseguenze che potrebbero loro derivare dalla manifesta adesione già mostrata a Manfredi, Roberto di Santa Sofia, signore di Rivisco e suo fratello Raimondo, con i conti Pietro e Guglielmo da Potenza, Bartolomeo ed Andrea di Torraca, Sarcone da Castanea, Tommaso Gentile, Paolo da Montepeloso, Enrico da Oppido, Ruggero da Bayano, Guglielmo da Levendario, Nicola de Turcis, tutti appartenenti alla aristocrazia potentina di antiche tradizioni ghibelline, dichiarano decaduta la dinastia angioina. E da Potenza, rapidamente, l’insurrezione si estende a tutta la Basilicata ed a paesi pugliesi. Ad eccezione dei feudi dei Sanseverino in Val d’Agri e delle città di Genzano, Melfi, Montepeloso e Muro, tutti i castelli della Basilicata si schierano con gli insorti, mentre in Puglia rimangono fedeli agli angioini soltanto Bari, Barletta, Bitonto, Gravina, Molfetta, Trani e Troia. Gli uomini più qualificati della regione si schierano contro gli Angioini. Oltre Potenza, Venosa, i paesi della Valle di Vitalba, dove i ribelli hanno il sopravvento. Ma dopo un iniziale successo, le sorti della estesa rivolta  cominciano a volgere al peggio. Ruggero di Sanseverino sconfigge i rivoltosi. Altri centri si arrendono al Sanseverino ed agli angioini. Ma Potenza è ancora nelle mani dei ribelli ghibellini cioè della aristocrazia potentina”.  Da lì a poco, però, anche nella città che comanda la rivolta le cose stanno per cambiare repentinamente. La controffensiva angioina in breve tempo ribalta le sorti della guerra di insurrezione. Riccardo di Santa Sofia riesce ad attuare una controffensiva liberando i propri compagni potentini, ma non tenta neppure di entrare in città e prosegue verso Corneto in Puglia perché le notizie che arrivano da Potenza sono pessime. Dopo un lungo assedio durato mesi anche la città pugliese di Lucera si arrende ed a quel punto ha inizio la vendetta angioina che si abbatte in modo particolarmente feroce su Potenza e su Corneto. Tra tutte le città e le località in rivolta del Mezzogiorno, la sorte più crudele toccò proprio a Potenza. Perché proprio a Potenza? Torno per un attimo alle Memorie di Emanuele Viggiano. La risposta è in queste poche righe.

“I fratelli Santasofia, Baroni di Revisco, terra un miglio o poco distante da Potenza, oggi distrutta (Viggiano scrive nel 1805 n.n.) erano cittadini potentini. Pietro e Guglielmo erano Conti di Potenza, le famiglie Castagna e Filingieri erano potentine, delle altre non si sa nulla ma è probabile cosa che lo siano state anch’esse. Le cose però non andaron a seconda de’ lor movimenti; poiché ognun sa che funne di Corradino; ed ognun vede che dovevano essi essere a parte delle avventure di quello. Quante eran state le Terre insorte, furon tutte messe a dovere e non leggermente punite”.

Ed a questo punto chiudendosi la storia di una eroica rivolta andata a male se ne aprì un’altra, quella di una guerra civile sanguinosissima. Quale? La guerra civile fra potentini, che si verificò in quegli stessi mesi del 1268. Nella fattispecie, seguendo il canovaccio di analoghe storie che si svolgevano e si erano svolte in altre parti d’Italia, specialmente in Toscana, una guerra civile tutta potentina  tra i due partiti cittadini dei guelfi e dei ghibellini, questi ultimi appoggiati dal vescovo potentino del tempo, Guglielmo I,  in carica dal 1267 fino al 1279, secondo la cronotassi episcopale redatta da Norbert Kamp.

