DAGLI SFORZA AI GUEVARA; POTENZA NEL RINASCIMENTO

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Concezioni del Rinascimento (inizio e fine dell’epoca)  Il Rinascimento è un periodo artistico e culturale della storia d’Europa che si sviluppò a Firenze tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna, in un arco di tempo che va, all’incirca, dai primi del 1400 fino a buona parte del 1500, con ampie differenze tra discipline e aree geografiche. Da Firenze si allargò a tutta l’Italia e, successivamente, con ritardo, in molte aree d’Europa. E’ stato uno dei periodi più grandi della storia italiana. Gli effetti del Rinascimento si avvertono forti anche oggi a 500-600 anni dal suo decorso perché se oggi l’Italia è privilegiata meta turistica ed attrae molti milioni di turisti da tutto il mondo lo deve, in buona parte, alle tantissime opere architettoniche e pittoriche (ma anche alle sculture), in altre parole, ai capolavori artistici prodotti proprio nel Rinascimento. La cultura del Rinascimento italiano ha lasciato un segno enorme nella cultura europea e mondiale e se tante persone in tutto il mondo ancora oggi sognano di imparare l’italiano o di visitare l’Italia o di vivere in Italia, se l’Italia è notissima in tutto il mondo da secoli ed occupa in tutto il mondo un posto privilegiato ed esclusivo, ebbene questo è un motivo di indicibile orgoglio di cui noi italiani siamo debitori, almeno per una buona metà, proprio al Rinascimento. Ad Amsterdam il Rinascimento arrivò 150 anni dopo che in Italia e così via e proseguì per buona parte del 1600. Prenderò come termine iniziale e finale del Rinascimento a Potenza la conquista della contea da parte di uno condottiero di ventura come Francesco Sforza (1430 circa) ed il quadro di Antonio Stabile in Santa Maria del Sepolcro, quadro ormai di chiara ispirazione controriformista, che segna anche nella certamente periferica Potenza la fine del Rinascimento: la ‘Madonna col Bambino tra i Santi Francesco e Patrizio’ (1582).

Gli Sforza a Potenza – Francesco Sforza (1401-1466), nato dal capostipite Giacomo Attendolo detto Muzio e poi anche Sforza (‘Sforza’ era originariamente un soprannome) e da una sua concubina, fu per tutto il Rinascimento considerato come l’uomo più illustre e forte d’Italia, tanto più dopo la realizzazione del suo sogno; diventare signore e padrone del Ducato di Milano, che con lui (e poi anche col figlio Ludovico il Moro, il grande protettore di Leonardo) diventò, assieme a Firenze, la città più illustre, colta, ricca e potente d’Italia, la più grande signoria rinascimentale tra 1400 e 1500. Sulla figura del condottiero e poi politico e Duca di Milano, i giudizi e le definizioni si sono sprecati. Discesi nel regno di Napoli dalla natia Romagna (anche se, in verità, Francesco Sforza nacque in Toscana, a San Miniato) col capostipite Giacomo ‘Muzio’ Attendolo, che successivamente assunse come cognome quello di Sforza quasi ripudiando quello originario di Attendolo, col cugino Micheletto Attendolo e quindi con la Compagnia di Ventura mercenaria di famiglia, attraverso alterne vicende gli Sforza misero radici nel Regno del Sud e già a 20 anni Francesco, il futuro Duca di Milano, era Viceré di Calabria sotto il Regno angioino.  Poi riconquistò, al comando delle truppe ereditate dal padre (1424), Napoli per la regina Giovanna II, partecipando quindi alla lotta finale contro Braccio da Montone. Passato al servizio di Filippo Maria Visconti, signore di Milano, batté i Veneziani. Dopo il servizio reso ai Visconti di Milano, d’accordo col Duca, ostile a Eugenio IV, Francesco Sforza si trasferì nello Stato Pontificio impadronendosi della Marca d’Ancona e di varie terre dell’Umbria, sicché il Papa, per evitare il peggio, lo fece marchese della Marca e gonfaloniere della Chiesa per le terre umbre occupate. Creatosi così uno stato proprio, fu al servizio dei Veneziani, preoccupandosi però di non colpire a fondo Filippo Maria Visconti, signore di Milano, alla cui successione mirava. Mi fermo qui perché sarebbe lunghissimo ed anche inutile stilare l’elenco delle sue imprese militari prima che diventasse il magnifico principe del Rinascimento e Duca di Milano che diventò. Un elenco sterminato che non risparmia quasi nessun punto nevralgico ed importante dell’Italia. Fu, per molto tempo, l’uomo senza il quale Re e Papi, duchi e signori rinascimentali non avrebbero mai vinto sui campi di battaglia. Grande condottiero (anzi, il primo condottiero d’Italia), fu anche principe capace; abbellì Milano, favorì la cultura, le arti e fece costruire il naviglio della Martesana (1457-60), così come il Castello di Milano, che porta il suo nome; il Castello Sforzesco. Perché parlo di Francesco Sforza nell’ambito di una rivista culturale che parla di Potenza? Lo faccio per approfondire una storia che pochissimi potentini (e, forse, sono anche ottimista dicendo pochissimi) conoscono; ben prima di diventare il magnifico Duca e mecenate di Milano, prima di diventare quel grandissimo personaggio della storia del Rinascimento italiano che indubbiamente fu, Francesco Sforza fu anche, tra le sue molte cariche e tra i suoi molti titoli, Conte di Potenza. E’ un capitolo sconosciutissimo ed ancora, in buona parte, da approfondire per tutti gli storici e ricercatori che si