POTENZA E LA ‘YALTA’ MANCATA DEL 1502

Potenza non solo ha una sua storia. Questo è il minimo, non il massimo. Quasi tutti i comuni hanno una loro storia. In questo caso si parla di storie al plurale e con la minuscola (storia). Ma Potenza ha avuto per alcuni periodi anche una grande storia, in altri termini una storia che si è inserita nella Storia (questa volta con la maiuscola) e la sua è stata non di rado una grande storia, una magnifica storia. Ha partecipato come parte attiva alla Storia nei secoli pre-romani nel contesto delle lotte dell’antico popolo dei Lucani, di cui Potenza era uno delle undici piccole capitali federate. Plinio inserì i popoli potentini al’interno della federazione degli antichi Lucani. Altrettanta storia è passata di qui durante i secoli della conquista Romana e questa parte della sua storia la si sta riscoprendo o, meglio, scoprendo per la prima volta solo negli ultimi anni. Ma anche la storia di Potenza nel Medioevo è assolutamente importante ed oggettivamente interessante. Non parliamo poi del Secolo d’Oro della città tra la fine del 1700 e la fine del 1800, secolo così denso di così tanti fatti e personaggi di rilievo anche nazionale. La storia che sto per raccontare appartiene invece ad un periodo considerato di scarso interesse in cui non sarebbe accaduto proprio niente, almeno niente che abbia una rilevanza tale da trascendere, come nelle fasi storiche appena ricordate, i meri confini cittadini e niente che possa inserirsi nella Storia (o, se volete, nella grande Storia, nella storia d’Italia, detto in altri termini). Quindi, penso che desterà meraviglia il fatto che Potenza ha sfiorato la Storia anche in altri momenti, anche in momenti che finora sono stati sepolti sotto la coltre del tempo e dell’oblio. Quella che passo a raccontarvi quindi è un momento totalmente oscurato e non presente nella coscienza storica dei potentini. Se vogliamo capire davvero l’importanza di questa storia potentina, bisogna partire da lontano e dal quadro generale dell’Europa e dell’Italia tra la fine del 1400 e i primi del 1500. In quegli anni entrano nella scena della Storia (cioè della grande Storia) i conflitti dinastici che provocarono le Guerre d’Italia altrimenti dette le Grandi Guerre d’Italia. Si trattò di un lungo ciclo di otto guerre che contrassegnò la vita non solo italiana ma europea con conflitti che si combatterono prevalentemente in territorio italiano. Ma poi pian piano tutta l’Europa venne coinvolta e divenne uno contro continentale fra le due Grandi Potenze dell’epoca; la Francia e la Spagna, che si contendevano la supremazia europea. Guerre che si protrassero per un lungo periodo; dal 1494 al 1559. Furono inizialmente scatenate da alcuni sovrani francesi, che inviarono nella Penisola italiana le loro truppe, per far valere i loro diritti ereditari sul Regno di Napoli e poi sul Ducato di Milano. Da locali, le guerre divennero in breve tempo di scala europea, coinvolgendo oltre alla Francia, soprattutto la Spagna e il Sacro Romano Impero. Carlo VIII rivendicava il diritto al trono di Napoli in quanto discendente di Maria d’Angiò (1404-1463), sua nonna paterna. Grazie al supporto di Ludovico Sforza di Milano entrò in Italia nel 1494 scatenando un vero e proprio terremoto politico in tutta la penisola. L’imponente esercito francese marciò attraverso l’Italia raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Infine, sconfitto nella Battaglia di Fornovo, fu costretto a ritirarsi oltralpe. Da un punto di vista militare le forze dispiegate da Carlo VIII mostrarono tutta la potenza francese: ventimila uomini armati, con un corpo d’artiglieria efficiente e innovativo, destinato a rendere ancora più evidente la debolezza intrinseca degli apparati militari degli stati italiani, difesi da eserciti mercenari. Il casus belli fu rappresentato dalla rivendicazione degli antichi diritti che il re di Francia, erede degli Angioini, vantava sul Regno di Napoli. Le giustificazioni furono tuttavia più ambiziose: dalla conquista del Regno di Napoli, il re di Francia intese muovere ad un generalizzato dominio di tutta l’Italia