UNA TRAGEDIA NELLA TRAGEDIA ITALIANA: L’8 SETTEMBRE A POTENZA

La tragedia della Seconda Guerra mondiale investì di forza anche la periferica Basilicata ed in Basilicata diventò tragedia nella tragedia; in particolare, a Potenza, dove si ebbe il più alto numero di morti; centottantasette!. Ma ricordiamo prima i fatti nudi e crudi. La sera dell’8 settembre del 1943 tutta l’Italia è incollata alla radio per ascoltare il famoso messaggio di Badoglio che annuncia l’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile in Sicilia con le forze angloamericane. La gioia è incontenibile. I potentini, come tutti gli italiani, credono che le parole di Badoglio significhino la fine della guerra. Purtroppo, l’amara sorpresa era in agguato. Proprio a Potenza. Dopo sole poche ore di festeggiamenti, si odono provenire dal cielo sinistri rumori di aviazione. Sono le forze anglo americane che, nonostante l’armistizio, sono arrivate sul cielo di Potenza a bombardare la città. Ancora oggi si incontrano poche spiegazioni sul perché l’armistizio, invece della pace, ci aveva fatto guadagnare dei bombardamenti. Il calcolo degli angloamericani era che tanti morti e tanta distruzione si potevano mettere sul piatto della bilancia. In altre parole, l’obiettivo prevalente doveva essere quello di demoralizzare le popolazioni e il panico causato da pesanti e intensi bombardamenti aerei fu indubbiamente ritenuto di maggiore importanza rispetto al sorgere nel popolo italiano di sentimenti antiamericani ed antibritannici. La morte arrivò dal cielo per mano di quelli che, se l’8 settembre non erano ancora gli alleati o i nuovi alleati, non avrebbero nemmeno dovuto essere più i nemici. In un messaggio del 4 settembre ai capi di Stato maggiore il generale inglese Alexander scriveva: “ho passato tutta la scorsa notte in colloqui militari con la parte italiana. Ho messo bene in chiaro con loro che al momento della proclamazione ufficiale dell’armistizio cessiamo di essere nemici, ma non diventiamo, ripeto, non diventiamo alleati”. Quindi, quelli che non erano più nemici li si premiava con pesanti bombardamenti, che non risparmiarono né ospedali, né chiese, né niente? Oggi la coscienza dei popoli autorizzerebbe quasi a parlare di crimini di guerra o di terrorismo, ma allora, settanta anni fa, non c’erano tutte queste sottigliezze. Non si andava tanto per il sottile e si parlava di guerra e basta. Non si trattò solo di un fatto potentino. Quella sera stessa si aprì una fase di pesanti bombardamenti che, partiti man mano dal sud, si estesero poco dopo verso il Centro dell’Italia per finire al Nord e che terminarono solo nel maggio del 1945. L’Italia fu sotto le bombe ‘alleate’ per un anno e mezzo. Potenza fu senz’altro, se non proprio la città più bombardata, una delle più bombardate del Mezzogiorno continentale. Nella fredda logica dei comandi strategici angloamericani di ragioni per un trattamento ‘speciale’ per Potenza ce n’era più di una. Almeno due forti motivi fecero sì che Potenza entrasse nel mirino dei bombardamenti angloamericani sin da subito. Il primo motivo è che, chissà quanti potentini di oggi lo sapranno?, Potenza era il luogo militarmente più importante dell’Italia meridionale in quanto sede del Comando della VIIa Armata dell’Esercito Italiano (il Regio Esercito italiano si strutturava in undici Armate, distribuite sul territorio italiano ed all’estero; cinque Armate erano, infatti, dislocate in città vicine ai confini o all’estero; in Russia (con la Ottava Armata, la famosa ARMIR), in Albania, nell’Africa del nord, in Grecia, in Jugoslavia ed in Piemonte per combattere contro la Francia) e, quindi, era una piazza militare di primaria importanza nazionale. La VIIa Armata Italiana operava nel sud Italia alle dirette dipendenze