occupano di Potenza e della storia regionale. A differenza dei pochi autori che si sono cimentati nella ricostruzione di quei grandi, ma anche lontani fatti storici, c’è chi ha segnato il 1427 (cfr. Pedio, Cartulario della Basilicata 476-1443 uscito nel 1999) come l’anno in cui lo Sforza assume la titolarità della Contea di Potenza. Io non ci metterei la mano sul fuoco sulla data, né sul fatto ovviamente che si sia trattato di un conte che abbia fatto il conte. Voglio dire cioè che fu un titolo più onorifico che realmente gestito. Lo Sforza si muoveva in tutta Italia da un campo di battaglia all’altro in luoghi decisivi per gli equilibri di potere fra i vari Stati e staterelli italiani del Rinascimento ed è assolutamente impensabile che la storia del rapporto fra il futuro Duca di Milano e Potenza possa essere andata al di là della assegnazione di un titolo nobiliare sì, ma puramente onorifico. In ogni caso, è un momento della storia potentina che occorre indagare maggiormente perché i documenti allo stato attuale sono davvero irrisori. Ad un certo punto, sappiamo, e sembra una delle poche notizie certe, che Francesco Sforza cede la Contea di Potenza ad un suo strettissimo e devoto parente e collaboratore; Michele Attendolo di Cotignola, detto anche Micheletto Attendolo. Muzio Attendolo Sforza prese possesso dei possedimenti che erano stati dei Sanseverino e Micheletto, così come il figlio di Muzio, Francesco, venne a godere di quell’acquisizione ottenuta per aver combattuto al servizio della Regina Giovanna e della Casa Angioina di Napoli. Micheletto Attendolo (Cotignola 1370 – Pozzolo Formigaro 1463) nel 1419 entra al servizio della Chiesa con Papa Martino V. Il Papa lo fece creare gran connestabile del Regno di Napoli ed egli, dopo la morte della regina Giovanna II (2 febbraio 1435), si pose al servizio di Renato d’Angiò per il quale governò le terre della Calabria fino al 1438, quando il Re lo richiamò perché lo proteggesse da Alfonso d’Aragona.  Fu al soldo di Renato d’Angiò per difendere il Regno di Napoli dalle pretese degli Aragonesi da maggio 1435 ad aprile 1439. Nel giugno del 1440 al servizio di Firenze sconfisse ad Anghiari Niccolò Piccinino, che era al servizio dei milanesi, dove si distinse per le sue abilità nel comando e le sue capacità di stratega, nonostante le divergenze con gli altri condottieri. Nel 1441 stipulò una ferma con la Repubblica di Venezia e venne nominato Capitano Generale al posto del Gattamelata, quindi contrastò gli Aragonesi negli Abruzzi. Micheletto Attendolo guidò le armate della Serenissima veneziana alla conquista di Lecco nel 1447, finendo però sconfitto dai Milanesi. Venne rimosso dal comando e confinato a Conegliano. Sebbene non così famoso come Francesco o come Braccio da Montone o il Gattamelata, Micheletto Attendolo fu, senza dubbio, uno dei più grandi capitani di ventura italiani. Ma torniamo al racconto che ci riguarda più da vicino. Ad un certo punto, come ho già detto, Francesco Sforza cede la Contea di Potenza al fido Micheletto Attendolo. Anche su questo periodo della antica Contea potentina c’è qualcosa che non quadra con le date. C’è chi segna l’anno 1430, altre fonti indicano il 1436 come l’anno in cui Micheletto Attendolo conquista il titolo di conte di Potenza. Altri ancora invece vanno indietro di qualche anno anche rispetto al 1427 e dicono che Micheletto assunse il titolo di conte di Potenza già nel 1420 quando la moglie Polissena Sanseverino gli portò in dote quindici feudi, tra i quali Torre Amara, S. Marco, S. Martino in Terranova, Tursi, Tito, Anzi, Potenza, Vera, Campagna, Policoro, Vignola ed Alianello. Il feudo più importante era quello di Potenza. Quindi, nonostante queste divergenze fra studiosi e fonti diverse, su Micheletto, per quanto riguarda Potenza, ci sono già più notizie e più fonti. Senza dire che esiste addirittura una quarta versione sulla conquista dell’ambito titolo nobiliare di Conte di Potenza. Secondo il Muratori, Micheletto diventò Signore di Potenza non nel 1420, non nel 1427 e neppure nel 1436 ma nel 1433 e a questo proposito scrisse che il grande condottiero di ventura si impossessò della Contea di Potenza e “pigliò l’omaggio di quelli di Potenza” (Rerum Italicarum scriptores). Bisognerebbe capire meglio cosa significò in concreto prendere l’omaggio dei potentini. Detto così, il racconto farebbe venire in mente una entrata trionfale in Potenza da parte di Micheletto e della sua Compagnia militare. Ma sono, almeno per il momento, solo supposizioni. Quel che è ancora più certo è che il conte degli Attendoli, cioè il  braccio destro di Francesco Sforza, tenne la Contea di Potenza per non poco tempo. Anche se dessimo per buona la versione del Muratori, si tratterebbe, pur sempre, di un periodo di dieci-undici anni di signoria potentina. Non proprio roba da nulla. Ma ormai siamo arrivati col racconto al 1442 o 1444. La vecchia Casa Angioina (di cui i potentini hanno portato per tanto tempo ricordi e segni dolorosi che rimandano al periodo di Carlo D’Angiò ed al 1268 quando Potenza, la città da cui partì e che capeggiò la rivolta antiangioina e filosveva del Sud, fu straziata dalla vendetta dei vincenti angioini) usciva sconfitta dal Regno di Napoli, che si preparava ad accogliere i nuovi padroni; gli Aragonesi.