Guelfi erano i popolani. Un po’ perché spaventati dalle possibili rappresaglie contro la città da parte degli angioini, un po’ perché sobillati dal vescovo, i popolani diventarono il braccio armato del partito guelfo a Potenza e quindi accadde ciò che il Viggiano descrisse a pagina 70: “In Potenza la ferocia del popolo fu più aspra della vendetta del vincitore; poiché fece man bassa delle famiglie autrici della rivolta; fra le quali furono sterminati i Grassinelli e i Turrachi e gli altri che presi lasciò in vita e presentò (consegnò n.n.) a Carlo affinché ne prendesse egli vendetta e risparmiasse la città. Tutto ciò non valse a nulla poiché fu la città messa a sacco e furon diroccate le mura”. I Grassinelli ed i Turrachi furono letteralmente fatti a pezzi dal popolino inferocito ed impazzito per la paura di una violenta vendetta angioina. Quindi, non solo fu un massacro civile infame quello messo in atto dal partito guelfo della città e dal popolino, ma fu anche del tutto inutile perché la vendetta del Re angioino colpì tutti i potentini senza differenze tra guelfi e ghibellini. Colpì indiscriminatamente la città che aveva capeggiato la rivolta nel Regno e che aveva saputo dimostrare attraverso la sua aristocrazia ghibellina una grande capacità militare e politica e solo questo contava agli occhi del Re angioino, Carlo. L’eccidio messo in atto da parte dei popolani guelfi fu solo una recrudescenza di bassa macelleria (oggi la chiameremmo ‘macelleria messicana’). Niente che potesse apparire nobile e dignitoso anche agli occhi del Re. Anzi, fu proprio il Re che dimostrò, poco tempo dopo, di apprezzare gli esponenti del partito ghibellino potentino, i suoi nobili, i suoi uomini di lettere, i suoi mercanti perché dopo che il sovrano franco, ormai franco-napoletano, lanciò contro ben 150 ribelli ghibellini della città di Potenza un bando d’esilio le condizioni della città, ancor più tragicamente aggravate da un rovinoso terremoto (il terremoto del 1273), decaddero spaventosamente. Potenza non c’era quasi più. Era tornata indietro di secoli e secoli e non era ormai niente di più di un semplice casale. Ma Carlo d’Angiò capì che Potenza non meritava di morire, che la sua posizione geografica era molto importante strategicamente e intuì che finanche dai capi degli ex nemici se ne poteva trarre qualcosa. Infatti, Roberto di Santasofia, sfuggito alle mani del popolo e del partito guelfo potentino, ebbe modo di passare al servizio del sovrano che aveva così accanitamente combattuto e, una volta passato al suo servizio, ebbe ancora modo di dimostrargli tutto il valore di chi, come lui, aveva fatto parte del partito ghibellino potentino. In quanto agli altri ex rivoltosi ghibellini, tornarono quasi tutti a Potenza e la ricostruirono. Furono perdonati, in un modo o nell’altro. Re Carlo – scrive Tommaso Pedìo – si preoccupa soprattutto della sorte di Potenza e l’8 maggio del 1270 da Napoli impartisce istruzioni al Giustiziere della Basilicata perché gli oltre 150 cittadini allontanati dopo la distruzione della città vi facciano ritorno. “Ciò favorisce la ripresa economica di una cittadina con una ricca borghesia …”. Il Viggiano invece, commenta così  questa fase, che testimonia come lo spirito di resistenza dei potentini sia stata una costante nei secoli contro guerre, terremoti ed altre calamità: ”Non durò allora gran pezza lo stato compassionevole de’ Potentini; né la loro popolazione si minorò; imperciocché in un testamento che abbiamo del 1354 si lasciano legati alla Parrocchia di santa Caterina o del suo clero”. Non c’erano stati interessi materiali nella grande e sfortunata impresa dei potentini ed in particolare del partito ghibellino di Potenza nello scendere in armi al fianco del biondo Corradino di Svevia ed in ricordo del grande Federico contro gli Angioini, ma solo motivi sentimentali. “Per la Famiglia di Svevia ebbero i Potentini tanta pendenza che per poco non trasse seco appresso il loro totale