per, in un secondo momento, organizzare una crociata contro i Turchi avente come scopo la riconquista della Terra Santa. Il 22 febbraio 1495 le truppe francesi fecero il loro ingresso a Napoli. In cinque mesi, dal settembre 1494 al febbraio 1495, Carlo VIII attraversò l’Italia lungo l’antica via Francigena, senza incontrare resistenze, e raggiunse il Regno di Napoli. Con la sconfitta di Fornovo si chiuse la prima delle otto guerra d’Italia (e d’Europa). Nel frattempo, in Francia salì al trono Luigi XII, che, rifacendosi ai diritti ereditati dalla nonna Valentina Visconti, intraprese la spedizione del 1499-1500 in Italia e conquistò il Ducato di Milano (1500). Per ciò che concerne il fronte meridionale della penisola, dopo il fallimento militare dell’impresa di Carlo VIII, il nuovo re di Francia il 2 novembre 1500 stipulò a Granada un trattato di spartizione dell’Italia del sud con Ferdinando il Cattolico. Il re di Aragona mirava ad eliminare la dinastia cadetta aragonese di Napoli ed a riunire al possesso della Sicilia quello della Calabria e della Puglia, mentre ai francesi il Trattato di Granada riservava Campania e Abruzzo. Napoli venne occupata dai francesi nel 1501, ma al momento della divisione nacque un conflitto tra i due occupanti. E’ in questo passaggio cruciale della storia italiana ed europea che si inserisce la pagina di storia potentina. Come ho appena ricordato, Il Trattato di Granada del novembre 1500 prevedeva che la Calabria e la Puglia rimanessero al Re di Spagna, il Cattolico, mentre l’Abruzzo ed il rimanente regno alla Francia ed al suo Re, il Cristianissimo. “Trattato mal concertato – scrisse Emanuele Viggiano nel suo libro ‘Memorie della città di Potenza’ uscito nel 1805 – e che durò poco perché il Duca di Nemours e Consalvo di Cordova, fatti padroni del Regno nel 1501 cominciano ben presto ad entrare in conflitto. I confini della divisione del Regno s’erano spiegati così male che subito nacquero contrasti. La Basilicata, la Capitanata e le due provincie dei Principati erano la causa di queste contese. Nel Trattato si era taciuto il nome di queste quattro zone … e le le zuffe, gli scontri, le contese fra Spagnoli e Francesi continuavano ininterrottamente. Ad un certo punto, per far finire le contese e la guerra serpeggiante si spedirono Commissari che facessero in tutte le Terre alzare l’una e l’altra bandiera e di Francia e di Spagna, come segnale della comune Signoria”. Sembrava una sorta di referendum confermativo di una ipotesi di un dominio gestito in condominio. Il Duca di Nemours era il Vicerè nonché Luogotenente per conto di Luigi XII Re di Francia (il Cristianissimo); al secolo Luigi d’Armagnac. Il Viceré spagnolo nonché Luogotenente del Cattolicissimo Re di Spagna era don Consalvo di Cordova. Continua il Viggiano: Alcuni de Potentini, che avevano diversa propensione per le due parti vennero in un dì dalle parole ai fatti, nella mischia tumultuosa sedata dagli uomini di buon senso rimasero due giovani feriti. Radunaronsi quindi nel Vescovado quei che il Comune rappresentavano, e Cittadini moltissìmi e fanno pubblica dichiarazione innanzi ad un Giudice, e ad un Notajo”. L’atto pubblico a cui si riferiva Emanuele Viggiano è del 12 settembre 1501. I cittadini di Potenza, a conclusione di un tumulto scoppiato quel giorno in occasione dell’arrivo delle truppe spagnole e francesi, dichiararono: “Siamo contenti che havimo per nostri Signori e Protettori li due signori e grandissimi Re e la Cristianissima Maestà del signor Re de Franza (Francia n.n.) e la Cattolica Maestà del signor Re di Spagna subto (sotto n.n.) le quali noi stiamo con le due bandiere, zoè (cioè n.n.) dell’una e dell’altra Maestà con ogni riverenza, obedientia (obbedienza n.n.) fedeltà, legalità ed osservanza le quali si recercano  e contenono da boni e fideli Vassalli”. Mi fermo un attimo qui. Innanzitutto, occorre dire che questo documento il Viggiano lo riprende dalla Historia di Potenza del Rendina che lo scrisse nel 1668 ed il 1673. L’Historia non è mai stata pubblicata; è rimasta inedita dal 1673 fino al 2000. Il Rendina aveva riportato e