Don Inigo, primo conte Guevara di Potenza 

  • Novembre del 1442. Don Inigo prende il possesso della città di Potenza con il titolo di Conte di Potenza.
  • Nel 1444 il Guevara ascende al rango ancor più prestigioso di marchese del Vasto (nella gerarchia nobiliare i marchesi erano di un gradino al di sopra dei conti n.n.).
  • il 26 dicembre 1448 viene nominato anche Gran Siniscalco del Regno, una delle sette più importanti cariche del Regno di Napoli.
  • 26 giugno 1458 muore Re Alfonso d’Aragona e il Guevara giura fedeltà al figlio Ferdinando, Duca di Calabria.

La prima moglie di Inigo Guevara fu Lucrezia Sanseverino, ma non sono note le date del matrimonio e della morte di lei. Il conte sposò in seconde nozze Covella Sanseverino, sorella del duca di San Marco, che gli sopravvisse con i due figli, anche se alcune fonti genealogiche riportano che Covella morì nello stesso anno del marito Inigo; nel 1462. Il maggiore, Pietro, succedette al padre come marchese del Vasto e Gran Siniscalco; il secondo, Antonio, divenne conte di Potenza.

Nel 1435 Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, si mosse dalla Spagna per conquistare il Regno di Napoli strappandolo ai francesi angioini. Non si sa perché, o, meglio, si potrebbe anche dire il perché ma evito di approfondire per non andare fuori strada, si porta appresso con un occhio particolare di benevolenza e di fiducia quattro giovani, poco più che ragazzi, e, cosa molto strana, neanche ricchi e nobili. Il più promettente e forte dei quattro ragazzi si chiama Inigo de Guevara. Dopo qualche anno diventerà Conte di Potenza, il primo Conte di Potenza della dinastia Guevara in Italia e il capostipite ovviamente del ramo Guevara di Potenza. I primi tempi di Re Alfonso d’Aragona, e quindi anche dei suoi quattro giovani seguaci nella sua grande avventura di conquista italiana, non furono certo allietati da rose e fiori. I primi tempi se la passarono anche molto male. Alfonso ed i suoi giovani ragazzi compagni d’arme furono messi in prigione dagli Angioini. Come ha scritto uno storico parlando proprio di don Inigo de Guevara Le sue fortune cominciarono già durante la prigionia con il re Alfonso, quando ricevette la promessa di tutti i beni di proprietà di Francesco Sforza e Micheletto Attendolo, cioè proprio dei maggiori antagonisti militari degli aragonesi e quindi dei più forti bracci armati su cui si appoggiavano gli angioini per mantenere il Regno di Napoli in proprio possesso”. Aggiungo io, che la promessa fatta in carcere da Re Alfonso al giovane Inigo riguardava proprio le terre ed i possedimenti di quelli che, guarda caso, sarebbero stati gli ultimi due conti di Potenza prima degli Aragonesi. L’indicazione di quelle terre era veramente casuale? Sì e no, forse, fu un caso o forse no, ma di questo parlerò più in là. Fatto sta che tornati liberi e dopo essere veramente riusciti a conquistare il Regno ed a cacciare gli Angioini, il giovane Inigo riuscì ad aggiungere all’affetto ed alla simpatia che il Re nutriva per lui anche una grande fiducia nelle sue capacità militari di grande condottiero e capo di eserciti. Egli riuscì a meritare sui campi di battaglia la fiducia che il Re aveva riposto in lui con la vittoria di San Germano (1438). Nelle vittorie finali del 1442 il Guevara ebbe un ruolo cospicuo, prima guidando una colonna alla conquista di Napoli (2 giugno) e poi a capo di uno squadrone di cavalleria nell’azione decisiva della battaglia di Carpenone (28 giugno). Una nuova fase dell’attività militare si aprì nel novembre 1446 quando Alfonso il Magnanimo fece marciare il suo esercito a nord nel tentativo di estendere la propria influenza in Toscana. Nell’unica azione di rilievo di quella campagna – l’assedio di Piombino – Inigo de Guevara, nel frattempo diventato un nobile in quanto Conte di Potenza, ebbe parte importante, a capo delle due colonne di armati che il 10 settembre del 1448 tentarono invano di espugnare la città toscana. Re Alfonso aveva già raggiunto la frontiera quando una grave malattia gli impedì di procedere oltre, sicché, nell’ottobre del 1453, il comando dell’esercito aragonese venne trasferito ad Inigo Guevara. Quando, nel 1459, l’ostilità dei baroni nei confronti di Ferdinando si tramutò in ribellione, il Guevara ed i suoi fratelli restarono fedeli al re (mentre il figlio Pietro, spinto anche dal suocero, tramò insieme ai Baroni ribelli nella famosa congiura ordita nel castello di Miglionico, in Basilicata). Ancor più decisivo fu l’appoggio che il Guevara fornì a Re Ferdinando dopo la disastrosa battaglia di Sarno (luglio 1460), dacché le milizie del primo conte di Potenza e dei suoi fratelli ammontavano allora a un terzo di tutte quelle su cui il re poteva ancora contare. La decisiva battaglia di Troia, combattuta il 18 agosto, lo vide nuovamente in prima linea. Don Inigo trovò la morte poco dopo quell’assedio in conseguenza delle ferite mortali che ne ebbe. Secondo Alan Ryder, che ha scritto una voce su Don Inigo per la Treccani, invece, “la notizia che fu ucciso o mortalmente ferito a Troia è da considerarsi infondata poiché il 1° settembre il Re gli ordinò di cacciare il Caldora dagli Abruzzi. Fu qui che egli probabilmente perse la vita”. Se non il 1460, allora il 1462. Il 1462 è la data ufficiale infatti della sua morte.

Pedro (o Pietro) ed il ramo Guevara di Vasto che si estingue  Isotta Ginevra del Balzo, di antica famiglia angioina, figlia di Pirro del Balzo, duca di Venosa, sposò Pedro de Guevara, primo figlio di Inigo, con una spettacolare cerimonia il cui sfarzo venne raccontato dal Pontano. Isotta, principessa di Altamura, è anche sorella di Federico, che nel 1477 sposò Costanza d’Avalos, sorella di Antonia, che nel 1479 sposò Giovan Francesco Gonzaga, signore di Sabbioneta, e sorella di Isabella, che nel 1487 sposò nientemeno che il futuro re Federico d’Aragona. Nonostante questi legami familiari, Pirro del Balzo, suocero di Pedro de Guevara, partecipò alla Congiura dei Baroni a Miglionico e, accusato di ribellione e tradimento, venne imprigionato e, forse, ucciso per ordine del Re.

Pedro, suo genero (di Pirro Del Balzo) e suo seguace, nonché figlio di don Inigo, vide tutte le sue ricchezze confiscate mentre il marchesato del Vasto tornò alla corona, che lo concesse ad Inigo d’Avalos (zio di Pedro). Quello di Pedro Guevara fu un tradimento a favore del suocero ed ai danni del padre Inigo e del fratello Antonio. Da quel momento, il ramo Guevara di Vasto si estinse. Restò solo il ramo originario principale di Potenza rappresentato dal fedelissimo Antonio (che diventerà addirittura Vicerè) e da quel momento i Guevara si radicano totalmente a Potenza e si identificano con la nuova patria potentina. Da quel momento i Guevara diventano potentini.

Don Antonio, secondo Conte Guevara di Potenza – Don Antonio, secondo figlio del capostipite dei Guevara di Potenza e d’Italia, Don Inigo, fu il secondo conte Guevara di Potenza, il ramo principale dei Guevara in Italia. Don Antonio Guevara fu anche Gran Siniscalco del Regno, la settima carica del Regno, che era stata già del padre. Nel 1491 fu destinato, da Re Ferrante I° quale ambasciatore presso il Re di Castiglia. Nel 1496, fu Capitano della sola città di Napoli con le prerogative di Viceré. Ma solo per la città di Napoli. Re Federico I, che lo stimò molto, lo volle come precettore di suo figlio, don Ferrante d’Aragona, duca di Calabria. Antonio de Guevara, uomo pio e virtuoso, governatore saggio e prudente, diplomatico intelligente e capitano valoroso, insomma, uomo di grandissimo valore, fu caro sia a Re Ferdinando, sia al Re Federico che al Re Ferrante fino al punto che, seppur per un brevissimo periodo di sedici giorni, il conte Antonio, che era il primo della parte italiana dei Guevara a non essere più spagnolo ma italiano o, italo-spagnolo, diventò Viceré del Regno di Napoli ovvero l’uomo più potente ed importante del Regno. Anche se solo per sedici giorni. Esattamente dal 8 di ottobre del 1509 al 23 di ottobre dello stesso mese. Sposò Laura Caetani d’Aragona, figlia di Baldassarre, Conte di Traetto e di Donna Antonia Caracciolo, figlia di Sergianni, che era stato l’amante della Regina Giovanna sul finire dell’epoca angioina a Napoli. Con la moglie generò Giovanni, Inigo e Francesco. Mantenne la titolarità della Contea per un periodo lunghissimo; dal 1471 al 1514. Ebbe nella Compagnia dì Armi di sua proprietà anche il celeberrimo condottiero Fanfulla da Lodi, uno dei tredici sfidanti vittoriosi della Disfida di Barletta.