del Comando Gruppo Armate Sud e comprendeva diversi Corpi d’Armata dislocati in tutto il Sud Italia e che dipendevano dal Comando della Armata. In tutto; 80.000 soldati ed ufficiali che dipendevano del Comando della VIIa con sede a Potenza. Il secondo motivo è che Potenza era, così come è sempre stata nella sua più che bimillenaria storia, un importante e strategico nodo di comunicazioni in quanto posta al centro del Mezzogiorno. I bombardamenti su Potenza furono pressoché continui. Dalla sera dell’8 settembre fino al 24 settembre, Potenza fu sempre bombardata. Ogni giorno. I bombardamenti dopo l’annuncio dell’armistizio furono eseguiti dagli americani con le loro ‘fortezze volanti’, i B-17 e i B-26 e dalla RAF inglese. Il primo bombardamento arrivò precisamente alle ore 22,00 dell’8 settembre e colpì la Caserma Lucania, sede del Comando della VIIa Armata ed il Museo Provinciale. La notte successiva il Comando si trasferì a Francavilla Fontana, ma a Potenza rimase ancora una parte degli uffici e dei soldati. La mattina del 9 settembre altri terrificanti e massicci bombardamenti a raffica, uno dopo l’altro, presero di mira ancora gli obiettivi militari e ciò che restava dell’appena trasferito Comando Militare. Luigi Luccioni in suo libretto di ricordi annota per quel giorno: “Vale la pena di rilevare che, per quanto riguarda le perdite lamentate nella Caserma Lucania esse furono relativamente contenute perché il corso annuale per allievi ufficiali di artiglieria (composto in media dalle 550 alle 600 unità) era terminato a giugno e gli allievi che li avevano superato erano in licenza in attesa di raggiungere i corpi a cui erano stati assegnati. La Caserma era pertanto presidiata da circa 200 tra richiamati e reclute di leva, utilizzati per servizi sussidiari. La Caserma Lucania di antica istituzione, ospitava, infatti, dal 1934 una delle migliori Scuole Allievi Ufficiali di Corpo d’Armata (IV Gruppo del 9° Reggimento Artiglieria) ed ebbe tra i propri allievi alcuni personaggi, che, percorrendo diverse strade, sarebbero diventati famosi. Tra di essi sono da annoverare lo scrittore Giovanni Guareschi, Giovanni Nuvoletti, marito di una sorella di Gianni Agnelli, il col. Edmondo Bernacca, notissimo meteorologo televisivo, l’ex Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli”. Un’altra importante testimonianza di quei giorni la offrì il poeta di Tricarico, Rocco Scotellaro, allora giovanissimo studente a Potenza. “Concetto Valente si aggirava come un fantasma dolente tra le macerie del museo di Potenza, di cui era il direttore, incurante delle travi di cemento armato pericolosamente pencolanti. Il museo era a Santa Maria, il quartiere periferico di Potenza dove, allora, anno scolastico 1944-45, io abitavo ospite di una mia zia, sorella di mio padre, per frequentare il ginnasio. Andando a scuola o tornandovi questo fantasma era sempre lì ad aggirarsi tra le macerie a frugare a cercare resti di antichi reperti. Ero incuriosito ma ancor più affascinato. Quando mi dissero che Concetto Valente era originario di Tricarico – ma l’informazione non era del tutto precisa o io la fraintesi – crebbe il fascino che da lui emanava. Apro una parentesi e la chiudo rapidamente, per memoria. I bombardamenti del settembre 1943 ebbero tra le tante conseguenze una pressoché totale carenza dell’edilizia scolastica. Gli insegnamenti delle scuole medie, del ginnasio e del liceo e delle magistrali si svolsero nell’Istituto Magistrale, già di per sé insufficiente per la sua naturale destinazione, che era ubicato a fianco del Municipio a piazza Sedile. Gli insegnamenti si succedevano in tre turni giornalieri e in tre giorni la settimana: una settimana si andava a scuola la mattina, una settimana il primo pomeriggio e una settimana