trascritto fedelmente documenti che erano stati raccolti nel corso di lunghe e pazienti ricerche e i cui originali erano andati distrutti durante i tumulti popolari scoppiati a Potenza nel novembre 1647. Fatto sta che i due grandi storici contemporanei che narrarono le vicende di quel secolo (il 1500, l’italiano Francesco Guicciardini e lo spagnolo Juan de la Mariana), non riportarono nei loro libri i fatti di Potenza. E’ molto probabile, se non proprio sicuro, che non li conoscessero, cioè che non conoscessero l’atto notarile redatto a Potenza il 12 settembre del 1501 e neppure il successivo atto notarile di cui dirò fra poco. A redigere e certificare l’atto del 12 settembre del 1501 intervennero il Mastrogiurato di Potenza, Francesco d’ Abbruzzo, il Sindaco, Angiolo Caporella e Cosmo Damiano de Laria (di Potenza) quest’ultimo ‘Capitaneus ad guerram’ della città. Quel giorno si trovavano già a Potenza alcune compagnie dei due eserciti, cioè di quello spagnolo e di quello francese. Erano di stanza entrambe a Potenza proprio perché si trattava di una città di comune spettanza, cioè di una città che era stata già provvisoriamente considerata come patrimonio di entrambe le Nazioni contendenti e, d’altronde, i potentini avevano sancito ufficialmente questa appartenenza in comune proprio con l’atto del 12 settembre 1501. Su questo atto forse va detta qualche altra cosa. Qualcuno è arrivato addirittura a sostenere che il famosissimo detto “O con Franza o con Spagna purché se magna”, da allora diffusissimo nei secoli ed indicato come uno dei segni costanti ed, ahimé, non proprio edificanti del carattere degli italiani, fosse uscito fuori proprio da quelle giornate potentine, insomma, che fosse nato proprio a Potenza. Ritengo assolutamente improbabile che sia venuto fuori proprio da Potenza e proprio in quei giorni di settembre del 1501 perché situazioni che vedevano in competizione francesi e spagnoli erano generali; si vedevano in tutta Italia. Invece, a proposito dell’atto pubblico voluto dal popolo potentino in quella occasione va piuttosto rimarcato un altro dato, quello che definirei il grande senso dei potentini per la politica, tantissime altre volte manifestatosi e sempre con successo, dagli inizi del 1500 fino ai giorni nostri. Evidentemente fu proprio questo forte senso del popolo potentino per la politica ciò che colpi i Luogotenenti dei due eserciti amici/nemici per cui, riprendendo le parole del Viggiano “Or fu creduto detto luogo adattato (adatto n.n.) ad aver conferenza per concertare la divisione delle Provincie non cennate nel trattato, e la occupazione fatta di alcune Terre, che non si credevano appartenere a chi occupate le aveva”. Per dirla in parole più aggiornate, fu proprio grazie alla geniale inventiva politica del suo popolo che Potenza fu prescelta da Francia e Spagna, su proposta degli Spagnoli e di don Consalvo di Cordoba, come la sede della tanto attesa Conferenza di Pace franco-spagnola che avrebbe dovuto mettere finalmente pace nel Regno di  Napoli e, probabilmente, di conseguenza, anche in Italia colmando le lacune del Trattato di Granada, che erano state messe così clamorosamente in evidenza dal novembre 1500 al 12 settembre 1501. Come dire? Si trattò di una sorta di Yalta ante litteram, di un patto di spartizione delle zone di influenza. Una faccenda di grande importanza storica per quel tempo. Si stabilì dunque che il giorno 15 di Marzo del 1502 a Potenza si trovassero il Viceré Duca di Nemours ed il Gran Capitano Consalvo di Cordova. “Se quella è la lunga conferenza, di cui han fatta parola gli Storici – scrisse il Viggiano – non ebbe effetto: se fu cosa diversa, sentiamo che dicono queste memorie inedite Potentine. Per mantener fede alla parola portossi (si recò n.n.) nel dì segnato (nel giorno stabilito n.n.) in Potenza il Duca di Nemours:  e con lui numero ben grande di Signori del Regno, che le parti di Francia favorivano; fra i quali il Principe di Salerno, il Principe di Bisignano Sanseverini, il Principe di Melfi, il Marchese di Bitonto, il Conte di Conza … ed aspettò tre giorni, od altri in sua vece, che quel