Giovanni Guevara, terzo conte di Potenza Don Giovanni fu anch’egli Gran Siniscalco del Regno. Ereditando questa prestigiosissima carica, Giovanni non mancò di ereditare anche la Compagnia d’Arme di famiglia. Giovanni Guevara si rese protagonista di fatti d’arme la cui importanza esula dal contesto potentino e basilicatese e investe in pieno la storia d’Italia nel Rinascimento. Il conte Giovanni partecipò per vent’anni a tutte le battaglie di Carlo V, tra cui quella di Pavia, dove fu preso prigioniero Francesco I, Re di Francia. Fu pure tre anni in Spagna col grado di Ammiraglio. Di ritorno da Napoli, affranto e malfermo di salute, morì a Vietri di Potenza l’8 febbraio del 1536 mentre cercava di tornare nella sua dimora comitale di Potenza.   

Carlo, quarto Conte di Potenza – Prima che il Conte Carlo ricevesse in proprietà anche la contea di Apice, presso Benevento, il padre o il nonno avevano già esteso la contea potentina fino a comprendere le terre di Trivigno e Rocca Imperiale, a metà, quest’ultima, della cimosa costiera del golfo di Taranto, già facente parte della Basilicata ed ora della provincia di Cosenza. Don Carlo subentrò nel luogo di primogenitura dopo la morte del padre e restò Conte di Potenza. Si unì in matrimonio con Porzia dei Tolomei di nobilissima famiglia senese. Con il matrimonio, Carlo acquistò altri feudi, in particolare nel Leccese ed in Terra d’Otranto. Carlo ebbe dal matrimonio con Porzia dei Tolomei quattro figli;  Alfonso, Francesco, Antonio e Maria, moglie di Giovanni Brunforte. Il secondogenito Don Francesco ebbe il comando dell’antica Compagnia d’Arme di suo padre che poi fu ceduta da don Francesco ad un parente del ramo dei Guevara di Bovino. Sia Francesco che il fratello Antonio non ebbero figli ed Antonio morì di morte violenta e prematura nel 1535 a Napoli. Anche il conte Carlo, come il padre, il nonno ed il bisnonno, fu un grande e valorosissimo capitano d’armi. Carlo partecipò con le sue compagnie all’assedio ed alla vittoria di Tunisi nel 1531 a fianco dell’Imperatore Carlo V. “Comparve con tanta pompa che la sua tenda accolse lo stesso Imperatore Carlo V”, così lo storico Emanuele Viggiano nel suo “Memorie della Città di Potenza” del 1805 ricorda le gesta gloriose del nobile potentino, che fece strage di nemici (i Turchi o ottomani).  

Don Alfonso, quinto Conte di Potenza – Don Alfonso, che, come primogenito dopo la morte del padre Carlo ricevette in eredità anche la Compagnia d’Armi, si sposò, la prima volta, con Donna Beatrice d’Avalos, figlia del Marchese d’Avalos e di Maria D’Aragona in conformità con un impegno sottoscritto da suo padre, il conte Carlo, con Don Alfonso d’Avolos, Marchese del Vasto. Ma quel matrimonio, che avrebbe dovuto costituire la riparazione ad una offesa mortale portata da un D’Avalos ad un Guevara, finì, non meno tragicamente, perché Beatrice d’Avalos morì di parto e così don Alfonso Guevara tornò libero. Segno del destino? Chissà … Don Alfonso Guevara si risposò allora con un’altra Beatrice, Donna Beatrice di Lannoy, figlia del Principe di Sulmona e di Donna Isabella Colonna. Beatrice di Lannoy era stata però già sposata in precedenza con un esponente della casata d’Aragona. Con Beatrice di Lannoy, Alfonso Guevara, quinto conte di Potenza, mise al mondo il primogenito Alfonso II e poi Donna Porzia e Donna Teresa, quest’ultima andata in sposa ad un Carafa.

Don Alfonso II, sesto Conte di Potenza ed ultimo conte Guevara a Potenza Don Alfonso II succedette al padre don Alfonso I nella Contea di Potenza ed in tutte le altre terre da quello possedute ed ebbe la stessa compagnia d’Armi di famiglia. Si sposò con donna Isabella Gesualda, figliuola del Principe di Venosa nonché conte di Conza e di Geronima Borromeo, sorella del Cardinale di Milano. Isabella, che era anche la sorella del grande madrigalista Carlo Gesualdo da Venosa, sposò prima Alfonso II Guevara, sesto conte di Potenza, esattamente nel 1579, e poi alla morte di Alfonso (morì molto giovane a soli ventidue anni nel 1584), in seguito ad una dispensa papale, sposò in seconde nozze Ferdinando Sanseverino. Dal primo matrimonio con il nobile potentino, Isabella ebbe due figlie: donna Porzia, che ereditò la Contea di Potenza e sposò don Filippo di Lannoy, Principe di Sulmona, e donna Beatrice Guevara, che sposò Errico Loffredo, marchese di Sant’Agata. Ad un certo punto, essendo morto da piccolo don Orazio di Lannoy, che era l’unico erede della sorella Porzia e del di lei marito, ecco che Beatrice si ritrovò ad essere l’unica erede del casato Guevara di Potenza.   

Dopo Alfonso II Guevara  Il cronista Rendina, più volte ricordato, conobbe Beatrice di Guevara, figlia del conte Alfonso II, che sposando Enrico Loffredo, marchese di Trevico, divenne contessa di Potenza, dopo la sorella Porzia, nel 1604. Egli fu pure amico dei nuovi feudatari di cui si sforzò di magnificare le origini facendole risalire all’alto Medio Evo. La dinastia dei Guevara di Potenza era durata 160 anni. Quella dei Loffredo andò avanti per altri 202 anni fino alla eversione della feudalità ed all’ingresso delle truppe francesi di Napoleone nel Regno di Napoli e nella città di Potenza, la quale, se da un lato, perse la sua antichissima e prestigiosa Contea, istituita nel 900, dall’altro,  guadagnò o, meglio, riguadagnò  il titolo ancor più prestigioso di Capoluogo della Provincia di Basilicata (oggi si direbbe di Capoluogo della Regione Basilicata perché la Provincia di allora coincide con la Regione Basilicata di oggi, ma ai primi del 1800 la definizione esatta era quella di Capitale della Provincia di Basilicata), status che tuttora detiene dopo 211 anni.

I Guevara di Potenza nella storia d’Italia  I Guevara di Potenza hanno un loro posto non solo nella storia di Potenza o in quella del Regno di Napoli, ma, si può dire, anche nella storia d’Italia ed il loro prestigio, essendo conti di Potenza, si è riflesso anche sulla città che rappresentavano. Non è affatto esagerato affermare ciò. Il 1500 fu il secolo di tre grandi libri, di tre grandi classici della cultura italiana; “Il Principe” di Machiavelli per la cultura politica, “Le Vite dei più eccellentissimi scultori, pittori ed architettori” del Vasari per le arti e la pittura e la “Storia d’Italia” del Guicciardini per le scienze storiche. Ebbene, le gesta dei conti Guevara di Potenza sono presenti anche in quel grande libro. Il grande storico fiorentino cita più volte i Guevara di Potenza. Sei volte, per la precisione, ma ne parlerò in seguito in un articolo specifico.