sterminio”. Il Viggiano aggiunge un particolare di non poco rilievo che meglio può spiegare perché i potentini del 1268 rischiarono di essere sterminati per motivi di puro romanticismo politico; “O la frequenza di Federigo nel vicino castello di Lagopesole, che, in quei tempi, dipendeva dalla Diocesi di Potenza, cogli uomini del quale avevano una certa mischianza di cose civili i Potentini, come si scorge da molte antiche pergamene; o il suo accomunamento fece che parecchi di qui fossero degnati di sua amicizia”. Quindi, parecchi potentini erano amici personali dell’Imperatore Federico II, cosa che mai è stata rimarcata e messa in evidenza fino ad oggi. “Si distingueva fra questi Messer Bartolomeo della Castagna, il quale, uomo memore e riconoscente,  fu con altri amici dello defonto Re a recare in Taranto colla maggiore dignità suo cadavere a sotterrare”. Insomma, scherzando un po’, potremmo dire che Potenza ebbe il suo ’68 con sette secoli di anticipo e che con quel ’68 mise sotto sopra una rilevante porzione del Regno di Napoli. Si può dire che nel 1268 ai potentini, come scrive il Viggiano, venne voglia di essere in scena. Lo fu capeggiando la rivolta contro gli Angioini che percorse vaste terre del regno di Napoli confidando troppo però nella capacità delle armi sveve di riprendersi il regno, lo fu rendendosi lo scenario di una triste e sanguinosa guerra civile cittadina tra guelfi e ghibellini e lo fu ancora, sempre per gli stessi fatti del 1268, perché attorno a quella rivolta ed a quella guerra civile si creò anche un caso letterario. Uno dei partigiani del partito ghibellino di Potenza fu quasi sicuramente Eustachio. Ci si è chiesti per tanto tempo di dove fosse. Si è detto che venisse da Matera, lo si è descritto anche come venosino ed infine non è mancato nemmeno chi lo ha detto potentino. L’incertezza è rimasta, nonostante alcuni suoi versi parlino di Matera come genitrice. Ho detto versi e quindi ho già fatto capire che Eustachio da Matera (o da Venosa) fu un letterato ed un poeta. Si potrebbe pensare ad un poeta minore o di nessuna importanza, ma non è così.  La figura di Eustachio da Matera o da Venosa è avvolta nelle nebbie del tempo: anche sul suo nome la tradizione non è concorde e presenta le varianti di Eustazio, Eustasio, Eustacchio, oltre a quella più nota di Eustachio. Legato alla corte di Federico II, giudice a Venosa, visse nel periodo di transizione seguito alla sconfitta imperiale e al successivo passaggio dalla dominazione sveva a quella angioina. La sua opera si lega a quel momento politico; egli registrò in essa il «lamento» per la penosa situazione dell’Italia. Il Planctus Italiae, di cui ci restano testimonianze frammentarie, è un poema, in latino in cui sembrano comparire due esigenze: la storia contemporanea e la ricostruzione mitologica delle genealogie dei singoli luoghi. Come spesso accade con le personalità che si incontrano nella Basilicata, anche nel caso di Eustachio si tratta più che della vicenda di un singolo, ma della storia, lunga e ancora incompiuta, di un recupero. Lo stato frammentario dell’opera di Eustachio, di cui continuano ad affiorare versi, lascia solo intravedere un disegno complesso e originale, a stento disseppellito e decifrabile nelle sue linee guida. Il Planctus Italiae è una sorta di enciclopedia medievale sulle origini mitiche e l’attualità storica di molte, forse addirittura tutte, le città italiane, fotografate alla caduta dell’impero federiciano. L’attribuzione di quei frammenti, di cui il più lungo si riferisce proprio alla città di Potenza e proviene da una manoscritto del Convento di San Francesco a Potenza e si basa su testimonianze incrociate di più autori medievali, che ricorsero al Planctus come fonte per le loro genealogie. Di ciò che è arrivato fino a noi del Planctus Italiae,  la parte più integra ed importante è proprio la parte che descrive l’eroica tragedia dei ghibellini potentini e le fasi della guerra civile fra potentini.