il pomeriggio tardi, che d’inverno era sera. Le aule non erano riscaldate. Santa Maria era allora un bel quartiere: due file di palazzine a due piani coi tetti rossi fiancheggiavano un largo viale diviso da aiuole. Oggi i luoghi sono irriconoscibili. C’era la villa comunale e di fronte la grande caserma per allievi ufficiali, che fu il principale obiettivo dei ricognitori anglo-americani. Una diecina di metri più avanti il convento di frati francescani, dove ebbe iniziò la vita monacale di Carlo Gerardo Lavagna, che a 15 anni entrò fra i Minori Conventuali e cambiò il nome in fra’ Bonaventura da Potenza, consacrato beato da papa Pio VI. Al lato opposto della strada nazionale c’era l’istituto tecnico industriale e lì aveva inizio il viale. Sul lato destro c’era il museo, sventrato dalle bombe alleate. Il viale terminava in un largo, da cui una pretenziosa scalinata in stile littorio conduceva al misterioso covo degli arditi. Potenza subì il primo bombardamento alle due della notte del 9 settembre 1943, appena poche ore dopo che una popolazione impazzita di gioia aveva festeggiato la … fine della guerra, pensando che l’armistizio avesse portato la pace. A Tricarico, come succedeva spesso, quell’8 settembre mancava la luce, ma la notizia, non so come, si diffuse lo stesso. Mia madre piangeva. Il rione Santa Mara fu duramente colpito; alcune bombe caddero sul museo. La famiglia Valente, che abitava nella stessa palazzina del museo, cercò di proteggersi nel sottoscala e Concetto Valente fu ferito. Qualche ora dopo, verso le dieci del mattino, Potenza subì un più terribile e sconvolgente bombardamento da parte di diverse squadriglie di fortezze volanti. Il museo fu colpito ancora. Quell’inferno di bombe inghiottì nell’orrendo buco nero della guerra nulla due giovani tricaricesi, fratello e sorella, più o meno della mia età, della famiglia Coppelascionte. Si chiamavano Peppino e Maria Carmela Mileo”. Le condizioni di vita diventarono ben presto drammatiche per tutti. Non si salvava nessuno dai terribili bombardamenti di quelli che poi furono definiti i “liberatori” d’Italia  o anche gli “amici americani”. Un’altra testimonianza ci informa delle tristi vicissitudini del Vescovo di Potenza, che, fino a quel momento, si era reso benemerito per le tante azioni di carità e di solidarietà in favore dei confinati politici. Dopo i bombardamenti di Potenza dell’8 settembre 1943 da parte degli aerei da guerra angloamericani – ha scritto ancora Luigi Luccioni – il vescovo Bertazzoni fu costretto a rifugiarsi in una casetta in contrada S. Antonio La Macchia, di proprietà dell’Ospizio di Acerenza, in cui erano ospiti anche orfanelle e vecchi. Suo nipote, il giovane sacerdote Don Francesco Orsatti, fu seppellito vivo dalle macerie e salvato solo la mattina dopo dai soccorritori. Il Vescovo non si curò del pericolo, tornò in città ogni giorno per soccorrere i civili e gli sfollati, molti dei quali di Minturno e Caserta, temporaneamente ospitati a Potenza, per offrire loro la sua solidarietà ed il suo conforto di cui avevano tanto bisogno. Il Palazzo vescovile e tutte le sue suppellettili furono distrutti e la Cattedrale fu incendiata. Il Vescovo perse tutto quello che aveva perché anche le sue poche cose personali furono distrutte dall’incendio e dalle macerie. I potentini si organizzarono per aiutarlo, costituirono un Comitato di cittadini che promosse una sottoscrizione. Furono preparate e distribuite le schede di adesione. La gente aderì in massa all’iniziativa e, con la restituzione di 88 schede, offrì la somma di 44.428 lire. Il Comitato consegnò i soldi al Vescovo il giorno delle Palme perché li usasse per le sue urgenti e necessarie spese personali. Il Vescovo ringraziò e disse che impegnava tale somma per la ricostruzione