I rapporti dei Guevara di Potenza con le signorie italiane  La prima signoria italiana che viene in mente circa i rapporti con i conti potentini è quella degli Sforza di Milano. A questo punto ripropongo la questione già posta prima; perché il Re d’Aragona, prima ancora di conquistare il Regno, assegna ad Innico Guevara proprio i feudi e le terre che appartenevano ai due maggiori nemici degli Aragonesi e cioè Francesco Sforza e Micheletto Attendolo? La anticipata assegnazione degli stessi feudi cosa era? Una vendetta, un gesto simbolico? E perché assegnare quei feudi proprio a don Inigo? Se Inigo e gli Sforza-Attendolo non si conoscevano, almeno fino a quel momento, l’assegnazione agli occhi del lettore di oggi può sembrare del tutto casuale, ma è proprio così? Difficile dire nelle contorte storie dell’Italia rinascimentale se all’epoca della sua prigionia insieme al Re aragonese, Inigo conoscesse già Francesco Sforza e Micheletto Attendolo. Certo è però che nel corso del tempo almeno il Guevara e lo Sforza non solo si conobbero ma vennero a strettissimo contatto più volte. Fu in particolare in occasione di una delicata missione diplomatica presso Francesco Sforza nel luglio del 1438 che i due grandi condottieri nemici si conobbero. Benché lo Sforza non intendesse ritirarsi dal Regno, il Guevara riuscì comunque a ottenere un parziale successo, poiché il futuro Duca di Milano accettò infine un armistizio. Fatto sta che dopo il 1440 le contee di Apici, di Ariano e di Potenza assegnate al Guevara furono tutte sottratte allo Sforza ed all’Attendolo. Ci furono ancora altre occasioni in cui il Guevara e lo Sforza vennero a contatto diretto e quindi non deve destare troppa meraviglia il fatto che nel 1462, alla notizia della morte del conte di Potenza, Inigo Guevara, il Duca di Milano inviasse le proprie condoglianze, gesto di grande valore umano. Tre dei capitani d’armi più illustri dell’Italia rinascimentale e del 1400 come Francesco Sforza, Micheletto Attendolo ed Innico Guevara, pur divisi negli schieramenti, avranno, a distanza di poco tempo, almeno una cosa davvero in comune; essere stati tutti e tre conti di Potenza. Intensi, anzi, familiari furono i rapporti fra i Guevara ed i Gonzaga, signori di Mantova, una città che nel Rinascimento italiano ebbe, grazie ai Gonzaga, un formidabile sviluppo da grande corte rinascimentale in seguito alla continua opera di abbellimento e di progettazione ducale affidata dai Gonzaga a Giulio Romano, il principale allievo, insieme a Giovan Francesco Penni detto ‘Il Fattore’, di Raffaello. ‘Il Fattore’, come ho scritto in un precedente articolo, fu anche il maestro del Pistoia, un pittore rinascimentale di cui tornerò a parlare fra poco con riferimento a quanto, certo molto più modestamente, accadeva invece a Potenza. “Non stupisca la passione del duca di Sabbioneta (un Gonzaga, signore di Sabbioneta vicino Mantova n.n.) per il ludus degli attori di professione nel suo appartato teatro di corte in bilico tra temi aulici e motivi comici. Quella passione aveva radici salde. Documentate, ad esempio, da una lettera del 30 aprile 1562, di Baldassare de Preti al cardinale Ercole Gonzaga, in cui si descrivono minuziosamente i variegati festeggiamenti indetti in quell’anno a Bozzolo da Vespasiano Gonzaga (un esponente del ramo cadetto dei signori di Mantova nonché soprattutto un’altra personalità geniale del Rinascimento e che fra le tante cose che realizzò nella sua vita ci fu la fondazione e la costruzione di Sabbioneta, la città ideale secondo i principi ed i canoni del miglior Rinascimento italiano n.n.), indetti in quell’anno a Bozzolo per celebrare le nozze della sorellastra Beatrice con don Alfonso di Guevara, primogenito del conte di Potenza”. Altre cronache, ormai seppellite dall’oblio, di storici del tempo riferiscono anche di una missione svolta a Genova dallo Sforza e dal Visconti a cui partecipò anche il conte di Potenza e si trattava del conte Antonio Guevara (1489). Accertati i rapporti di parentela anche con la famiglia di San Carlo Borromeo di Milano.

La raffinatezza dei Guevara – I suoi interessi letterari spinsero Inigo ad entrare a far parte del circolo accademico riunitosi attorno a Re Alfonso e lo portarono a raccogliere una selezionata biblioteca. La sua forbitezza diplomatica gli guadagnò un posto tra i nobili inviati a Roma nel 1447 a rappresentare Alfonso d’Aragona all’incoronazione del papa Niccolò V. Molto più lungo è invece l’elenco degli artisti che hanno parlato dei Guevara, in questo caso però con riferimento a tutti i Guevara e non solo ed esclusivamente ai Guevara del casato potentino, o hanno dedicato le loro opere a questi nobili che avevano nel sangue una grande attenzione per la cultura, facendo da mecenati e protettori delle arti o creando biblioteche e scrivendo loro stessi poesie o trattati. Anche il padre di Torquato Tasso, il poeta veneziano Bernardo Tasso, nel suo Amadigi, parla di Alfonso de Guevara, conte di Potenza. Ne va dimenticato il fatto che per ben due volte un conte di Potenza viene chiamato a Napoli a fare da Precettore al figlio del Re grazie alla grande cultura che i nostri conti potentini certamente avevano e per cui erano noti nel Regno di Napoli e che certamente ne facevano delle figure molto rinascimentali.

I Guevara e Potenza Finora abbiamo visto i conti di Potenza, gli Sforza (o Sforza-Attendolo che erano la stessa famiglia) prima ed i Guevara dopo, agire sul grande proscenio, militare, politico, diplomatico e culturale nazionale (finanche europeo), portando così in alto, insieme al loro Casato, anche il nome di Potenza, ma possiamo parimenti sospettare che essi abbiano portato in giro per l’Italia e finanche per l’Europa solo il nome di Potenza, senza cioè aver mai avuto alcun rapporto con la città sede della Contea del cui titolo si fregiavano. Ebbene, non è affatto così. I Guevara di Potenza furono certamente dei protagonisti di primissimo piano, almeno fino al conte Carlo, della vita del Regno, allora il più grande ed esteso d’Italia, ed in una certa misura anche protagonisti della vita del Rinascimento italiano, ma ciò non significa né che agissero, come tanti altri feudatari facevano al Sud, cioè solo come titolari di rendite da spendere nella capitale Napoli, né che gestissero il titolo in modo solo onorifico, come certamente aveva fatto il futuro Duca di Milano con Potenza. E’ noto il fatto che al Sud i feudatari erano poco presenti fisicamente nei loro feudi e che preferissero spendere a Napoli le rendite dei loro feudi, costruendo propri palazzi nobiliari nella capitale Napoli e facendo vita di corte o di società fra nobili. Ma a Napoli. Quasi sempre, solo a Napoli. Ebbene, a Potenza non fu proprio così. Il rapporto fra i Guevara e Potenza apparteneva ad un modello diverso. Sebbene trascorressero molto tempo fuori Potenza per assolvere ai loro altissimi incarichi militari e politici, in quanto espressione di una famiglia tra le più illustri ed importanti del Regno di Napoli, il loro rapporto con la città sede della Contea non fu affatto episodico. Tutt’altro. Bisogna anche tener conto delle condizioni in cui i Guevara trovarono nel 1442 (o, secondo altri, nel 1444) la città, sede della Contea che gli era stata affidata in sorte. Condizioni non certo incoraggianti.