Chi è allora Eustachio? Se si ritorna al manoscritto potentino, edito da Viggiano prima e da Sanesi poi (cfr. la voce Eustachio da Matera o da Venosa della enciclopedia Treccani n.n.), si ricostruisce una figura di poeta che può coincidere con quella cui la tradizione di Dionigi attribuiva il Planctus. Emmanuele Viggiano lesse i versi di Eustachio «in un antico libro conservato nell’Archivio de’ PP. Conventuali di S. Francesco», mentre Ireneo Sanesi, novant’anni più tardi, riuscì a ritrovare quel libro nel Seminario di Potenza e lo descrisse come un messale del XIII secolo in cui alla carta 48 erano stati ricopiati i trentaquattro versi riguardanti la cronaca della città di Potenza, verosimilmente estratti dal Planctus, del cui autore il copista si premurava di far conoscere alcune notizie, trascrivendo dei versi:

 Matera che mi ha generato

mi diede il nome di Eustachio,

Venosa il prestigio di giudice e scrivano:

come un nuovo Geremia piango l’eccidio della patria,

la guerra del mondo, male d’Italia:

 piango il destino delle città d’Italia,

e la rovina del mondo.

“Trascrivo i versi dalla più corretta lezione di Viggiano, giacché la riproposizione del Sanesi, per quanto più nota in campo accademico, si presenta in qualche luogo dubbia: Sanesi trascrive infatti Venusiam anziché Venusiaque, per poi discutere sull’inesattezza di quell’accusativo quando grammaticalmente vi era necessità di un nominativo”  (Eustachio da Matera, Quaderno del Consiglio Regionale di Basilicata, testo non firmato). Comunque, la ricostruzione di Emanuele Viggiano sembra più fedele e corretta di quella del Sanesi.

Eustachio, allora, nato a Matera esercitava la professione di giudice a Venosa, qualche anno più tardi rispetto a Riccardo, giurista e poeta venosino alla corte Hohenstaufen (autore di un poema elegiaco in latino dal titolo De Paulino et Polla). Eustachio, probabilmente ghibellino, si trovò coinvolto nella guerra che Carlo I d’Angiò condusse nell’Italia meridionale contro le truppe imperiali. La definitiva sconfitta di Manfredi determinò in Eustachio quel pianto per la patria, per l’Italia federiciana e per la definitiva sconfitta delle città legate alla casa sveva. Lo si evince dai frammenti del manoscritto napoletano che propongono versi dedicati a Napoli, Messina, Taranto, ma soprattutto dal più lungo frammento potentino, riconosciuto e accreditato come parte integrante dell’opera di Eustachio. Il più lungo frammento di Eustachio, quello dedicato a Potenza, si sofferma in modo particolare sulle fasi della guerra civile potentina.

IL PLANCTUS ITALIAE: LA CRONACA DELLA DISTRUZIONE DI POTENZA

(Eustachio da Matera o da Venosa)

 

Inde potentini populi furor obruit omnes,

      Qui tulerunt aquile signa verenda sibi.

Urbs est Lucanis girata Potentia lucis,

      Fulta patrociniis, sancte Girarde, tuis,

5

Montibus et pratis. Gregis armentique feraces,

      Et lini late predita cultat agros,

Lonbardis populis austera potensque colonis

      Prestat vicinis diviciosa suis.

Auditis cedum furiis, victore minante,

10

      Insanit populus, turbine turba ruit.

Iram victoris placet hoc placare furore,

      Vindictam facere, cedere cede viros.

Nec minus inde suis iacuit post diruta muris,

      Sed punita magi impietate sua.

15

Gullielmus cadit hic et Grassinella propago,

      Cunque sua sequitur multa ruina domo:

Quem terrata vocat cum multis Bartholomaeus

      Hic capitur, stringunt vincula stripta viros,

Captivosque omnes ducunt Acherontis in arcem.

20

      Sed dedit alternas sors variata vices:

Nam comitiva manus Riccardus Sancta Sofia,

      Castanee Enricus ac Venusina cohors

Eventu miro venerant Acherontis in hostes,

      Captivosque vident inde venire viros.