della Cattedrale e del Palazzo. Ciò che accadde nelle ore e nei giorni seguenti l’8 settembre 1943 appartiene alle pagine più vergognose della storia italiana e dell’esercito italiano. Specialmente il Sud Italia fu preso fra due fuochi; i bombardamenti angloamericani dall’alto, dal cielo, ed i rastrellamenti delle truppe tedesche a terra, infuriate per quello che appariva ai loro occhi come il tradimento italiano. Tutti i i vertici delle Forze Armate, soprattutto dell’Esercito, si squagliarono in un modo che altrove, in altre nazioni, avrebbe meritato la pena di morte secondo il Codice Militare di Guerra. Non c’era più nessuno ai posti di comando. Un fuggi fuggi vergognoso proprio da parte di chi avrebbe dovuto sentire maggiormente il dovere di restare al proprio posto. Si decise di non resistere alle truppe tedesche e, nel contempo, come si poteva sparare contro gli aerei angloamericani che bombardavano selvaggiamente? Si era stipulato pochi giorni prima a Cassibile, in Sicilia, un patto di cessazione di ostilità. E poi bisogna dire anche che la contraerea non era assolutamente adeguata. Potenza non ebbe una difesa aerea; si era dissolta anche la contraerea. Risultato; intere popolazioni abbandonate al loro destino da parte dei vertici politici e militari (anche del Re), intere popolazioni strette tra due fuochi entrambi nemici; quelli che erano stati amici fino a pochi giorni prima (i tedeschi) e che erano diventati nemici ed i nemici di pochi giorni prima non ancora, evidentemente, diventati amici o alleati in barba ai patti appena stipulati. Ci si è chiesto il perché di quei terribili bombardamenti su chiese, ospedali, luoghi d’arte. Se si fosse trattato veramente di una cosa necessaria o se non fosse stata invece una scelta per terrorizzare la popolazione. Una cosa è certa; a Potenza si consumò una tragedia nella tragedia nazionale anche a causa di un episodio che è legato al nome di un colonnello friulano di stanza a Potenza presso il Comando della VIIa Armata; Giovanni Faccin. Una storia di eroismo disperato, da tragedia greca, che, almeno simbolicamente, ha riscattato l’onore dell’esercito italiano e dell’Italia dalla taccia di infamia, non per il cambio di alleanze, ma per l’incredibile abbandono da parte delle massime autorità e dei vertici militari, che lasciarono i civili alla mercé delle rappresaglie naziste e dei bombardamenti americani. Faccin fu, almeno simbolicamente, il nostro anti-Badoglio. Nostro di noi italiani, ma, soprattutto, nostro di noi potentini. Negli ultimi tempi l’interesse verso questa figura è andato aumentando anche a livello nazionale. Se ne è occupato in maniera sistematica un giovane ricercatore napoletano, Mario De Prospo, che ha scritto un saggio per la rivista ‘Italia Contemporanea’ (Franco Angeli Editore, Milano) dal titolo: ”L’8: settembre in periferia: il caso di Potenza e del Comando della 7a Armata”. “Obiettivo del saggio – scrive De Prospo –  è fornire elementi di analisi e comprensione della tragedia dell’8 settembre del 1943, prendendo in esame una vicenda avvenuta nella città di Potenza. Il capoluogo lucano al momento dell’armistizio è sede del Comando della 7a armata del Regio esercito, responsabile di tutti i reparti presenti in Italia meridionale, l’area della penisola in quel momento attraversata dalla linea del fronte. Il comandante dell’Armata fugge in Puglia poche ore dopo l’annuncio della resa. Chi rimane in Basilicata ha l’onere di salvaguardare l’organizzazione del reparto e le comunicazioni con le unità presenti in Calabria e Campania. Il destino dei soldati – senza alcuna possibilità di movimento o di ricevere rinforzi, tra aggressivi tedeschi in ritirata e con l’aviazione alleata che bombarda la zona – è segnato. In questa convulsa situazione