“Desolante, dunque, era il quadro che doveva presentarsi agli occhi del nobile uomo d’armi catalano, Innico de  Guevara, il quale, nel 1445, dopo aver ricevuto in feudo la città da Alfonso d’Aragona, che la tolse al fellone Francesco Sforza, insieme con le terre di Vignola, Anzi e Vietri, dispensò i cittadini di Potenza dal pagamento delle gravezze dovute al regio Fisco” (Le città nella storia d’Italia: Potenza”, Edizioni Laterza, 1997, Roma-Bari).

A proposito del rapporto fra i Guevara e Potenza mi piace a questo punto continuare il racconto con parole e giudizi altrui facendo riferimento, in particolare ai giudizi espressi dagli autori del volume “Tra il Casale e la città”(Pellettieri/Rubino/Valente, 2016) e dagli autori del già citato volume edito da Laterza, giudizi che sottoscrivo in pieno. “I conti Guevara, buoni e munifici amministratori, dopo la peste e la guerra, seppero creare i fermenti più appropriati per la ricostruzione urbana e per donare nuova vitalità alla popolazione”. A tal fine essi dettero vita ad un ampio piano di lavori pubblici al punto di trasformare la città in un grande cantiere e questo accadeva in una città martoriata da troppe calamità (ho ricordato la peste che colpi in maniera tremenda a Potenza e ripetuta (tre volte in 30 anni dal 1400 al 1430, anche le guerre ed i terremoti). Questo fu il modo migliore per inserire anche Potenza nella mappa dello spirito rinascimentale italiano. In fondo, i grandi signori d’Italia e delle più fortunate signorie del centro-nord non avevano commissionato solo grandi sculture e quadri, ma avevano anch’essi nelle loro città dato vita ad ampi piani di lavori pubblici. Era questo a Potenza il modo più immediato di mostrare la propria vena di signori del Rinascimento. I soldi della esenzione dalle tasse furono usati per rifare il circuito murario. Sorsero nuove Porte al posto di alcune di quelle precedenti. Le Porte di San Gerardo e di San Giovanni rimasero intatte, ma fu creata Porta Salza. Nel 1488 fu costruito il Convento annesso alla chiesa di Santa Maria del Sepolcro e fu ricostruita la stessa chiesa tutto a spese dei Guevara. I signori di Potenza intrattennero rapporti profondi e privilegiati con i religiosi di Santa Maria. Fu rifatto il Chiostro duecentesco di San Francesco, opera questa non di Inigo, ma del figlio Antonio. Inoltre, fu ristrutturato il Palazzo del Seggio e fu iniziata anche la costruzione del Palazzo Comitale, successivamente chiamato Palazzo Loffredo, oggi sede del Museo Nazionale della Basilicata, che ha infatti una chiara impronta rinascimentale. La moglie di Inigo, la marchesa Covella Sanseverino, volle anche la costruzione di un acquedotto. E l’elenco delle opere realizzate potrebbe continuare. Come ho già detto, quanto accadde a Potenza fu un esempio abbastanza raro rispetto a quanto avveniva da parte dei feudatari in Basilicata, spesso feudatari che non vivevano nei loro feudi e nelle città dei loro feudi, che reclamavano tasse sempre più esose vivendo a Napoli oppure che vivevano nei loro feudi ma che usavano il feudo solo per arricchirsi e per spremere spietatamente la povera gente. A Potenza, per fortuna non fu così, ed a Potenza poté, magari timidamente, far capolino il Rinascimento ed il suo spirito, così come a Napoli e ancor più nelle città del centro-nord. I Guevara di Potenza furono tutti imbevuti di questo spirito, tranne forse in solo caso che vide come protagonista in negativo il conte Carlo. Non si può dimenticare neanche il fatto che l’ultimo membro della famiglia Guevara, Beatrice, ai primi del 1600, donò con grande generosità una gran parte del castello di famiglia ai frati cappuccini di San Carlo, obbligando gli stessi religiosi a non usare la donazione in modo improprio, ma solo per costruire un ospedale allo scopo di curare la popolazione potentina. Quell’atto di donazione, anch’esso fortemente impegnato di spirito rinascimentale (anche se il Rinascimento era ormai già terminato da qualche tempo), non è andato perduto ed anzi, col senno del poi, possiamo dire oggi che la generosità della munifica contessa potentina costituì il primo embrione della nascita dell’Ospedale San Carlo, diventato, a distanza di quattro secoli dalla donazione di Beatrice, una delle maggiori strutture ospedaliere italiane.

“La civitas potentina si strinse intorno alla figura del conte, unica speranza di rinascita civile e di ricostruzione urbana…” (‘Potenza’ nella serie ‘Le città nella storia d’Italia’). I Guevara eressero il sepolcro di famiglia o il proprio Pantheon in Santa Maria del Sepolcro. “La precisa  descrizione dell’arcidiacono Rendina sulla vita del conte Carlo fa emergere con estrema chiarezza che anche questo conte fu un grande condottiero e valoroso uomo d’armi che viaggiò molto e visse lunghi periodi in altre città ma senza mai dimenticare di ricoprire di attenzioni la città di Potenza; più in generale, dalle poche fonti finora ritrovate si percepisce che la famiglia Guevara si legò alla città di Potenza scegliendola come luogo dove vivere e riposare in eterno. Fra tutti i possedimenti che appartenevano a questa grande famiglia del Regno aragonese di Napoli, essi preferirono Potenza sin dal capostipite Inigo ed in essa individuarono una nuova patria nella quale radicarsi. Offrirono servizi a molte altre città, combatterono a fianco del Re d’Aragona e dell’Imperatore, ma non considerarono Potenza semplicemente un feudo dal quale ricavare delle entrate. Si impegnarono a pianificare urbanisticamente l’intera città ma offrirono aiuto di ogni tipo e genere ai cittadini ed anche alle istituzioni religiose” (cfr. ‘Tra il Casale e la città’). In poche parole, diventarono, nel breve volgere di poco tempo, potentini a tutti gli effetti. Molto probabilmente, vollero diventarlo, anche perché sapevano bene fin dall’inizio del trasferimento dalla Spagna in Italia che in Spagna non sarebbero mai più tornati e così in effetti fu. Potenza non più visto come uno dei tanti feudi da sfruttare e da cui estrarre ricchezza, ma come un luogo del cuore e dell’anima. Questo profondo e speciale legame, ripeto, abbastanza inconsueto nel Sud ed in Basilicata, si spiega in tanti altri modi. Uno di questi risale ad un fatto accaduto al conte Carlo quando era un ragazzetto. Le parole sono di Mario Brienza:

“I Conti di Potenza spesso si recavano a Santa Maria e cercavano la familiarità di tutti i frati e specialmente del Beato Egidio da Laurenzana. Furono testimoni di vari fatti portentosi di Lui, poiché videro una volta il Beato assorti in estasi con lo Spirito Santo in forma di Colomba librata sul capo. Videro gli uccelli anche di specie non use a vedersi nelle nostre contrade e quando, verso gli ultimi anni della vita del Beato, il conte Carlo ancora giovanetto, dispensato dai medici che non seppero guarirlo da una grave malattia, vollero l’aiuto della preghiera e della benedizione di Frate Egidio fu mandato a chiamare a Laurenzana. Ed egli venne, benedisse il piccolo conte Carlo e lo mise immediatamente fuori pericolo. Il Conte non dimenticò il suo benefattore ed al primo processo di beatificazione del 1598 giunse anche la sua testimonianza favorevole, non immediata certamente, perché egli era già morto, ma altri la recò per lui”. Un altro episodio che fa capire molte cose circa questo legame tra i Guevara e Potenza riguarda ancora il conte Carlo:

“Mantenne più anni con gran Magnificienza il secondo ed il terzo genito sotto la disciplina del Gonzaga loro zio nelli studi di Padova (l’Università di Padova n.n.) e l’ultimo don Fabrizio al servizio del suo Re (l’Imperatore Carlo V n.n.) da chi assai favorito e ben visto con incredibile dolore di tutta la Corte manco di vita in Bruxelles (l’attuale capitale belga nonché sede della Commissione Europea era, ai tempi dell’Imperatore Carlo V, la sede del potere imperiale) poco prima che vi arrivasse l’addolorato padre che con sedici poste era volato a vederlo assieme con don Antonio suo terzo genito e giunsero in tempo di rinovarli il funerale che già S.M. Carlo  (l’Imperatore Carlo V  n.n.) l’aveva fatto fare assai suntuoso e per riportare le tenere ossa alla pietosa madre in Potenza, che furono riposte in Santa Maria del Sepolcro nella Cappella dei loro maggiori (nella Cappella dei suoi antenati conti di Potenza n.n.). Quest’altro fatto ci fornisce altre preziose informazioni circa il rapporto fra i Guevara e Potenza. Ci dice cose importanti e cioè che la madre dello sfortunato don Fabrizio aspettava i suoi resti mortali standosene a Potenza, il che vuol dire anche che Potenza, nonostante i tanti interessi ed i tanti viaggi fatti dai Guevara in Italia, restava quella che gli inglesi definirebbero la loro homeland o i tedeschi la loro Heimat, cioè il luogo stabile di residenza e la sede degli affetti; il principale punto di riferimento dei Guevara. I viaggi erano trasferte o missioni più o meno lunghe, ma poi il centro di riferimento rimaneva Potenza. Dove vollero essere seppelliti. Per dare una ulteriore misura del radicamento a Potenza basti dire che già al tempo di don Antonio Guevara la famiglia dei Conti possedeva a Potenza anche una residenza di campagna poco distante dalla chiesa di S. Maria del Sepolcro: l’Angilla Vecchia, che corrisponde all’attuale Villa di Santa Maria, ove si recavano frequentemente per ritemprarsi nel corpo e nello spirito.
“In quei momenti di riposo, egli amava intrattenersi familiarmente con i frati tra i quali, in quel periodo, spiccavano per santità e cultura, Padre Gianfrancesco Caporella da Potenza che, nel 1517, verrà eletto quale I° Provinciale della neonata Provincia Osservante di Basilicata e Padre Egidio da Laurenzana (1433-1518)”, che sarebbe stato proclamato Beato. Anche il padre Caporella da Potenza era una figura eminente. Dal Convento di Santa Maria del S. Sepolcro in Potenza il coltissimo padre Gianfrancesco Caporella mosse verso Roma, dove divenne Commissario presso la Curia Romana, quindi fu Nunzio Apostolico presso i Maroniti, Definitore Generale e Procuratore dell’Ordine, ed anche vescovo di Skara nella lontanissima Svezia. Anche San Francesco ed il convento di San Luca furono oggetto della cura dei Guevara. Il Monastero di San Luca fu ristrutturato a spese di don Carlo, che nel convento aveva anche sua sorella che si era fatta monaca, mentre a San Francesco i Guevara costruirono il convento.