25

Protinus agressi ductores marte, subire

      Discrimen faciunt: hic fugit, ille perit.

Cum sociis miles fit liber Bartholomaeus

      Instantique neci fata dedere moram:

Tunc perit ille Petrus Sapiencia Basilicate,

30

      Campi maioris gentis iniqua ferens.

Proditur, et pretio pretiosi fedus amici

      Auro fedatur. Fit scelerata fides:

Heu quantum scelus est funesta pecunia! Celum

      Supponunt precio fulva metalla suo.

35

Annis millenis biscentum septuaginta,

      Franco regnante, Romana sede vacante,

Exilii dampnum relevans dictata per annum

      Explicuit mesta vates per singula gesta.

 Allora il furore del popolo potentino travolse tutti

quelli che portavano i vessilli dell’aquila imperiale.

La città di Potenza fu generata dai boschi lucani,

e sostenuta dalla tua protezione, o San Gerardo.

Fornita di monti e di prati a perdita d’occhio

coltiva campi fecondi di greggi ed armenti.

Austera di stirpe lombarda e potente di coloni

rifulge più ricca dei suoi vicini.

Udite le furie minacciose di stragi del vincitore,

impazzì il popolo, in un turbine la turba si precipita.

 Con questo furore vorrebbe placare l’ira del vincitore,

 vendicarsi, fare strage di nobili.

E questo è nulla rispetto al dopo,

quando giacque distrutte le sue mura,

in più punita per la sua empietà.

Guglielmo cade e la stirpe Grassinella

 E alla caduta della loro casa segue molta rovina.

 Viene preso quel Bartolomeo

Che chiama con molti alla rivolta,

Stretti vincoli stringono i nobili

E conducono tutti i prigionieri nella rocca di Acerenza.

Ma la sorte mutevole diede alterne vicende:

Infatti in compagnia di armati Riccardo di Santa Sofia,

Enrico di Castanea e la coorte venosina

Erano giunti,

evento straordinario, ai nemici di Acerenza.

Vedono quindi venire i prigionieri.

All’inizio i capi, entrati in battaglia,

Decidono di subire il discrimine:

uno fugge, un altro muore.

 Un soldato con gli alleati rende libero Bartolomeo

E il fato offre un’attesa alla morte incombente.

Allora morì quel Pietro Sapienza di Basilicata,

Portando in campo l’iniquità della maggior parte della gente.

Viene tradito, e il patto della preziosa amicizia

Dall’oro sciolto.

 La fede diventa scelleratezza:

Oh quanto grande delitto è il funesto denaro

I biondi metalli sottomettono anche il cielo al loro prezzo.

 Nell’anno milleduecentosettanta,

Regnando il Franco,

 essendo la sede romana vacante,

Alleviando le pene dell’esilio,

Dettando questi mesti fatti per anno ad uno ad uno

 

In quello stesso articolo pubblicato nei Quaderni della Regione Basilicata troviamo questo giudizio critico che purtroppo non siamo riusciti ad attribuire al suo autore (ci riserviamo comunque di farlo in seguito) e qui incontriamo quella che, a tutti gli effetti, sembra una scoperta letteraria clamorosa ed entusiasmante, in ogni caso, estremamente gratificante per Potenza.

“Questi versi sono i più antichi, nella letteratura romanza, in cui si trovi riferimento a fatti storici ed è quantomeno singolare che riguardino una città rimasta a lungo periferica rispetto alle grande linee storiografiche. Non ultimo motivo d’interesse, è il contenuto privato, il riferimento ai singoli – cittadini e famiglie -, la descrizione della città, della popolazione, del sito di Potenza all’altezza della prima metà del XIII secolo. Un altro motivo d’interesse, e non secondario, è poi sotteso a tutto il Planctus Italiae: l’idea dell’Italia, come nazione da difendere, un’idea che nella nostra storia è molto più tarda”.

 Un’idea che nasce proprio in quelle tragiche traversie dello scontro tra Svevi ed Angioni.

 

PINO A. QUARTANA

L’illustrazione – Scontro tra Guelfi e Ghibellini a Lucca.

 

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