rilevante affare trattasse. Niun venne e ‘1 Generalissimo di Francia crucciato fatti chiamare Giudice, Notaio e Testimoni, volle che questa sua parlata, e protesta si stendesse”. Riepilogando: il 15 marzo del 1502 a Potenza accorsero oltre al Vicerè francese, il Duca di Nemours, anche un gran numero di nobili del Regno, quella parte della nobiltà meridionale che appoggiava i Francesi, mentre gli Spagnoli col loro Gran Capitano Consalvo di Cordova non vennero. Dettero buca, in altre parole più aggiornate. Si comportarono in modo sleale e scorretto così come avevano già fatto nei confronti dei francesi al Sud tra nel 1501 e in quella stessa parte del 1502. Potenza fu quindi onorata dai Francesi, ma non dagli Spagnoli e il Duca di Nemours si trattenne ancora a Potenza per lasciare una traccia storica della slealtà spagnola, una traccia pubblica e pubblicamente redatta, chiamando a testimone della buona fede e della correttezza francese tutto il popolo di Potenza. Anche questo secondo atto potentino relativo alla seconda guerra franco-spagnola del 1500 venne redatto dal notaio davanti al Giudice della città ed al popolo. Ecco i passaggi più significativi delle parole del Duca di Nemours che la Storia (con la maiuscola) ci ha lasciato: “Non ignorate Reverendi illustri Excelentissimi e magnifici Signori che volendo il Cristianissimo Re nostro recuperar questo suo Regno hereditario non per ambizione de acquistar nuovi Regni e signorìe ; (la quale del furto è alieno la sua Maestà) ma per non permetter questo suo Regno giustamente acquistato per suoi predecessori, se occupasse per altri; anco per evitar, che non venisse in le mano degli inimici di nostra Religione Cristiana; come era già in pericolo … se convenne con li Serenissimi Cattolici Re di Spagna de divider questo Regno secondo lo vero valore delli frutti e delle entrate e ciascuno ne avesse la metà fraternamente e siccome tra boni, (y amorevoli fratelli , y amiti se deve fare: riservandosi ditta Maestà alcuna porzione precipua della Dogana, delle pecore, come in ditti Capituli si contiene …”. Il Duca di Nemours ricordava ai potentini che il regno di Francia non ambiva ai territori dell’Italia meridionale e, soprattutto, alle quattro provincie indivise (tra cui quella della Basilicata) per pura sete di potere e di guadagni, ma per non consentire che il Regno napoletano, di cui il Nemours rivendicava l’eredità legittima, potesse cadere in mano ai nemici della religione cristiana. Si riferiva ai popoli musulmani, che in quel periodo costituivano un costante pericolo per le terre del Mezzogiorno d’Italia. Dall’atto traspare anche una quasi candida disponibilità dei Francesi a dividersi pacificamente il Regno di Napoli con gli Spagnoli da ‘amorevoli fratelli’, accomunati da una sola civiltà e da una sola religione. Ma gli Spagnoli non contraccambiarono con pari nobiltà d’animo ed a quel punto il Duca di Nemours cominciò ad aprire il suo cahier de doleances, rimproverando agli Spagnoli un numero rilevante di scorrettezze, di mancanze, di spergiuri, di colpi di mano come, per fare solo uno degli esempi, l’usurpazione delle rendite fiscali e del governo di Foggia e di Manfredonia, oltre che del porto di quest’ultima cittadina. Declinando ogni responsabilità futura da parte francese per ciò che la condotta proditoria e sleale degli Spagnoli, ormai indiscutibile, stava fino a quel momento producendo, il Duca di Nemours affermava: “Et tutte le cose preditte  e multe altre lo prescrìtto lllustrissìmo Signor Viceré ha tollerate aspettando venire ad quista divisone o  partaggio y per la quale averia ferma speranza che se conchiudesse al giusto … che essendo venuti … da Hispagna in Napoli li magnifici Mons, Joanni Claver  y  Mons, Tbomaso Malferito, consigliere de le ditte Catholice Majestà, et Reggente della sua Cancellaria con potestà come dicevano de intervenire a la ditta divisione, Et hauta (avuta n.n.) con lo predetto signor Viceré alcuna discussione del loco e tempo se resolsero de consultare con lo ditto signor Consalvo Ferrandis, incontinente prendere conclusione y dal che il signor Viceré restò