emerge la figura del colonnello Giovanni Faccin, il militare più alto in grado rimasto presso il Comando: egli, resosi conto di non essere in condizione di compiere fino in fondo i suoi doveri di militare e di fronte a eventi su cui non riesce ad avere più alcun controllo, il 13 settembre decide di togliersi la vita”. Facciamo un flash-back e rivediamo la scena. Potenza, come abbiamo già detto, era diventata uno snodo importante per i due eserciti avversari. La città è, alla data dell’armistizio di Badoglio, un punto strategico su cui premono due forze avverse per sbloccare la situazione di equilibrio. Potenza è circondata a terra dai tedeschi della 29° Divisione Panzer e dai reparti della Divisione Corazzata Goering e subissata dall’alto da interi stormi di bombardieri delle aviazioni USA, britannica e canadese. Una trappola infernale e mortale per chiunque e così fu per i pochi coraggiosi rimasti fino alla fine a Potenza presso il Comando della VIIa Armata dell’Esercito italiano o, almeno, di ciò che rimaneva di esso. Faccin riuscì ancora a mettere insieme una trentina di militari italiani sfuggiti alle bombe ed ai rastrellamenti tedeschi e li nascose nella galleria di Santa Maria, al di sotto della Villa Comunale, dove si erano rifugiati anche dei civili, famiglie potentine. Ad un certo punto, i tedeschi individuano la galleria e le si parano dinanzi. Un gruppo di soldati tedeschi con il loro ufficiale chiede a Faccin la resa dei militari italiani. Il colonnello Faccin parlamenta per qualche minuto con l’ufficiale tedesco. Poi si apparta, la dinamica non è mai stata ben chiarita, sfodera la rivoltella e si spara. Si suicida per non consegnarsi ed arrendersi ai tedeschi. Per l’onore suo e dei suoi uomini, ma in quel momento forse intende riscattare anche le sofferenze della popolazione potentina e le vergogne dei suoi capi supremi di Roma, che in quei giorni pensavano solo a mettere in salvo i propri averi e le proprie famiglie.  Nell’Introduzione a Mezzogiorno 1943 (Aracne, Roma, 2013), il libro di De Prospo dedicato alla storia del crollo dell’apparato statale e militare al Sud dopo l’8 settembre dal punto di vista della VIIa Armata, Paolo Macry scrive:” La sorte del comando della Settima Armata, con il suo repentino spostamento da Potenza a Francavilla Fontana, nel brindisino, ne è una sorta di paradigma, perché le modalità di quella decisione restano, nella testimonianza dei suoi autori, volutamente ambigue, deresponsabilizzate, reticenti e le loro conseguenze sugli ufficiali intermedi e sulla truppa sono peraltro estremamente drammatiche. Tra il generale Arisio, che si sposta nottetempo nell’estremo sud pugliese, lasciando le proprie truppe nascoste in un tunnel, e il colonnello Faccin, che resta a Potenza a gestire una situazione insostenibile e infine si suicida, lo scarto teatrale svela questioni morali e caratteriali, ma anche processi decisionali tutt’altro che semplici, dando un volto e fornendo una concreta rappresentazione a quel che la sintesi storiografica è comprensibilmente portata a mettere tra parentesi, se non a ignorare”. È diventata una storia emblematica e fortemente simbolica dell’8 settembre, ma di tante altre storie, quella del colonnello Faccin. Una storia a cui Potenza ha reso un tributo dedicandogli una scalinata, quella che porta dalla Discesa di San Giovanni a Via Due Torri. Una storia che si inserisce a pieno titolo nelle pagine più tragiche e più eroiche della città (ma anche dell’Italia), che a Potenza sono sempre state grandi pagine di ‘resistenza’ nella accezione più vasta del termine.

PINO A. QUARTANA

 

(Nella foto; il quartiere potentino di Santa Maria dopo i bombardamenti dell’8 settembre 1943)

 

 

 

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