Le arti e le lettere nel Rinascimento potentino – Quindi, a ben vedere, la grande opera di costruzione e di ricostruzione urbanistica che i Guevara intrapresero a Potenza non si limitava solo alle opere civili e militari. Pur avendo altre urgenze rispetto alle più fortunate città dell’Italia centrosettentrionale, l’opera edificatrice ed illuminata dei conti di Potenza lambì anche la dimensione delle arti e delle lettere al punto che non è esagerato parlare anche di, un seppur limitato e modesto rispetto alle coeve città centrosettentrionali, Rinascimento potentino. Quest’ultimo non fu neanche merito esclusivo dei Guevara, d’altronde. La città ne 1400 e nel 1500 doveva essere intellettualmente abbastanza vivace almeno per gli standard lucani e meridionali, a differenza di come una certa storiografia ha voluto rappresentarla. Proprio nello stesso periodo della signoria dei Guevara, il Chiostro di Santa Maria del Sepolcro divenne Studio teologico e filosofico ed accolse come maestri alcune personalità di grande rilievo, quali i padri Pietro da Martino, “protagonista nel 1558 di fatti straordinari”, e dei già detti Gianfrancesco Caporella e frate Egidio da Laurenzana, ma anche altre personalità. Anche i Guevara tennero dei cenacoli intellettuali nel loro castello. Ai tempi del conte Alfonso II, verso l’ultima parte del 1500, il castello fu sede di una piccola corte di intellettuali fra cui spiccavano Francesco Teleo e Pietro De Cannutis, che a Potenza aveva una propria scuola di musica. Lo stesso conte Alfonso II era un amante della poesia e della filosofia. Così scrive di lui l’arcidiacono Rendina: “chiarissimo non solo per l’altezza del sangue, e grandezza dè stati, che ampiamente possedeva, ma per la piena cognizione della filosofia, e medicina; […] eccellente anche nella poesia, come per alcuni sonetti, che appò di noi si conservano”. Il Rinascimento potentino si basò non solo sulla grande ed energica azione dei Guevara, ma anche, come già detto, degli Ordini religiosi. Tuttavia, anche l’Università, il nome antico con cui veniva designato il Comune, non fu da meno. Intanto va subito detto che il livello culturale ed intellettuale del parlamento cittadino a quei tempi era altissimo. Nella assise cittadina (oggi si direbbe nel Consiglio Comunale) dell’epoca tardo–rinascimentale a Potenza vi erano personalità di ottimo calibro culturale come il dottore in utriusque iuris, il nobile Ferrante Stella, dottore appartenente a quell’antichissima famiglia Stella dalla quale, ricorda l’arcidiacono Giuseppe Rendina, uscirono uomini che si distinsero nelle lettere. Elevato era lo spessore culturale dei componenti il parlamento cittadino nel 1500 potentino, fra i quali spiccavano nomi eccellenti nel mondo culturale del tempo in ambito cittadino. Persone illustri furono in quel consesso politico come i due fratelli Antonio e Costantino Stabile, più volte citati nel manoscritto del notaio Scafarelli fra gli eletti al parlamento cittadino. Dagli atti notarili del notaio Scafarelli e dalle delibere del parlamento cittadino “emerge, in definitiva, l’immagine di un governo cittadino che all’arte e alla cultura annetteva non poca importanza, nonostante l’assai precaria situazione del bilancio municipale”. Nel Rinascimento, Potenza si arricchisce di molte eccellenze artistiche; il bellissimo portale del Chiostro di San Francesco voluto dai Guevara, il non meno importante portale ligneo, sempre di San Francesco, del 1499, il Palazzo della Contea poi Palazzo Loffredo ed oggi Museo Nazionale della Basilicata ed altro ancora. A parte l’illuminata opera di guida e di programmazione dei Guevara, che tendevano a lasciare in città segni di decoro e di nobiltà, Potenza si arricchisce, dalla seconda metà del 1400 e per tutto il 1500, anche di altre tracce artistiche della cultura artistica del Rinascimento, come, ad esempio, il polittico smembrato della chiesa di San Michele ascritto al Maestro di Barletta, importante pittore prossimo ad Andrea Sabatini da Salerno. Si possono inoltre ricordare il monumento funebre de Grasis in San Francesco, lo smembrato polittico di Simone da Firenze in San Michele e le due tele, la prima in San Francesco e la seconda in Santa Maria del Sepolcro, di Leonardo Grazia detto il Pistoia, l’importante pittore toscano del Rinascimento, di cui ‘Potentia Review’ si è già occupata in un lungo articolo pubblicato nei mesi scorsi. E poi un discorso va fatto per l’importante lavoro realizzato nel periodo finale del Rinascimento, tra il 1550 ed il 1580, dai già citati fratelli potentini Antonio e Costantino Stabile. Il primo, Antonio, è stato senza dubbio il maggior pittore lucano del 1500 e la sua produzione artistica fu apprezzata non solo in Basilicata ma anche in Puglia ed a Napoli, dove nella importante e bella Chiesa dei Santi Severino e Sossio c’è un suo quadro (L’Immacolata del 1582). Se sul piano puramente stilistico è difficile associare Antonio Stabile alla pittura del Rinascimento perché da quel punto di vista lo Stabile maturo appartiene già alla epoca della Controriforma, è pure difficile dire che col Rinascimento non c’entri niente (sempre e solo però da un punto di vista stilistico). In senso lato e nel suo primo periodo, Antonio Stabile non poteva non risentire ancora degli influssi della pittura rinascimentale ed essi si riscontrano, ad esempio, in alcune opere in cui sono ancora vivi gli echi del magistero di Raffaello (la copia della Natività in San Francesco a Potenza del pistoiese che si osserva in uno dei misteri della pala del Rosario di Acerenza), arrivato fino a Potenza e fino allo Stabile magari attraverso la mediazione proprio del già menzionato ‘Il Pistoia’, che del principale allievo di Raffaello fu l’allievo. Quindi, Raffaello con qualche decennio di ritardo arriva al potentino Stabile attraverso le mediazioni, prima del ‘Fattore’, il principale allievo insieme a Giulio Romano, di Raffaello, e poi, attraverso la successiva mediazione del Pistoia, il principale allievo di Giovan Francesco Penni, detto anche il  ‘Fattore’, che è anche (parlo del Pistoia adesso) il maestro ed il punto di riferimento del potentino Antonio Stabile. Artista rinascimentale lo Stabile lo fu ancor di più però proprio per il suo modo di intendere il ruolo dell’artista nella Potenza del 1500. Artista impegnato anche nella amministrazione cittadina, oggi si direbbe ‘impegnato politicamente’ (e questo è un segno molto avanzato specialmente per quei tempi e specialmente per il Sud di quei tempi, soprattutto un segno di quella concezione umanistica e laica del ruolo dell’artista nella società, che prende piede proprio nel Rinascimento), e da artista che aveva bottega permanente a Potenza, insieme al fratello Costantino, prima  in una chiesa sconsacrata nei pressi di Piazza Sedile e successivamente, costretto ad  andarsene da quei locali,  in casa sua trasformata in bottega d’arte. Si poneva, in altri termini, in maniera avanzata rispetto ai suoi tempi. Segni di umanesimo laico e rinascimentale anche in questo modo di stare sul mercato. Era un libero professionista e consapevole di esserlo.

Conclusione  Mi sono chiesto più volte in che cosa i conti Guevara differissero dai signori rinascimentali che proprio in quel periodo hanno posto le basi della gloria artistica e della bellezza italiana, di cui ancora oggi godiamo immeritati e copiosi frutti come italiani. In cosa differissero cioè dagli Sforza, dai Gonzaga, dai Borromeo, che non erano per loro lontani ed inarrivabili miti, ma che per loro erano parenti, amici, conoscenti ed ex rivali sui campi di battaglia. La risposta che mi sono sempre dato è la medesima che ho riscontrato successivamente nel volume sulle città nella storia d’Italia degli editori Laterza dedicato a Potenza. In quel libro si legge la stessa spiegazione che mi detti già io abbastanza tempo fa e preferisco rispondere, quindi, al quesito con le parole tratte da quel libro:

“Non potremo certo equipararli ai principi rinascimentali dell’Italia centro-settentrionale: da questi li separava la minore autonomia accordata alla città (di Potenza), schiacciata come era dal centralismo dell’apparato amministrativo aragonese, ed il peso dei numerosi e frequenti uffici regi ed impegni bellici che distoglieva il conte (i conti Guevara, quasi tutti n.n.) dai fatti locali”.

Solo questi due fattori; mi viene spontanea questa aggiunta. Tutte le altre qualità per essere tra i più grandi principi del Rinascimento italiano i conti Guevara di Potenza le avevano.

 

 

PINO A. QUARTANA

 

 

Nel collage (foto a sinistra in alto); Francesco Sforza ritratto dal Mantegna;

(foto a destra in alto); ritratto di Micheletto Attendolo

(a sinistra in basso); Antonio Stabile, Madonna col Bambino ed i Ss. Francesco e Patrizio, Chiesa di Santa Maria del Sepolcro, 1582

(a destra in basso); ritratto di Antonio Guevara, secondo conte di Potenza

 

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