paziente e multi dì dopo lo termine preso per detto lllustre signor Consalvo e Malferito fecero intender a ipso Viceré che loro desideravano che lo loco fosse quista Città di Potenza el tempo che si stimò delle parti se retrovasse a li quindici del presente mese de marzo, che sono Martedì prossimo pasato: al che il Viceré restò contento: e de tale conclusione donò notizia ai prescritto Cristianissimo Re. Et però al ditto loco o presente Cità inseguendo la detta conclusione lo ditto quintodecimo de quisto mese, esso lllustrissimo Signor Viceré si conferio e non ha trovato al ditto signor Consalvo Ferrando, como è cosa notoria”. In questo passaggio del documento il Duca di Nemours ricostruiva i passaggi preliminari che portarono all’accordo sulla data della Conferenza di Pace ed alla designazione della sede a Potenza. Detto ciò, il Duca di Nemours aggiunse un particolare importante e riferì che, in realtà, un importante esponente di parte spagnola raggiunse Potenza. Si trattava del Commendator De Solis. Purtroppo, il De Solis arrivò in città del tutto sprovvisto del mandato del Re di Spagna di negoziare la spartizione del Regno di Napoli e ciò evidentemente sembrò al Nemours una beffa, una toppa peggiore del buco; attribuì anche questo episodio ‘inescusabile’ al Gran Capitano di Spagna, don Consalvo di Cordova. Il Vicerè francese rincarò la dose e mise tutte e due, come si dice, le mani avanti. Tutto ciò che sarebbe potuto derivare di negativo in seguito all’ennesima scorrettezza del Cordova sarebbe stato messo in conto suo ed in conto della Spagna. Detto ciò, dopo diversi giorni di permanenza a Potenza, il Duca di Nemours se ne andò. La seconda guerra franco-spagnola ebbe una svolta definitiva drammatica per le sorti di Francia nella battaglia di Cerignola (in quello stesso periodo si ebbe il notissimo episodio della disfida di Barletta). La sconfitta francese ed i nuovi equilibri furono oggetto di nuovi atti diplomatici. I problemi e le contese susseguenti al Trattato di Granada furono (in fondo, solo temporaneamente) risolti con l’Armistizio di Lione del 31 marzo 1504 e, poi, col Trattato di Medina del Campo del luglio 1504. La conclusione della seconda guerra franco-spagnola ebbe importantissime (ed anche pesantissime, col senno del poi) conseguenze per l’Italia e soprattutto per il Mezzogiorno d’Italia; sancì la divisione dell’Italia in due sfere di influenza: francesi a nord (in special modo il Ducato di Milano) e spagnoli a sud (Regno di Napoli). Infatti, il re di Francia riconosceva la perdita di Napoli a favore del re d’Aragona, ma riusciva a mantenere il controllo sul ducato di Milano e su Genova. Da quel momento il Sud Italia diventò dominio esclusivo degli Spagnoli per tanto, tanto tempo. Sono stati tanti ed autorevolissimi gli storici che hanno individuato nel lungo dominio spagnolo una delle cause principali della storica arretratezza di una vasta parte d’Italia. In particolare del Mezzogiorno d’Italia. In quanto a Potenza, patì un danno ulteriore dagli Spagnoli. Avrebbe potuto legare il suo nome non solo al Trattato di Pace, al posto di Lione e di Medina del Campo, ma avrebbe potuto tenere a battesimo una storia molto diversa e sicuramente molto migliore per il Mezzogiorno d’Italia. Invece, dovette subire anche l’ingiuria dell’oblio di queste vicende illustrissime, sia perché i due documenti pubblici del 1501 e del 1502 furono scoperti con troppo ritardo perché potessero interessare agli storici, sia perché don Consalvo, come abbiamo visto, pensò (male) di disertare la Conferenza di Pace di Potenza e, quindi, fece sì che quella potentina si rivelò una ‘Yalta’ mancata. La trascuratezza e la sottovalutazione dei secoli successivi per la storia cittadina fecero il resto, però mi piace proprio pensare che questo lungo articolo, dopo più di cinque secoli di oblio, abbia reso giustizia a Potenza ed ai fatti del 1501-1502.

 

PINO A. QUARTANA

In copertina il quadro El gran Capitan contemplando el cadaver del duque de Nemours di José Casado del Alisal conservato al Prado di Madrid.

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